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Full text of “Rassegna critica della letteratura italiana” #adessonews


-J RASSEGNA CRITICA DELLA LETTERATURA ITALIANA VOL. XXII, 1917 ^^^rgyyttg )lv RASSEGNA CRITICA DELLA LETTERATURA ITALIANA PUBBLICATA DA E. PERCOPO, F. TORRACA e N. ZINGARELLI Anno XIXIII, IQirT COLLABORATORI : F. BiONDOLiLi.0, G. Bologna, G. Brognoligo, G. Castaldi, E. COLARULLI, L. CUCCURUL’.O, G. FERRETTI, A. GuSTARELLI, G. PALADINO, B. Pennacchietti, E. Pèrcopo, G. Rosalba, R. Zagaria, E. V. Zappia. N. Zingarelli. NAPOLI Stabilimento Tipografico ì^. JOVENE e C.” Piazza Trinità Maggiore, 13 1917 IfOO/ Cinno INDICE DEL VOLUME XXII (1917). COMUNICAZIONI. Rosalba (G.). — Chi è il « Partenopeo Suavio » ? . . . . Pag. 1 Zagaria (R.). — Varietà su N. Amenta (Giudizi contemporanei; Una lettera inedita) » 35 GusTARELLi (A.). — Per una recensione » 46 Bologna (G.). — G. Meli e il Parini . . . . . . . » 65 ZiNGARELLi (N.). — F. Novati in rapporto a nuovi e vecchi problemi della tilologia romanza » 145 Berardi (C). — Le satire dell’ Ariosto (11 contenuto ; L’ arte; Il va- lore delle satire) » 165 Zappia (E. V.). — Di un manoscritto dimenticato di Rime di Dante della Biblioteca Nazionale di Napoli » 182 BioNDOLi;-Lo (F.) — Ancora per una recensione » 234 GusTARELLi (A.). – Per finire » 241 RECENSIONI. Pennacchietti (B.) : L. Russo, P. Metastasio » 74 Ferretti (G.) : G. Larigaldio e C. Antona-Traversi, Note biogra- fiche sopra la contessa Adelaide Antici-Leopardi . . . » ?1 CuccuRULLO (L.) : F. Torraca, Di un aneddoto dantesco . . . » 85 Paladino (G.) : Epistolario del ìnarch. B. fuoti ecc., ediz. G. Gui- detti » 90 Gustarelli (A.) : L. Lattes, L. Carrer: la sua vita, la sua opera. » 94 Brognoligo (G.): N. Tommaseo, Le Memorie poetiche con la storia della sua vita ecc., ediz. G. Salvadori » 98 Pércopo (E.): E. Gothein, Il Rinascimento nelV Italia’ meridionale, trad. T. Persico » 243 Bologna (G.) : F. Biondolillo, / poeìni giocosi e satiHci del Meli . » 252 Brognoligo (G.) : S. A. Nulli, Shakespeare in Italia. . . . » 255 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO. Passerini (G. L.), Le vite di Dante scritte da G. e F. Villani, da G. Boccaccio, L. Aretino e G. Manetti (L. Cuccurullo) . . » 102 FuRNo (E.), Il dram,ma allegorico nelle origini del teatro italiano (G. Ferretti) » 104 Def-la Guardia (A.), Poesie ialine di T. V. Strozzi traile daW Aldina e confrontale coi codici (G. Castaldi) Fb’LCO (G.), Il ditirambo moderno. P. 1 (G. Brognoligo) . Checchia (G.), La vera critica delle fonti (G. Castaldi; . RiLLOSi (A.), Rovani (G. Brognoiigo) . . ‘ . Sanati fAJ. J. Sannazzaro e Joachim du Bellay (E. Pòrcopo) Caccia (N.), Note su la fortuna di Luciano nel Rinascimento (E Pèrcopoì PoMPEATi (A.), Sagfji critici (E. Pèrcopo) Cortese (N.), Saggio di bibliografia collelliana (G. Brognoligo • Pag. 106 » 107 » 109 » 110 » 113 » 114 » 260 » 264 ANNUNZI SOMMARII Fermi, Saggi giordaniani (p. 115). — M. Ziino, U diritto privato nei <<. Promessi sposi » (p. 116). — E. Aggarbati, Fr. Dionisio Roberti da Borgo S. Sepolcro e la canzone del Petrarca « 0 aspet- tata in del» (p. 117). — L. Passò, Il canto dei simoniaci (p. 117). — N. Busotto, Saggi manzoniani (p. 118). — N. Busetto, // simbolo della rappresentazione dei beati danteschi {■p. 119). — L. M. Capelli, Dizionarietto pascoliano (p. 119))^ — C. de Vivo, Studi mafizonianii^. 120). — A. Santi, L'allegoria dei canti Vili e IX delV « Inferno » (p. 121). — N. Schileo, Y. Colonna nell'a- more, nella religione, nelV arte (p. 265). — G. Biadogo, C. Ci- polla (p. 266). — G. Biadogo, Bibliografia, di C. Cipolla (p. 266). — • Castaldi (G.) A. Costanzo 'p. 266). — Monti-Perticai-i (C), La rosa, poemetto, ediz. Valente (p. 267). — C. Bonardi, La mo- nografìa heiniana di T. Massarani (p. 268). NOTIZIE ED APPUNTI 122, 269 NUOVE PUBBLICAZIONI DI STORIA LETTERARIA ITALIANA (1°, 2°, 3' e 4'* trimestre 1917) 134, 276 INDICE ALFABETICO delle « Recensioni », del « Ballettino bibliografico », degli « Annunzi sommarli » e delle « Notizie ed Appunti ». Aggarbati i E.j, F. Dionisio da Borgo S. Sepolcro e la canz. del Pelrarca « 0 aspettata in del », p. 117. Alighieri (D.), Convivio, ediz. Passe- rini, p. 131 ; V. Busetto, De Sanctis, Passò, Passerini, Santi, Torraca. Anton a-Tra VERSI (C.), v. Larigaklie. Aretino (L.), v. Passerini. Ariosto (L.), Opere minori (Antologia), ediz. Patini, p. 129 ; v. Manchisi. BiADEGO (G.), Bibliografia di C. Ci- polla, p. 266; C. Cipolla, p. 266. BioNDOLiLLO (P.) , / poemi giocosi e satirici del Meli, p. 252. Boccaccio (G.), v. Passerini. BoNARDi (C), La monografia heiniana di T. Massarani, p. 268. Busetto (N.), Saggi manzoniani, p, 118; Il simbolo della rappresenta- zione dei beati danteschi, p. 119. Caccia (N.), Note su la fortuna di Lu- ciano nel Rinascimento, p. 114. Capelli (L. M.), Dizionario pascolia- no, p. 119. Cappuccini (G.), Vocabolario della lin- gua italiana, p. 270 Caravaglios (N.), V. Di Costanzo. Carli (P.). v. Giusti. Cakrer (L.), V. Lattes. Castaldi (G.), A. Costanzo, p. 266. Checchia (G.), La vera critica delle fonti, p. 109. Cipolla (C), v. Biadego. Clerici (6. P.), Un canzoniere musi- cale del sec. XVJ, p. 272. Colonna (V.), v. Schileo. Colletta (P.), v. Cortese. Cortese (N.), Saggio di bibliografia collettiana, p. 264. Croce (B)., Gli scritti di F. de Sanctis, p. 124 ; Teatini di Napoli, 2' ediz., p. 126. Della Guardia (A.), T. V. Strozzi, p. 106. De' Medici (L.), Aridosia e Apologia, ediz. Ra vallo, p. 273. De Sanctis (F.), Lettere a Virginia, p. 122 ; Tre lezioni, p. 126 ; La vita solitaria di G. Leopardi, ediz. Tor- raca, p. 126 ; V. Croce, Torraca. De Vivo (C.)^ Studi manzoniani,^. 180. Di Costanzo (A.), Sonetto, ediz. Cara- vaglios, p. 132. Dionisio (da S. Sepolcro), v. Aggarbati. Donati (A.), v. Leopardi. Du Bellay (J.), V. Sainati. Passò (L.), Il canto dei simoniaci,^. 117. Patini (G.j, v. Ariosto. Permi (S.), Saggi giordaniani, p. 115. PiSKE (W.). Catalogue ofthe Petrarca Collection ecc., p. 270. Pradeletto (A.), La storia di Venezia e V ora presente d' Italia, pp. 131-2. Franco (N.), Rime contro P. Aretino; Priapea, ediz., E. S., pp. 130-1. Fulco (G.) , // ditirambo moderno, p. 107. FuRNO (E. ), Il dramma allegorico nelle origini del teatro italiano, p. 104. Giordani (P.), v. Fermi. Giusti (G.), Prose scelte, ediz. Carli, p. 129. GoTHEiN (E.), Il Rinascimento neW 1- talia meridionale, trad. Persico, p. 243. Guidetti (G.), v. Puoti. Larigxldie (G.) e Anton a - Traversi (C), Note biografiche sopra la con- tessa A. Antici-Leopardi, p. 81. Latini (B.), / libri naturali del « Te- soro^ », ediz. Battelli, p. 274. Lattes (L.), L. Carrer, p. 94. ■ Leopardi (G.), Canti, ediz. Donati, pp. 128-9; V. De Sanctis, Larigaldic, Antona-Traversi, Torraca. Luciano, v. Caccia. Machiavelli (N.), Il Principe ed altri scritti minori, ediz. Scherillo, p. 131 . Manchisi (M.), Dell'autenticità di una canzone dell' Ariosto e della persona per cui fu scritta, p. 130. Manetti (G.), V. Passerini. Manzoni (A.), v. Busetto, De Vivo, Ziino. Meli (G.), v. Biondolillo. Metastasio ? Questa domanda gli eruditi non si proposero, nei loro- perditempi letterari, per alcuni secoli ; ma in quello che fu nostro e in questo, non ancor « uscito fuor dei minori »,. hanno dato ad essa tre diverse risposte. Le quali, o per un verso o per un altro, non parvero ad altri, come a me non paiono, per nulla soddisfacenti. Sarà, invece, la mia più accettabile, anzi la sola vera e sicura ? Proviamoci ! # * * Il nome, ovvero lo pseudonimo (1), di « Partenopeo Suavio » era ben noto tra gli eruditi di professione, innanzi tutto perchè le sue Operette sono la prima stampa fatta nella città di Bari nel 1535 (2), e però i bibliografi la conoscono (1) Nei dizionari di opere anonime e pseudonime di G. Melzi (Milano, 1852), di E. WEa.LER (Lexicon Pseudonymorum ecc., Regen- sburg, 188^) e di G. Passano {Dizionario in supplemento a quello di G. Melzi, Ancona, 1887) non si trova registrato il Partenopeo Suavio. (2) Operette del Par | thenopeo Suavio, in varij tempi et per diversi subietti composte. Et alla amorosa et moral sua Calamita intitulate. In fine: « Stampato in Bari per maestro Gilliberto | Nehou Francese in le case de San | to Nicola a di 15 | Ottobre | Ne lanno (sic) de la Natività del | Signore | M.D.XXXV. » Rass. crit., XXII. 1 Z . RASSEGNA CRITICA €1 la registrano (1) ; e poi perchè tra esse si trova il racconto poetico del viaggio da Manfredonia a Cracovia e la descrizione delle feste nuziali di Bona Sforza, che andava sposa a Sigismondo re di Polonia ; argomento questo molto trattato , ai nostri giorni, come vedremo. Anzi, perchè è un testimone oculare che racconta e descrive, il nostro poeta è assunto addirittura dagli storici come fonte (2). Inoltre, anche come lirico, sebbene confuso tra gli altri nell’ infinito stuolo dei mediocri e degl’ infimi, pure qualche suo sonetto trova posto nelle raccolte dei tempi posteriori (3). Ecco perchè il Minieri- Riccio, che nel suo dizionario del 1844 (4) lo aveva (1) Cfr. J. L. Nyon, Catalogne des livres de la bibliolhèque de feu M. le Due de la Vallière, Paris, 1788, IV, p. 399 ; G. W. Panzer, Amiales typographici ecc., Norirabergae. M. D. CCCIII, t. XI. p. 370 che, però, cosi la registra: «Operette del Partheno per Suavio ecc. ! » Né lo correfTge il Molini nelle sue Aggiunte e correzioni al Panzer {Operette bibliografiche ecc., Firenze, !858; ; J. C. Brunet, Supplé- meni etc, Paris, 1880, li, p. 701 ; L. Volpicella, Bibliografìa sto- rica della provincia di Terra di Bari, Napoli, 1884, p. 213, n. 692 ; O. Beltrami, Lorenzo Valerli, tipografo romano in Puglia durante il secolo XVII (in Rass. pugl., IX, 1895, p. 241); G. Fumagalli, Dictionnaire géographique d’ Italie pour servir à Vhistoire de Vim- privierie dans ce pays ecc., Florence, Olschki, 1905, pp. 24 sgg. (2) Il primo a servirsene, eh’ io sappia, fu G. Patroni, nella sua Storia di Bari (Napoli, 1857), I, II, pp. 564-569, il quale, descrive minutamente il viaggio di Bona, dichiarando in nota che le notizie sono cavate dalle Operette del Partenopeo « Suaria » (sic), che gli fu dato dal «signor Camillo Ricci- Minieri » ‘sic). Di altri parlerò innanzi a suo luogo. (3) Il Crescimbeni (Comiìientari, IV, 27) dice che « nella scelta di Sonetti e Canzoni fatta in Bologna l’anno 1710 vien messo tra i Poeti del tino del secolo XV. » Questa scelta non ho potuto vedere, ma nella Raccolta di lirici e satirici italiani, Firenze, 1835, fatta da Giuseppe Borghi, a p. 214, si trova un son. del Suavio. 1 soli storici della letteratura, antichi, che di lui fan cenno sono il Cre- scimbeni (loc. cit.), il Quadrio (Della storia ecc., Milano, 1841, II, p. 229) e il Tafuri {Storia degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Napoli, 1744, II, parte II, p. 387). (4) Cfr. Memorie storiche degli scrittori nati nel Regno di Napoli (alla voce). Dice che le sue rime sono stampate col titolo di Opere, piccola svista, in cui cade anche il Tafuri. ©ELLA LETTERATURA ITALIANA 3 registrato senza ideiitifìcazioue, e così anche nel 1864, nel -catalogo delle opere rare da lai possedute (1), sentì il bisogno, in appresso, di sollevare senz’ altro il velo che nascondeva il vero nome del poeta, no’n in tutto ignoto, sia pure per estrinseche ragioni. Nel volumetto di biografie degli accademici pontaniani (2!) è inferita quella di Crisostomo Colonna, -che riassumo molto brevemente. Costui nacque in Caggiano (Principato Citeriore) nel 1460, fu sacerdote, precettore di Ferrante, figlio di Federico d’Aragona, e poi suo segretario, quando l’alunno divenne Duca di Calabria. Il re Federico gii fece ottenere varie cariche e benetìcii ecclesiastici. Accompagnò il Duca in Pnglia nel 1501, nella gueri-a contro i Francesi, dove ebbe la carica di tosoriere della basilica di S. Nicola in Bari, che gli fu confermata da Consalvo di Cordova. Seguì il medesimo Duca prigioniero in Ispagna, e vi stette fino al 1505. Di ritorno, fu chiamato alla corte d’Isabella d’Aragona, duchessa di Bari, la quale gii affidò l’ educazione di Bona^ sua figliuola, e i>oi lo incaricò delle trattative del matrimonio di questa con Sigismondo re di Polonia, mandandolo a Cracovia (3j Altro non si sa della sua vita, e si credette morisse verso il 1539. Lasciò scritti in latino e in volgaie, e due sono inediti. Ed ora do la parola al Minieri-Riccio : « Nel 2 febbraio 1815 s’imbarcò « con Bona nel jKxrto di Manfredonia e l’ accompagnò a « Cracovia ». K più avanti : « Neil’ Accademia si disse Partenopeo Suaxiio ». Ecco un’ affermazione recisa, sebbene per nulla documentata, come sono le altre notizie biografiche! Ma forse al nostro erudito parve inutile ogni dimostrazione: (1) Cfr. Catalogo di Uhm rari della biblioteca del sig. Minik- Ri-Riccio, Napoli, 1864, I, pp. 285 sgg. A p. 288 dice: « Ogni ricerca mi è riuscita vana a scoprire il qvo nome dell’autore di queste poesie ». (2) Cfr. Biografie degU accademici alfonsini detti poi pontaniani dal i442 al i543, s. 1., n. a. ( estr.. daW Italia reale di Napoli, dall’ 11 luglio 1880 al 22 ^enn. 1882), n. 104. (3) Ometto un’altra notizia biografica, che il Minieri-Riccio attri- buisce al Colonna, ma che appartiene ad altra persona, come si ■vedrà appresso. 4 RASSEGNA CRITICA se Crisostomo Colonna fu precettore di Bona, se andò fino a Cracovia a trattare del suo matrimonio , e se anche 1′ accompagnò nel viaggio nuziale, imbarcato al seguito di lei, chi altro, se non lui, poteva essere il poetico narratore di tal viaggio, cioè il Partenopeo ‘Suavio ? Cotesta identificazione, dopo alquanto tempo (1), fu confutata da L. Pepe. Il chiaro e compianto storico pugliese, discorrendo delle trattative matrimoniali di Bona Sforza (2), nota che era soltanto un’opinione di Michele Tafuri (3), che Crisostomo Colonna fosse andato come ambasciatore d’ Isabella fino a Cracovia, ma che l’Augelluzzi, il quale ragionò di proposito intorno all’accademico pontaniano (4), non aveva trovato nei documenti, citati dal Tafuri medesimo, nessuna prova che il Colonna avesse viaggiato per causa di Bona in Polonia. Perciò il Minieri- Riccio, se avesse avuto notizia delle osservazioni dell’Augelluzzi, non avrebbe « con gran disinvoltura » confermata l’opinione del Tafuri. Il quale, del (1) Non so se ridentiflcazione del Minieri Riccio trovasse favore tra gli eruditi, o rimanesse ignota ai più, data la poca diffusione, o quasi introvabilità, della stampa delle sue Biografie. Certo è che due dei dizionari di pseudomini, citati più indietro, e posteriori al 1881, non l’accolgono; e se qualcuno ha di poi accennato al Suavio, s’ è accontentato solo di questo nome (cfr. F. Flamini, Il Cinquecento, Milano, Vallardi, p. 179). (2) Cfr. L. Pepe, Bona Sforza da maritare (in Ra^s. pugl., XII, 5, e poi in app. alla Storia della succesione degli Sforzeschi negli stati di Puglia e di Calabria, Bari, 1910, pp. 305 sgg. (in Docum. e monogr. per la storia di Terra di Bari, II). (3) Cfr. D. Spinelli, Monete cufiche battute da principi Longo’ bardi, Normanni e Svevi ecc., pubblicate per cura di M. Tafuri». Napoli, 1844. Quest’ ultimo, nella pref. all’opera, a p. xix, in una lunga nota, fa la biografia di Crisostomo Colonna, e da lui intiera- mente, salvo aggiunte e documentazioni, attinge il Minieri-Riccio. (4) Cfr. G. AuGELLUzzi, Ragionamento intorno alla vita ed alle opere di Crisostomo Colonna da Caggiano pontaniano accademico,.. Napoli, 1856. DELLA LETTERATURA ITALIANA 5 resto, non accenna per nulla al viaggio, da Manfredonia a Cracovia, per accompagnare Bona Sforza, che andava a raggiungere il reale marito — come credono PAugelluzzi (1), e il Minieri-Eiccio — ma ad un altro viaggio precedente, fatto da solo dal Colonna, per trattare del matrimonio col re Sigismondo Augusto. Fece bene il Pepe a mettere in evidenza la distinzione tra questi due viaggi, che 1 due biografi, ciascuno indipen- dentemente, avevano confuso. Ma se egli mostra di non credere neppure al primo (2), la prova di esso è stata, invece, raggiunta. Il signor Adam Darowski, uno storico vivente polacco di Bona Sforza, che dovrò di nuovo citare in seguito, trattando anch’egli del matrimonio di lei (3), ci fa sapere che « il corriere d’amore », mandato da Isabella, fu Crisostomo Colonna, il quale giunse a Vilna nel gennaio del 151 7 e consegnò al re Sigismondo un ritratto in miniatura di Bona. E vi era arrivato in compagnia dell’ Herbestein, ambasciatore di Massimiliano imperatore, di Giovanni Dantisco, segretario del re di Polonia, e d’ un ambasciatore moscovita, che li aveva raggiunti in Ausburgo. Quando tutte le trattative furono ben concluse, il Colonna, dovendo restare ancora a Vilna, s’ affrettò a mandare la buona notizia a Bari ad Isabella, per mezzo d’ un certo Antoniello « cavallaro ». Tutte queste precise, circostanziate e minute notizie il Darowski cava dal diario di Sigismondo Herbestein (in Fontes rerum austriacarum, t. 1), (4) il quale ci lascia un (1) « Ma se abbia realmente accompagnata la giovinetta Princi- pessa Bona Sforza quando andò sposa in Polonia, avrebbe dovuto determinarlo con sicure prove il Tafuri, che ciò asserisce con tanta franchezza » [p. 18, in nota). (2) Senonchè egli parla d’un’ambascoria all’ imperatore (p. 305), mentre, come si vedrà or ora, più innanzi, il Colonna fu ambascia- i;ore, per trattare il matrimonio, allo sposo in persona, cioè al re Sigismondo. (3) Cfr. Adam Darowski, Il matrimonio di Bona Sforza (in Ross, pvgl., XXIV, 1908, nn. 4 e 7). V. più appresso. (4) Non so se questo Diario sia la stessa cosa dei Commentarii della Moscovia, et parimente della Russia ecc. ecc., tradotti di latino 6 RASSEGNA CRITICA ritratto del Colonna, che chiama « un vecchio dignitoso- prete » e racconta un aneddoto, che fa onore al carattere di lui. Una testimonianza, adunque,, così sicura non lascia più alcun dubbio sulla veridicità del p»imo viaggio del Colonna in Polonia, del quale l’Augellnzzi voleva le prove dal Tafuri. Ma ciò noa prova nulla circa il secondo ; anzi tra breve vedremo — per non ripetere più volte le stesse cose — che è provato, i)er mezzo d’ un’ altra testimonianza,, anch’essa ben sicura, che Crisostomo Colonna non si trova tra le persone del seguito di Bona nel suo viaggio a Cracovia.. L’accompagnatore della sposa e il suo- i)resentatore al regio sposo fu, come si sa (1), un personaggio ben più decorativo dell’umile prete umanista, sebbene abbia lo stesso casato, cioè il nobile gentiluomo e famoso capitan© Prospero Colonna.. E allora possiamo ribattere alle parole del Minieri ■ Riccio : se Crisostomo Colonna non è imbarcato con Bona nel viaggio nuziale, non ])uò esser lui il Partenopeo Suavio ! Un secondo argomento del Pepo contro cotesta identi- ficazione è il seguente : « Occorre » — egli dice — « din)o- « strar falsa la osservazione del citato Aagelluzzi che il « pontaniano Crisostomo Colonna non mutò mai il suo vero « nome in altro Arcadico (sic) » (2;. Intatti le sue oj)ere portano sempre il suo nome. Nella prefazione « Ad lectorem » dell’ opera di Belisario Acquaviva De venatione et aueupio chiama se stesso « Chrisostomus (3) Colomnius »; su di una in lingua nostra volgare italiana ecc. ecc., dello stesso autore (che i testi italiani scrivono Herbestain), pubblicati in duo edizioni, una veneziana del 1.550 e una giuntina del 1574. Cfr. S. Ciampi, Biblio- grafia critica delle antiche r-ecipì’oche corrispondenze….. dell’Italia, colla Russia, colla Polonia ecc., Firenze, 1834, 1, pp. 160-161. Una svista del Pepe (Op. cit., p. 304) è che il Ciampi ricavi la relazione- deli’ Herbestein dai manoscritti di Raffaello Barberini, mentre egli cita direttamente dalla stampa dei Commentarii. (1) Lo dice, prima di tutto, il Suavio in persona nel suo Viaggio- {Operette cit.), poi Filonico Alicarnasseo nella Vita d’Isabella d’A- ragona (Bibl. Naz. di Napoli, ms. X. B. 67, ff. 54-55), e dopo di loro gli storici moderni e contemporanei, che è inutile citare. (2) Op. cit., p. 308. (3) Cfr. Belisakii Aquivivi-Aragonei, Nerilorum ducis , De ve- DELLA LETTERATURA ITALIANA 7 elegia in fine dell’anonimo racconto della Disfida di Barletta sta scritto « Clirysostoinns » (1); col nome di « Chrysostomus Neapolitanus » è inserita una sua Epistola de situ et moribu» Hollandiae nelle AntiquUates inferioris Oermaniae dello Scri- verlo (2). Anzi in questa lettera il nostro umanista dice di aver eretto in quei siti in curioso monumento : in mancanza di marmo e di bronzo, ha innalzato un monticello di arena^ coprendolo di verdi cespi e circondandolo di manipoli di giunchi, e sopra ci ha scritto i seguenti versi : Erexit molem Chrysostomus, urbis alumnus Parthenopes, studio qui luiec littora adusque videndi (3). Nelle lettere che scrive per Ferrante, duca di Calabria^ come suo segretario, si controfirma « Chiysostomus » (4). Due suoi epigrammi col nome di « Jo. Chrysostomi » sono inseriti in raccolte di poeti latini (5). Ci restano, infine, altre due opere inedite, in volgare ; V una : Onexander de Optimo Imperatore^ traducto da lengua latina in italiana da Chryso- STOMO CoLONNO (sic) ; l’altra : Sonetti e Canzoni petrarchesche, iiatione et de auciipio, de re niililari et ùngulari ceri amine. In ti ne: « Impressum Noapoli in Bibliotheca Joan. Pasquet-do Sallo Anno dni M.D.XIX. V. lunii. » (1) Cfr. Historia del combattimento de’ tredici Italiani con al- trettanti Francesi ecc., Napoli, 1633, p. 67. Per il valore di questo libro cfr. N. F. Faraglia, Ettore e la casa Fieramosca, Napoli, 1883, pp. 37 sgg., in nota. (2) Cfr. P. Scriverti, Inferioris Germaniae, Provinciarum uni- tarum AntiquUates ete., Lugduui Batavorum, MDCXI,pp. 127 sgg. (3) Op. cit., p. 134. Se la sintassi del distico corro poco, è certo però che questa n’ è 1′ esatta trascrizione dall’ op. cit. (4) Cfr. 1 Borgia, Italia. 1820. In appendice si trovano otto lettere del Duca di Calabria a Baldassarre Milano, altre due del re Federico e della regina Isabella. (5) Sono pubblicati da Gio. Matteo Toscano nel t. II, p. 208 della raccolta Carmina illustrium poetarum, Lutetlae, pp. 1576-77 (cfr. M. Tafuri, Op. dt. e loc. cit., p. xx), che non ho potuto vedere ; e ripubblicati con lo stosso nome errato da Ranuzio Ghero in Deli- tiae ce italormn poetarum, 1608, t. I, p. 672, e in altra ristampa della stessa opera. ■8 RASSEGNA CRITICA non so sotto qual nome (1). Xè con uno diverso lo conoscono a lo indicano i suoi amici. Antonio de Ferrari, detto il Galateo, dirige « Ad Chrysostomum » varie opere ed epistole (2). Oiano Anisio in un epigramma « Ad Chrysostomum » fa bisticci con parole greche su tal nome (3), e « Ad Chryso- stomum » indirizza una satira del secondo libro (4). Alfonso di Gennaro parimente « Ad Chrysostomum » dedica un suo breve carme (5), Da ultimo, Fabrizio Luna nel suo Vocabulario, sotto la parola « Qualità », riportando due epigrammi latini di lui, lo chiama due volte « il bon Chrisostomo », aggiun- gendo alla seconda : « sendo de la granda Isabella d’Ara- gona imbasciatore appresso sua Maestà » (6). E mi pare che basti, senz’altre citazioni, per convincersi che mai Crisostomo Colonna ebbe, o s’assunse, un altro nome, di cui del resto non aveva bisogno, poiché alla consuetudine dei pontaniani di rifarsi un nome classico ben rispondeva quello suo di battesimo, presso di netto dal greco, e il suo cognome di famiglia, facilmente latinizzabile. D’altra parte, giammai tra i (1) La prima, ricordata dal cit. M. Tafuri, si trova tra i codici manoscritti della bibliotèca dei Gesuiti a Torino ; la seconda, ripor- tata dal solo Minieri – Riccio, è in un manoscritto dell’abalp Serassi, •donato poi al marchese Arditi. Per quanto importante quest’ultima, perchè ci svelerebbe un nuovo lirico petrarchista napoletano, affatto sconosciuto, non ho curato farne per ora particolare ricerca, come cosa estranea all’assunto del prosente lavoro. (2) Una in morte di Lucio, figlio del Fontano, è pubblicata in F. CoLANGELO, Vita di Gioviano Fontano, Napoli, 1826, p. 179 ; altre, che si trovano in un codice vaticano, sono : De morte fralris, De villae incendio, De Hieronymo Ingenuo et Lupieìisi Academia, Ad Chrysostomum, Ad Crysostomum de pugna tredecim equiiutn (cfr. B. Papadia, Vite di alcuni uomini illustri salenlini : «Vita d’Antonio de Ferrarli», Napoli, 1806, p. 68). Cfr. l’ediz. delle Opere del Galateo fatta a Lecce nel 1867-71 {Collana degli scrittori di Terra d’Otranto). (3) Iani Anysii, Variorum poematum libri duo, Napoli, Sultzbach. 1538, e. 20 V. (4) Iani Anysii, Satyrae etc. , Napoli, Sultzbach, 1532 , e. 43 v. (5) Alphonsi Ianuarii, patritii neapolitani Cariìien Sacrum etc, Napoli, 1533, e. 182. (6) Fabricio Luna, Vocabulario di cinque mila vocabuli toschi ecc., Napoli, 1536 (ad v.). DELLA LETTERATURA ITALIANA 9 pontaiiiani si trova nominato Partenopeo Suavio (1). Con ciò mi sembra sufficientemente dimostrato che la voluta identificazione del Minieri-Kiccio manchi di prove e di verosimiglianza. Ma, se sono d’accordo col Pepe nella confutazione, non posso essere consenziente del pari nell’ ipotesi sua. Egli, notando che in una novella del Bandello (XXXIV.”” P. Ili; si dice che furono nella compagnia di Prospero Colonna, ad accompagnare Bona Sforza in Polonia, Federico Crivello e Girolamo de la Penna perugino, aggiunge : « Prendiamo « questa notizia per domandare agli eruditi se si possa all’un « dei due attribuire il Viaggio. Essi, è vero, non sono Napo- « letani, mentre il Suavio si dichiara partenopeo, ma noi « non vediamo il napoletano nella sua scrittura, come potrà « pur notare chi legge il Viaggio nella copia posseduta dal « conte Francesco Bonazzi in Napoli, che pare la sola esi- « stente » (2). Quanto poco si regga tale ipotesi ognuno vede da sé. Un « partenopeo », si voglia o non voglia, non può essere che un napoletano di Napoli. E di forme dialettali napoletane se ne trovano a profusione nel Viaggio, come, per dirne alcune : « se strenge ^> , « mantenir » , « basando » , « brusciando » , « ditto » , « jjassaimo » , « straccando » , (1) Non è il caso di citare tutti coloro che hanno scritto dell’ac- cademia pontaniana. Mi restringerò al dotto Agostino Gervasio, che nelle suo carte manoscritte, lasciate alla biblioteca dei padri Gero- lamini di Napoli, ha molti appunti, o lavori cominciati sugli acca- demici pontaniani. Vi sono liste di nomi e di pseudonimi (Pil. XXVI, n. VI, Ibid., n. Vili, Ibid. n. IX, Ibid. n. XI), tra i quali non è no- tato quello di Partenopeo Suavio ; un principio di studio sul Colonna e propriamente sulla lettera De situ Hollancliae, e altri cenni sul medesim o, uno spoglio delle OiJeretle del Suavio, senza però nessuna annotazione, né storica ne critica, sull’ autore (cfr. anche E. Man- darini, 1 codici manoscritti della tnblioteca oralonana di Napoli ecc., 1897, pp. 172-182). (2) Op. cit., p. 309. È inesatto che la copia delle Operette del Suavio, che appartiene al sig. conte F. Bonazzi e che il eh. uomo ha avuto la cortesia di mostrarmi, sia la sola esistente : oltre quella del Minieri-Riccio, che non so dove sia andata a finire, ne ha due la Biblioteca Nazionale di Napoli, segnate : S. Q. XXI, C, 34 e S. Q. XXV. I. 16. 10 RASSEGNA CRITICA « appicciate » , « stuffato » , « lignami », « scoppetti » eco». Infine, come si vedrà or ora. uno storico ha raccolto 1 nomi delle persone più note, che accompagnarono Bona Sforza e Prospero Colonna, tra lo quali non si trovano i due nominati dal Randello, e uno storico è piìi sicura fonte d’un novelliere. Sicché, dopo tanto discorrerne, neanche il Pepe ha svelato il mistero del Partenopeo Suavio, con la domanda rivolta agli eruditi. Ma lo svela con « voce sicura, balda », e non dirò «lieta», perchè non ha l’aria di fare una scoperta, ma soltanto di affermare semplicemente un fatto noto, il già citato A. Darowski. Il quale, discorrendo in un articolo deWItalia moderna del viaggio di Bona Sforza (1), in cui segue a passo a passo le tracce del Suavio, come altri aveva già fatto (2), riferisce « i nomi degli insignories, cioè delle persone « marcanti fsicj appartenenti alla nobiltà italiana, che andarono in Polonia in quella circostanza », lasciatici da uno storico contemporaneo polacco. Insto lodoco Decio, che descrisse in latino le nozze del re Sigismondo (3). « Erano dunque, in viaggio — così il Darowki — il signor Spinetto, « patrizio DI Lecce, destinato ad essere il bardo del « VIAGGIO o PIUTTOSTO LO STORIOGRAFO, il napoletano « Nicolò di Carmignano quale tesoriere, con l’aiutante Pietro; (1) Adam Darowski, Il viaggio di Bona Sforza in Polonia (ne L’Italia moderna ecc., a. VI, voi. I, fase. 7, aprile 1908, pp. 716 sgg.). (2) Cfr. lo storico di Rari, G. Patroni, come s’è accennato più indietro, (3) Nuptiarum regis Sigismundi descriptio per Just. Iod. Ludo- vicuM Decium, Cracoviae, 1588. Questo è il titolo dato dal Darowski (a p. 717, in n.); ma i nostri bibliografi lo riproducono più esattamen- te, e cioè : Diarii, et eoruin quae memoralu digna in splendidissimis Sigismundi Regis et Bonae Mediolani Barique Ducis, Principia Ras- sani Nuptiis gesta, Cracoviae apud Hieronynum Victorem, 1518, 4.° (cfr. S. Ciampi, Bibliografia cxi., I, p. 91, e F. De Daugnon, Gli Ita- liani in Polonia dal IX secolo al XVIII, Crema, 1905, I, p. 132). Ignoro se l’opera del Decio si trovi in biblioteche italiane. DELLA LETTERATURA ITALIANA 11 «Alfonso Giialaudiui, pisano ecc. >^ (1). E più innanzi: «li nostro patrizio di Bari, Spinetto- Ventura, il Parte- « NOPEUS (sic) (2) SuAVius, SÌ penti d’ essersi messo in « viaggio » (3). E più innanzi ancora : « Il giorno della par- « tenza da Vienna, 24 marzo, isi»ira liricamente il letterato « NAPOLETANO Spiiietto – Ventura, celato sotto il (sic) « pseudonimo di Partenopeo Suayio » (4). E così, in tre colpi, è itlentificato il Partenopeo Snavio nel signor Spi- netto, o Spinetto- Ventura, patrizio di Lecce, di Bari e let- terato napoletano, a trasformazione ! Ma come ciò sia saltato in mente al Darowski, o chi glie!’ abbia suggerito, egli non dice, perchè ha la lodevole abitudine di non citar fonti, se non polacche, e di fingere d’ ignorare, oltre quando ignora davvero, le cose nostre. In questo caso non importa che furono già fatte due identificazioni del SuavvO, prima di lui; e’ è* la sua, senza prove, e basta ! Senonchè è un’ idea venuta fuori in un secondo parto, posteriormente a un suo libro in polacco su Bona Sforza (5), stampato quattr’ anni innanzi, (1) Art. cit., p. 17. (2) È curiosa la fisima di A. Darowski di latinizzare il nome del Partenopeo Suavio, che appare sempre in volgare nella stampa e presso tutti coloro che lo nominano. Spesso poi Parlenopeus è scritto senza h, non so se per colpa del proto. (3) Art. cit., p. 719. (4) Art. cit., p. 724. (5) Adam Darowski, Bona Sforza, Rzym, Tipografia del Senato (Forzani e C ), 1904, pp. 133-170. Di questo libro, sebbene edito in Roma, non mi consta che si siano occupati gli eru^liti italiani, e del resto non è nei limiti ne nell’intendimento del mio scritto occuparmi della tìgai«i storica di Bona. Quanto ai dua articoli già citati, dei quali non ho potuto sapere se sono scritti originalmente in lingua nostra, oppure sono tradotti, posso dire che spiace in essi non tanto la superficialità, con la quale si tratta la materia, quanto il vedere che non si citano affatto i predecessori nello stessissimo ar- gomento , tra cui Benedetto Croce e L. Pepo. Ma mi spiace più di ogni altra cosa questo giudizio sulla Napoli del primo Cinquecento : « I titoli sono infiniti come le belle parole e le regole dell’etichetta. « Del resto Napoli era, allora, non tanto rifugio dell’ arte e della « letteratura, quanto un cenacolo (?) di pompa religiosa e mondana ». 12 RASSEGNA CRITICA del quale l’articolo neWItalia moderna e la traduzione d’una parte, con piccole modificazioni e ritocchi dell’originale. In esso, anche senza conoscere la lingua polacca, ma con un po’ di facile astuzia, si può vedere che al nome di Spinette – Ventura, non sono appiccicati quegl’ incisi, che gli appiop- pano lo pseudonimo così di straforo, e non e’ è addirittura il secondo dei periodi che ho citato (1). Xon corroborata di prove, anche quest’ altra affermazione è facile a smontare. La famiglia Ventura era patrizia di Bari, di Trani, di Taranto (2), di Molfetta (3) e di Lecce (4), e ciò può scusare fino a un certo punto l’ incertezza del Darowski, ma Spinetto (nome personale, non di famiglia; Ventura è un personaggio storico. Il Galateo, chiau)andolo « amicus uoster », ricorda un suo atto di valore, cioè d’aver preso j)rigioniero e condotto a Brindisi un capitano francese nella battaglia di Mesagne, quando gli Aragonesi ricuperarono il regno dopo la ritirata di Carlo Vili (5). E, c(mie amico del Galateo^ dovè essere anche colto negli studi, perchè è da questo nominato in una lettera al Crisostomo tra i i)ochi componenti dell’accademia leccese : « Kos hic praeter Spinetum et Maramontium, egre- gie moratos iuvenes, Eaimuiidum, Sergium, Donatum, et alterum Donatum, neminem admittimus » (6). Ma l’essere un giovano colto e bene costumato non significa esser poeta, e però nessuno lo conosce come tale (7). L’amicizia col Galateo Ciò basti a dar la misura della preparazione storica dello scrittore polacco ! (1) Op. cit., tra pp. 133 e 153. (2) B. Aldimari, Memorie hisloriche di diverse famiglis^nobili ecc., Napoli, 1691, p. 745. (3) Cfr. L. VoLPiCELLA, Bibliografia cit., p. 577, n. 1812. (4) Cfr. L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti ecc.. Lecce, 1874, I, p. 62. (5) Antonii Galataei…. Liber de situ Japygiae, Napoli, 1624, p. 55. (6) È pubblicata nel t. Vili dello Spicilegium romanum di An- gelo Mai (Roma, 1842), con altre lettore del Galateo a pp. 556-559. (7; È inutile citare gli scrittori e raccoglitori antichi e moderni di notizie letterario e biografiche, né i biografi di Antonio do Fer- rarlis detto” il Galateo ; basterà por tutti far notare che nella dili- DELLA LETTERATURA ITALIANA 13 ci spiega come egli si trovi al seguito di Bona Sforza, poiché il Galateo era stato per venti anni « medico e domestico » d’Isabella, cui aveva dedicata VEsposizione dell’ ora/ione domenicale in volgare, quando si trovava in Bari nel 1503 (1),. e a Bona aveva diretto un’ epistola, in risposta ad una di lei, nella quale esortava la giovinetta futura regina a stu- diare un po’ piti le lettere e a meglio seguire il suo precettore^ Crisostomo, in tono abbastanza franco ed aspretto anzi che no (2). Dunque, Spinetto – Ventura è leccese, è guerriero, è accademico anche, ma non è ne « bardo » ne, tanto meno, « napoletano » e « partenopeo ! » Nella biblioteca dei PP. dell’Oratorio di Napoli, rile- gato con altri libretti dello stesso formato in 8.°, si trova il seguente : Le cose Vulgare de Missere Colantonio Carmignano gentiluomo Neapo litano Morale et Spirituale Nona mente Impresse. (A tergo) : « Stampato in Venetia per Georgio di I Rusconi Milanese. Nella incarna | tione del nostro Si- gnore Mes I sere Ihesu Christo | M. I). XVI Adì | XXIII de De | cembre ». Libro raro quanto altro mai, perchè sconosciuto affatto ai bibliografi, che ho citato in principio (3)^ ma del quale il primo, che io sappia, a darne cenno fu il Quadrio (4)^ gente opera di A. Foscarini, Saggio di un catalogo bibliografico degli scrittori salentini, Lecce, 1896. il Ventura non è nominato. (1) Cfr. B. Papadia, Vite già citt., pp. 25 e 45. (2) V, nel medesimo t. Vili dello Spicilegium romanum cit., pp. 532-534. (3) Cfr. più addietro. Però solo per dar conto delle vignette che si trovano nel libro, lo cita nella sua òpera ap. 384 il Due de Rivoli, Bibliographie des livres à figures véniliens de la fin du XV^ siede- et du commencement du XVI^ , Pai’is, 1892. Da questa sappiamo che se ne trova anche una copia nella Marciana, segnata col n. 2432. (4) Cfr. F. S. Quadrio, Della storia ecc. già cit., II, 228. Ne dà 14 RASSKGNA CR.TICA Ne dovette, i)erò, aver iioti;^ia indirettamente, poiché dice che è « senza nome di luogo né di stampatore né anno », sebbene sappia che contiene sonetti, capitoli ed egioo-he in rima sdrucciola, e che 1′ autore nella lettera i)remessa alle dette rime riconosce per suo maestro Iacopo Sannazaro. Ora, dopo avertivuto per le mani le Operette del Parteiu>peo Suavio, non si può non accorgersi, a prima vista, e forse non senza qualche meraviglia, che una buona parte di esse è « identica » alle Cose vnlgare di messer Col’Antonio Carmi guano ! Ma dimostriamo con le prove. Cominciamo dalla prima dedica : Il Partenopeo Suwio allo Illu- strissimo Ferrando de Capua Duca de Termoli Bencho Illustrissimo mio Duca et Signore chiai’amente cognosca Al tuo generoso ualoro con più conueniento essempio conuenirse, Libro funduto do guberno do pe. rogi’ini ot ualorosi exerciti, forma et modo da passar ponti, fiumare, et collocare campi de armata gen te, AssodiarCitade, oxpugnare for- tezze, debellar superbi, pei’donai-e alli uinti, et in li congrui et conue- nienti tempi secreti de nemorose et canpestre cazze si do uolatili fal- coni, come dispositione et ualoro de brachi et correnti cani, lazzi, reti, sbiedi, et altri nocessarij instruraenti sopra ciò ciù hono- « rarlo, lo creò Generale Locotenente di tutti i suoi stati, et « in segno eh’ era suo confederato li concesse l’aquila d’ar- « gento in segno del Regno di Pollonia et la lettera S d’oro « significa il cognome ». In cotesto brano, errori ed ine- sattezze a parte, si trova la solita ampollosa amplificazione dei genealogisti, nonostante che il nostro dica che gli sia «tata mostrata ogni cosa « per scritture autentiche et in carta pecora »; poiché piìi modesti furono gli uffici che il Carmiguano tenne presso Bona Sforza. Rileviamo dalia citata opera del Pepe (2) che la regina di Polonia, nonché duchessa di Bari, mirava ad estendere il ano poteie anche sul Castello di detta città, i cui castellani 1′ imperatore si era riserbato il diritlo di nominare di sua fiducia, mentre ancora pendeva la lite [»er l’assegnazione delle terre a Bona Sforza. E questa riuscì nel suo intento, perchè il 28 aprile 1537 le fu fatta la consegna del Castello, dietro versamento di 3000 ducati a Nicolò Maria di Somma, Castel- (1) S. Mazzella, Della descrittione del Regno di Napoli, libro I, Napoli, 1597, pp. 653-655. (2) Op. ci/., p. 177. 20 RASSEGNA CRITICA lano regio, da parte di Nicolò Antonio Oarmignano di Napoli,. « General Tesoriere » di Bona (1). Nel 1539 è castellano e tesoriere insieme, essendogli dati tali titoli da Giacomo Fer- dinando, barese, medico della regina in Polonia, nelP indi- rizzo di una lettera, di cui fa cenno il Ciampi (2). Dunque,^ solamente tesoriere generale e castellano in Bari per lo mena in quei due anni (3), fu il nostro Oarmignano, . ma non luo- gotenente generale e governatore, come vuole il Mazzella, poiché si conoscono i nomi dei governatori a Bari per Bona, dal 1524 al 1548 (4). Questi sono i dati biografiei sicuri, perchè documentati ; altri, più o meno probabili, possiamo ricavare dalle sue opere. In relazione con Isabella d’Aragona, madre di Bona, non fu per certo fino al 1516, data dalla stampa delle Cose Vulgare, perchè non v’è nominata mai. Ma innanzi alla descrizione del viaggio a Cracovia, nelle Operette, si trova una dedica in prosa a lei, nella quale ricorda la sua « cordial servitù » e un sonetto laudativo. E nella nota dei personaggi del seguito di Bona, lasciataci dal polacco Insto lodoco Decio, e che abbiamo già citata, leggiamo il nome del Carmignano, con la qualità di tesoriere. Un altro argomento per l’ identifica- (1) Op. cit., pp. 192, 194 e 195. (2) Cfr. S. Ciampi, Notizie dei medici, maestri di musica ecc. italiani in Polonia ecc., Lucca, 1837, p. IO. Cita, sotto Giacomo Fer- dinando da Bari, una sua lettera intitolata De Felici Connubio Se- reniss. Hungariae Regis Ioannis et Isabellae Poloniae regis filiae;et de laudibus utriusque Sigismundi Poloniae regum, ac Reginae Bonae Sfortiae ecc., e diretta « Ad Nicolaum Antonium Carmignanum Neapolitanum, Bariensem Castellanum, et Serenisi. Reginae Bonae Thesaurarium », la quale è stampata a Cracovia nell’anno 1539. La stessa notizia si trova ripetuta in altre due opere del Ciampi, Noti- zie dei secoli XY e XVI sull’Italia, Polonia e Russia ecc., Firenze, 1833, pp. 43-44 ; e in Bibliografia cit., I, p. 19. (3) A rigor di termini, la data della stampa della lettera di Gia- como Ferdinando ad Antonio Carmignano, cioè il 1539, non prova che proprio in queir anno quest’ ultimo avesse le due cariche, po- tendo essere la stampa posteriore all’ anno in cui fu scritta e indi- rizzata la lettera stessa. Cfr. più innanzi per la carica di tesoriere (4) Cfr. L. Pepe, Op. cit., pp. 182-186. DELLA LETTERATURA ITALIANA 21 zione sua col Partenopeo Suavio ! Ma tesoriere d’ Isabella, che certo non poteva essere di Bona, dovè essere nominato proprio in qnell’ anno 1518, perchè nel novembre dell’ anno precedente, quando Isabella da Bari si recò in Napoli solen- nemente per le prime feste del matrimonio di Bona, aveva nel suo seguito come tesoriere Giosuè di Euggiero, a detta del Passero (1). Possiamo poi tenere per attendibile la no- tizia dello storico polacco, perohè è precisata dall’aggiungere che fa al nome e alla carica del Carmignano quello di un tal Pietro suo aiutante. Dalla medesima dedica ad Isabella si rileva anche come fosse il nostro in relazione con Prospero Colonna tanto legato, come si sa, alla duchessa di Milano e di Bari (2), Egli dice che si trova « alla altezza et gratia » di lui « in grandissima obligatione » e che da lui gli è stato « a bocca comandato » di scrivere il viaggio di Bona, nonostante le sue titubanze. Ma, fuori le lodi a lui profuse nei capitoli della descrizione del viaggio (3), non troviamo altre lodi o altri cenni nelle sue poesie, sotto il primo e il secondo nome ; sicché non sappia- mo quali furono i veri suoi rapporti col famoso capitano (4). Invece, più frequenti e più intime sono le relazioni con un altro nobile signore e capitano di gente d’arme. Ferrante di Capua, duca di Termoli, ai quale abbiamo già viste dedicate sia le Cose Vulgare, sia le Operette con le medesime parole. Il padre di questo Andrea, morto nel 1512, si vede far parte della « società », come si direbbe ora, d’ Isabella e di Bona nel romanzo Qiiestion de amor, illustrato dal Croce (5), ed è presumibile che avvenisse lo stesso del tìglio. Il Carmignano gli dedica aucora il sonetto LXXVII e i capitoli XVI, XVIII-XX, laudativi per lui, per i suoi, per gli altri personaggi contem- pi) Cfr. G. Passero, Giornali eco , Napoli, 1786, pp. 241-242. (2) Cfr. la cit. Vita ms. di Filonico Alicarnasseo circa i rap- porti tra Isabella e Prospero Colonna e la confutazione del Pepe {Op. cit., pp. 121-123). (3) Cfr. i capitoli IV, V e passim. (4) Cfr. S. Ammirato, Famiglie nob. uap. I pp. 71-72. (5) Cfr. B. Croce, Di un antico romanzo spagnuolo , relativo -alla storia di Napoli. La « Queslion de Amor», Napoli 1894. 22 RASSEGNA CRITICA poranei. Ne piange poi la morte, avvenuta nel 1531 (1), in una Visione in terza rima. Pili determinati, i)er la biografìa del nostro autore, e più estesi sono i suoi rapporti con Pietro Antonio Sanseverino, principe di Bisignano. Preceduti (2j, era al ser- vizio della maestà cesarea e al seguito del Sanse verino, in un duro, se non modesto, ufficio, è ovvio supporre che per un certo tempo non dovè più godere i favori di casa d’Ara- gona e di Bona Sforza, di cui aveva cantato il viaggio nu- ziale. Di che si può trovar un accenno nelle prime parole della dedica a Giulia Orsini : « da multe varie muudano angustie et calamità al presente oppresso me ritrovi », e in questi versi al principe di Bisignano : E ben che afflitto me ritrovi e mesto De molti colpi di fortuna fella ‘ Come è già a tutto il mondo manifesto ecc. Altri pochi e generici cenni biografici trovo nei rima- nenti capitoli lodativi ad Antonio Sanseverino e a Giulia Orsini. Una volta fu gravemente ammalato e presso a morte (1) Cfr. più indietro. (2) Il Rosso {Op. cit.) dice che il 20 maggio di quell’anno co- minciarono le molestie da parte dei Veneziani e dei Francesi contro i signori che tenevano le parti imperiali in Calabria; il Carmignano nell’undecimo ed ultimo capitolo del suo racconto fissa la data del 26 agosto : « Posava il sol con la sua cara aurora Nel vigesimo sesto di de Augusto ecc. ». 24 RASSEGNA CRITICA in Santo Mauro, ma fu confortato da una visita del suo si- gnore e dalle cure afifettuose della dama , di cui poi per gratitudine esalta le bellezze fisiche, un po’ troppo minuta- mente e liberamente esposte. Non poteva certo prevedere che tali bellezze dovevano essere cagione, di lì a pochi anni, della tragica morte per amore della donna così lodata ! (1) Alla medesima poi dice che è passato il tempo in cui furono vivi i suoi spiriti giovanili, in cui la sua bionda chioma si ornò di mirti nell’amorosa scuola, e che, se scrive in senile età, è spinto a far le sue lodi dalle preclare virtìi di lei. Non vorrei che ciò paresse in contraddizione con quanto ho osservato circa la sua validità a portar armi nella spedizione dal 1528. Prima di tutto, un uomo, che fa della galanteria, si chiama vecchio soltanto se non è più giovane, e poi al più al j)iù sono passati sette anni da quella spedizione, es- sendo le Operette stampate in Bari nel 1535, quando forse il Oarmiguano era di nuovo al servizio di Bona Sforza. Stando in corte dei principi di Bisignano, ebbe occasione di far onore, oltre che ai suoi padroni, anche ad Isabella di Capsia, principessa di Molfetta, quando questa andò a loro far visita, ianta selvaggia; se coltivata da mano di esperto agri- coltore produce frutti, se non ottimi, almeno di buon sapore, il Carmignano invita il celebrato poeta deW Arcadia, chiaman- dolo « unico mio et venerando gnbernatore et insertore tanto de le domestiche come silvatiche piante », ad entrare in « un picolo et inornato orticello de diversi et varii arboscelli » da lui disegnato e composito, « prima che alchuni de soi frutti in publico si veflla ». E prosegue in questo tono : « Entraui « donque tu nono Saturno de li indomiti campi, et mena « attorno secondo il tuo iuditio la tagliente et secura falce, « e lassaui su alcuno de li sai)orosi inciti che escono da le « tuoi artefice et sante mano ecc. ecc. ». iVppreisso ai sonetti ed ai capitoli seguono quattro egloghe in terzine sdrucciole; nella terza è intercalata una canzone petrarchesca di 5 strofe e congedo con questo schema : ahC, abC, cdeeD^fF — A b A, e nella quarta 2 sestine: tutte forme metriche sanna- zariane. Fra i nomi di pastori, sotto quello di Suavio si nasconde 1′ autore e sotto quello di Silvano il Sannazaro, lodato dal Suavio nella seconda delle due terzine, sul cui titolo però è segnato il suo vero nome, per tema, forse, che non si comprenda chiaramente l’allusione del nome pastorale. Queste quattro egloghe sono comuni alle «lue stampe ; nella posteriore poi si legge, come fu già accennato, una « Vision de lo Authore sopra de una Egloga », in cui un’egloga non è rappresentata in atto, ma come « visione » dell’autore, il quale nel sonno, dopo aver seguito una pastorella e uditi i suoi lamenti, riferisce il dialogo di tre pastori, Suavio, Tirinto e Silenio, (he ode standosene nascosto, e poi si risveglia. Le parti liriche in terzine sdrucciole o piane, in numero di dieci, sono intramezzate dal racconto in prosa, che formano dodici brani. La forma mista di prosa e versi fu pensare siìVArcadia, ma il componimento è ben lungi, anche nella sua struttura, dall’es- sere una vera e propria imitazione del famoso romanzo pa- storale. E questo è tutto quello che il Carmignano deriva dal Sannazaro. Al Minieri-Riccio (1) parve che egli avesse il merito della (1) Cfr. Catalogo dei libri vari ecc. cit., I, p. 286. DELLA LETTERATURA ITALIANA 31 priorità dell’ egloga dramuiatizzata, per aver composto una Cingaria, in cui una zingara recita dei complimenti, sotto forma di ventura, ai principi di Molfetta, alla principessa di Bisignano, alla duchessa di Termoli e ad altre dame e cava- lieri, in isciolti con rimalmezzo; e più ancora per un’ « Egloga recitata », in cui pigliano parte una ninfa e tre pastori e si chiude con una canzone. Ma gli studi più recenti hanno dimostrato che l’ egloga cominciò a recitarsi fin dalla fine del secclo precedente, e però il Carmigiinano ha dei prede- cessori, che è inutile qui ricordare (Ij, mentre la sua breve e povera comjjosizione non è neppur alla lontana para- gonabile alle posteriori dell’ Epicuro e del Tansillo. * • * Sebbene nel tentar vari generi sia sempre riuscito sotto al mediocre e pedestre e plebeo, pure il nostro poeta non è così inferiore a tanti altri contemporanei, per lo meno di egual va- lore, da meritare che nessuno del teuìpo suo lo conosca e lo nomini, sia pure una volta sola. E lasciamo stare il Sanna- zaro, così da lui ammirato e lodato, il quale non lui solo, ma anche altri suoi ammiratori, non nomina negli eleganti carmi e bielle lettere (2), ma fanno lo stesso anche coloro che, come il Borgia (3), essendo in rapporti con Isabella (1) Cfr. F. ToRRACA, Sul teatro italiano antico (in Discussioni e ricerche letterarie, Livorno, 1888, p. 117); G. Carducci. Precedenti dell’ Aminla (in .V. Antologia, 1894, voi. 136. pp. 582 sgg. i. (2) Co’ne, per esemplo, il Borgia, iioaostaate che due epigrammi del vescovo di Massa Lubroaso siano inclusi noli’ odiz. del 1528 del De Partu Virginis. A proposito di tal silenzio si confronti ciò che ne dice il Giustiniani contro il D’Afflitto, / tre rarissimi opuscoli di Simone Porzio, di Girolamo Borgia e di Marcantonio DellI Falconi, scritti in occasione della celebre eruzione avvenuta in Poz- zuoli neW anno 1538, colle memorie s’oriche de’ suddetti autoH, Napoli, 1817, p. 115. (3) Cfr. HiERONYMi BoRGiAE, Massae Lubrensis Episcopi, Cartnina ■lyrica et heroica etc, Venezia, 1666. Vi si trovano un’ode saffica / Ad Bonam Sforliadeni, distici « Ad candem » e tre componimenti 32 RASSEGNA CRITICA d’Aragona e con Bona Sforza, cui indirizzano poetiche lodi,, dovettero quasi certamente conoscerlo da vicino. A sua volta il Carmignano mostra di non essere in relazione con altri poeti, eccetto Girolamo Britonio, col quale dovè avere una certa intimità, se gV indirizza un sonetto lodativo delle sue rime con queste parole : « Dolce Brittonio mio, che ‘1 ciel benigno — Si li toi versi favorisce et ama ecc. (1). E il Bri- tonio per tutta risposta non gli risponde, mentre nomina tanti altri rimatori nel suo canzoniere, la Gelosia del Sole ! (2). In un altro sonetto il Carmignano, pur mostrandosi mode- stamente contento che la sua musa sia accetta ad un amico, dice di non, volere gareggiare con lui, perchè si rammenta del caso di Marsia. Forse, sarà diretto al medesimo Britonio,. perchè segue al precedente (3). Chi poi sia il « Silvan Flam- raineo » che « insiemi » raccolse le sue « Operette » « in varij tempi et per diversi subietti composte », è questione da non tentar di risolvere (4). in distici per Isabella d’Aragona. In una satira intitolata « Ad Eru- ditos superstites de Cacolago Poeta », enumera vari eruditi, come Egidio, Capece, Galeota, Anisio, Elisio, Martirano ecc., ma non Car- mignano, né Partenopeo Suavio. (1) Nelle Operette, son. XCI. (2) Ofr. G. Britonio, La gelosia del sole ecc., Venezia, 1549,. passim. Vi sono nominati, tra i più noti, Sannazaro, Carbone, Carac- ciolo, Gravina, Summonte, Equicola ecc., e tra i meno: Ascanio, Gollio, Tiberio, Rosanio, Arnonio ecc. Per il Britonio, cfr. F. Flamini,. Il Cinquecento cit., pp. 190 e passim. Ma il copioso canzoniere del Br., per quanto monotono, fiacco ed insipido, a detta del Flamini,, merita forse una più larga notizia. (3) Operette, son. XCII. (4) S’è visto che il Sannazaro è chiamato «Silvano», nelle egloghe nel nostro, ma non può esser lui, già morto, a raccoglierne le opere nel 1535. L’altro nome di «Flammineo » farebbe pensare a M. Antonio Flaminio, il quale nel 1514, ancor giovinetto, venne a Napoli a cono- scere il Sannazaro e i suoi amici, e tornò tra noi più tardi, sulla fine del 1538. Ma queste date non collimano con quelle dolla stampa delle Operette. Di più, se un tempo si credette che due libri di carmi latini di Marco Antonio avessero il titolo di Silvae, donde avrebbe potuto derivar « Silvano », ora si sa che queste Silvae sono due libri d’erudizione del padre Gio. Antonio (cfr. E. Cuccoli, M. Antonio- DELLA LETTERATURA ITALIANA S’J E queste sono tutte le sue relazioni letterarie (1). Sicché il Carmignano, vistosi così poco tenuto da conto, quando ritornò in Bari e volle ripubblicare nel 1535 i primi versi del 1516 ed aggiungervene dei nuovi, per ingraziarsi o ringraziare Bona Sforza, che insieme con la madre, era già stata sua padrona, pensò di tacere il suo nome, che non volava alto nel campo letterario, e di foggiarsi uno pseudo- nimo classicheggiante e risonante, col quale, a dispetto dei contemporanei, potesse, con l’aria d’un pontaniano, arrivare alla posterità, legandolo al Viaggio de la Serenissima S. Donna Bona Sforza. E riuscì nel suo intento : che, se come poeta lirico poco o nulla di lui si curarono i posteri (2), deve alla notorietà del racconto di quel viaggio che il nome di Par- nopeo Suavio, per nulla accademico, sia stato un indovinello erudito di benemeriti studiosi e dell’umile sottoscritto. G. Rosalba APPENDICE Quando era già alla stampa il presente lavoro, ho ricevuto dalla cortesia del conte E. Rogadeo di Bitonto un fascio di noti- zie su Col’Antonio Carmignano, estratte con somma diligenza di perito studioso dall’archivio notarile di Trani. Grato al munifico donatore , e pubblicamente ringraziandolo , mi giovo di esse a maggiore conferma dei dati biografici, affermati o supposti, sul nostro rimatore. Una riprova che il Carmignano fosse, per un certo tempo, Flaminio , studio, Bologna, 1897, p. 27). Sicché l’ ipotesi è totalmente dascartare. Sarà stato un amico e contemporaneo più oscuro, al quale il Cartniguano regali, oltre die a sé, uno pseudonimo pomposo ? (1) Trovasi anche un capitolo, su cui è questo titolo: «Super Carmen D. Francisci Fui. divini poete » {sic). Di qual nome possa essere abbreviazione la sillaba « Pul. » non ho saputo indovinare, pensando ai poeti contemporanei o anteriori al nostro. Sarebbe trop- pa audacia supporre un errore tipografico, dei quali c’è abbondanza nella scorretta stampa, e leggere « Petr[arcae] » ? (2) Cfr. più addietro. Ross, crif., XXII. 3 34 RASSEGNA CRITICA caduto in disgrazia della reg-ina Bona è che il 12 settembre 1527, in un atto di locazione di terre, ha il titolo di « Tesoriero delle Serenissime Maestà del Re e Regina di Polonia » (Archivio no- tarile di Trani : protocollo not. Vito de Tatijs di Bari , scatola 4); mentre l’abbiamo visto nel magg’io-agosto 1528 al servizio della Maestà cesarea e al seguito di Antonio Sanseverino (1). Il suo ritorno in grazia ed all’antico ufficio, succedendo al- l’Affatati, da me supposto nel 1535 (2), è confermato da un atto in cui ilCarmignano « patrizio napoletano generale tesoriero della < Serenissima Reg-ina Bona di tale Reg'ina, come particolare e spe- * ciale commissario a ciò deputato per lettera di detta Regina in ■€ data Vilna 23 aprile 1535 quieta il Mag. sig. Gio. Luigi de * Affatatis cittadino napoletano dell'Ufficio di Tesoriero nello stato « di detta Regina nel Regno napoletano esercitato e gestito dal -€ Mag-.co sig-. Giov. Iacopo de Affatatis di Bari, suo padre ecc. ». La lettera della regina è citata testualmente (Ibid., prot. not. Nicola M.* Romanelli di Bari, scat. 9, 11 ottobre 1537). In altri documenti dello stesso archivio, dei quali stimo so- verchio citar la fonte , si trova il Carmignano designato con lo stesso titolo di tesoriere nel 1536, 1537, 1538, 1539, 1541, 1542, 1543. Ma quello di castellano di Bari comincia ad esservi accop- piato dal 7 novembre 1538 (Ibid., id. id., scat. 7); il che confer- ma la mia supposizione che tale seconda carica potesse essere anteriore al 1539 (3). Da ultimo, la data della morte, affermata dal Minieri-Riccio come avvenuta nel 1544, può ritenersi come sicura per tale anno, perchè, se il 10 decembre 1543 il Carmignano è ancora citato in atti come castellano di Bari (Ibid., prot. not. Vito de Tatijs di Bari, scat. 18), l'ultimo di magg'io del 1544 è «vice castellano del Castello della Città di Bari » un sig. « Anniballe Carmignano di Napoli », forse un suo figlio (Ibid., id. id., scat. 19) (4), e il 27 giugno dello stesso anno è tesoriere generale della regina di Polonia negli stati del regno di Napoli « il mag.^o sig. Nicolò Vincenzo Doptula [Dottula] di Bari » (Ibid , ibid.). G. R. (1) Cfr. più indietro. (2) Cfr. più indietro. (3) Cfr. più indietro. (4) Nel 1545 è castellano Francesco Pappacoda. Cfr. L. Pepe, Op. cit., p. 195. VARIETÀ' su Niccolò JVmenta GIUDIZI CONTEMPORANEI Un giudizio, assai notevole per acume ed equanimità, dato dal senese Alberto Benvoglienti in una lettera inedita ad Anton Francesco Marmi, che Fausto ^Xicolini, direttor dell' archivio di stato in Siena, mi ha gentilmente comuni- cata, m' induce a tornare in breve suU' argomento doman- dando sin dal bel principio venia se necessariamente dovrò ricordare la monografia da me composta sul commediografo napoletano (1). Intanto sarà utile rifarsi alquanto indietro. Nel capitolo al padre Niccolò Borgia, In lode della villa e in 'particolare di quella dì Portici, il nostro Niccolò traccia un quadro discretamente vivace del movimento che nelle scienze e nelle lettere era venuto svolgendosi nella seconda metà del Seicento, risaltando con evidenza negli ultimi anni di quel secolo e sul cominciare del successivo ; movimento, che accelerando e ingrandendo innalzò il reame all' altezza del Giannone e del Vico, e lo condusse alla soglia dei nuovi (1) Vita e opere di N. Amenta {i659-i7i9), Bari, Laterza, 1913, pp. 174 sgg., 190 sgg. 36 RASSEGNA CRITICA tempi, aperti dalla rivoluzione del 1799. È quasi superfluo avvertire che l'Ameuta non comprese mai l' entità delle cose e dei personaggi tra i quali viveva, completamente dedito alla modestia e alle voci toscane : un sì gran movi- mento egli lo attribuiva alla moda che ne aveva determi- nato la innovazione : Ne la nostra città sin ne la scienza L' usanza ha luogo, e no 1' uscir s' accetta Da la gente eh' ha poca intelligenza. Ben, ne 1' età mia prima ed imperfetta, Mi ricorda che solo il Petrarchista Era chiamato de la schiera eletta. E pur prima era in pregio quel Battista, Che, parlando mai sempre figurato. Chiamò bue il secondo Evangelista. Sen venne poi il Gassendi o'I gran Renato Ed ecco er' uomo e buon filosofante Chi avesse sì grand' uomini imitato. Ecco sbandito il Peripato e quante Distinzioni avean le scuole antiche E r ente di ragione esule errante. Chi citava Aristotele, le fiche Avea per tutto, come un gocciolone, Ribellandogli ancor le genti amiche ; Quando ne' tempi di Bessarione, Di Giorgio Trapezunzio e del Ficino Adorato da' dotti era Platone ! Ma per mal' arte altrui e per destino, Ch' anno le scienze nel nostro paese, Inoltraronsi pochi al buon cammino. Ecco le matematiche, che accese Reser di sé le menti pellegrine A calcolare, a strologare intese. In tal pregio si fatte discipline Vid' io salir, che chi sapeane straccio, Chiamò spesso gli altri uomini galline. DELLA LETTERATURA ITALIANA 37 Pur queste ebbero poco o nullo spaccio : E tu sai la ragione, onde in dispregio Cercò di porle qualche cervellaccio. Poi venner le commedie antiche in pregio : Ed a chi le leggeva immantenente. Si spediva di dotto il privilegio ; Anzi detto era ut octo sapiente Chi in Toscan, Fiorentino o sia Sanese I riboboli d' esse aveva a mente. Ancor io n' imparai con molte spese. Comperandole ben due tari 1' una Da quel razza d' ebreo del Genovese. Ma mutabili qui più de la luna: Si poseix) a vantare il Don Chisciotto E tutte le sue berte ad una ad una. 1 farfalloni ancor del Lancillotto, Perche faceano 1' uom spregiudicato, Dottissimo il rendevano di botto. Mutossi anco la scena : e laureate In ogni scienza ed arte si stimava Solo r eruditissimo avvocato. Tal' era solo quegli eh' allegava Ne' suoi scritti Dottori oltramraontani, E di Bartolo e Baldo si buidava. E pur è vero. O smemorati, o vani ! Che dannati avea prima e testi e chiose. Come cose da bari e cerretani ! Poscia ogni cura od ogni studio pose La scelta gente accorta, addottrinata, A far rime intralciate e tenebrose. Fosse canzon, sonetto, o pur ballata, La faciltade e la naturalezza La rendevano allor meno stimata. Prezzavan sol 1' oscurità, 1' asprezza, E cantavano i versi in certi tuoni Da mettere in mestizia 1' allegrezza. 38 RASSEGNA CRITICA Ben tu gli udisti in molte occasioni. Quantunque di letizia, ad ululare Come lupi eh' a' fianchi han gli spiedoni. Casisti si facevano chiamare : E chi non poetava in cotal guisa, Era un poeta sciocco, un uom volgare. Or la gente insegnata ad altro è affisa : Poetica e la gran Filosofia, Cosi com' altra scienza, vien derisa. Il Rigorismo sol s' ama e desia : Ma piaccia a quel Signor che n' ode e vede, Ch' in molti non sia marcia ipocrisia. E quel eh' è peggio vedi un Ganimede Centra il Probabilismo che si scaglia. Come scudo foss' ei di nostra fede. Anche i grandi avvocati^ i giurLsti, gli scienziati presero gusto — e dovrei dire che presero cattivo gusto — al bello scrivere ; onde se taluni fra loro, come Alessandro Riccardi e Niccolò Caravita, divennero goffi dall'affettazione, altri pochi figurano degnamente tra i buoni scrittori italiani. L'Amenta fu di essi, e datosi con esclusivo fervore alle lettere, appartenne proprio a coloro che nello scrivere miravano alla Toscana, usandone senza discernimento le voci dei vari dialetti e quelle nobili e plebee del parlare fiorentino. Sin da quando era egli apparso al pubblico quale autore di commedie, aveva dato nel- 1' occhio appunto ai toscani per le sue smancerie boccacce- sche, e subito Girolamo Gigli lo aveva deriso contando che Kiccolò domandasse al Crescimbeni se un uomo s' avesse a chiamare Gennaro o Gennaio. Eppure l'A. non era il piìi bia- simevole sotto questo aspetto ! Ma, evidentemente, egli rac- coglieva meglio che gli altri sopra di sé l'attenzione del pub- blico e napoletano e forestiero, per l'importanza dell'opera sua. Egli fu uno dei tanti napoletani che cercarono di restaurare la buona lingua in quella reazione che nella seconda metà del secolo XVII si disegnò dai)prima contro il marinismo e che negli ultimi decenni diventò reazione contro il cattivo gu- DELLA LETTERATURA ITALIANA 39 sto in genere, e della quale i più attenti contemporanei si av- videro vagliandone la portata. « In nno scoglio » — dice un intelligente anonimo (1) — « .... si urtò allora da quasi tutti i dotti della nostra nazione, e fu che invece di abbracciare e coltivare il semplice schietto comune linguaggio italiano^ si attaccarono essi al pretto stringato idiotismo toscano. Si fecero venire a furia.... di Toscana l'edizioni degli autori resi sacri nella lingua della indeclinabile potenza della Crusca ; se ne ristamparono qui moltissimi, si appresero quasi a mente. Tutti si dettero a rivoltar vocabolari, grammatiche e regole di ben parlare toscano.... I nostri dotti non si occuparono quasi in altro. Divennero argutissimi e sminuzzatissimi pa- rolai.... Come suonassero bene dentro le bocche Doriche Na- poletane i motti , le facezie , i gorgheggi e tutti i vezzi di Mercato Vecchio può ciascuno immaginarsi. Ma non finì qui a facenda {sic). Tutte le voci rancide disusate e morte di Dante^ del Passa vanti^ dei due Guidi e di frate Cavalca ritornarono in vita, e vennero come ombre di vampiri a spaventare. Miste e confuse insieme colle grazie del Burchiello e de' canti di Cecco da Varlungo, aggiuntovi il latinizzante e disusato giro del xjeriodo boccaccesco^ formarono un accozzamento più strano e mostruoso assai di qualunque nostra antica goffaggine.... ». Il nostro avvocato non fu , dunque , che un rappresentante di tale momento nella vita letteraria napoletana, in cui spiccò anche la figura di Lionardo di Capua (1617-1695), al quale Giambattista Vico rende l'onore di avere « rimessa la buona favella toscana in prosa, vestita tutta di grazia e leggiadria » (2), mentre la lingua da lui adoperata nel Parere a Cristina di Svezia, pur benevola all'autore, parve « rancida e quasi af- fatto disusata » (3). (1) Nella prefazione a I sonetti in dialetto napoletano di Niccolò Capasso, Napoli, Reale, 1810. (2) L' autobiografia, il carteggio e le rime, ediz. Croce, Bari, Laterza, 1911, p. 21. (3) Amenta, Vita di Leonardo di Capita, Venezia (Napoli), 1710, 8. n. t., pp. 20-21. 40 RASSEGNA CRITICA Nel 1710 poi N. A. pubblica i Rapporti di Parnaso, dai quali i letterati toscani dovettero avere impressione peggiore, poiché in essi l'affettazione è più ricercata e palese ; sicché, allorquando infierì il dissidio linguistico tra Girolamo Grigli e la Crusca, il nostro colse 1' opportunità di mettersi dalla parte di questa per vendicarsi delle frizzanti botte sommini- strategli dall'attaccabrighe senese nel Vocabolario cateriniano. Vegga chi vuole nel mio libro la storia delle vicende delle loro piccinerie : qui mi basti il dire che, mediante il Mura- tori , coadiuvato forse dal conte Grian Giuseppe Orsi e dal padre Berti, il rumore che Niccolò aveva cercato di spargere, facendo sapere di accingersi a scrivere contro il Gigli, svanì, e nell'estate del 1718 il grande autore dei Rerum poteva as- sicurare al Gigli ( 5 e 7 agosto ) che 1' Amenta gli avrebbe fatto onore dove avesse potuto e all' Amenta che il Gigli gli avrebbe dato riparazione nel Diario sanese. A questo momento appunto si riferisce la lettera del Ben- voglienti, datata del 21 luglio 1718 (1). « Niccolò Amenta » — egli dice — «presentemente stn scrivendo contro il vocabo- lario gigliesco, e non v'ha dubbio che possa dire molte cose giuste e buone, e rivedere le bucce al Gigli, che sì poco stu- dio ha fatto in nostra lingua. Ma, d'altra parte, egli è uno scrittore che scrive con parole toscane, ma non toscanamente. Egli non ha altra lettura che di scrittori che raccolgono, ma non già di coloro che son fonti, sì che nelle cose dell'Amenta non vi può essere cosa di nuovo se non una servile imita- zione. Di costui alla mano bo le sue comedie, le quali tanto annoiano, che non si possono finire. Con tutto ciò, egli pre- tende di avere rimesso in buon gusto le comedie. È vero che egli ha tolto dalle medesime quella irreligiosità, quel parlare libero che presentemente si diletta nelle comedie, e se ne fa applauso in qualche conversazione ; quella troppo (?) lunghezza, che genera noia e fa un poco gretto il ragionamento ; infine quel gran viluppo^ del quale gli antichi ne {sic) scarseggiavano, ma che al presente con eccesso e con poco verisimile si pra- (1) Carteggio Bon veglienti, voi. XIV, pp. 49-50: segn. E. IX. 14. DELLA LETTERATURA ITALIANA 41 tica : concesso tutte queste cose, uulladimeuo non vi sarà al- cuno che mi sia per negare che i moderni non sono arrivati, né mai arriveranno a fare i veri ritratti de' costumi come fa- cevano i nostri antichi, e fra gli altri Luca Contile, ne mai quella piacevolezza e grazia con le quali condiva le sue co- medie il nostro monsignor Alessandro Piccolomini. Insomma mi pare che 1' Amenta imiti più tosto i fioristi moderni, ai quali, non bastando l'animo di^ imitare la naturalezza degli antichi, è venuto in pensiero a dipingere vago anziché na- turale ». Al che il Marmi rispondeva da Firenze il 28 luglio : « Nicola Amenta parlò di me a lungo a Napoli col padre Cremona delle scuole pie, predicatore di stima, e avrebbe de- siderato di avere meco corrispondenza di letttirc ; ma , sen- tendo che sia uomo fazionario e impeguoso, non mi curo d'im- pegnarmi seco. Io lessi dal signor Salvini [Anton Maria] un pezzo delle sue commedie, che mi tediarono infinitamente, e il giudizio, che ne fa VostVa Signoria illustrissima, mi i)are accertatissimo » (1). Il perspicace ingegno toscano realizza, così, anche il dif- ficile caso di rettamente giudicare intorno a un contemporaneo. Erano, ma con molta garbatezza, le medesime accuse che, con villana forza derisoria, si facevano all'A. nei crocchi ispi- rati da Cola Capasso. In un manoscritto di satire di vari, tutti anonimi , conservato presso la Società di storia patria napoletana (2), una tra le poesie scagliate contro di lui sar- casticamente enumera e conchiude con serietà nella seguente maniera : Tu sai comme so scrive senza 1' hacehe, Dove 'nce vo' la te, dove la nzota, Sai comme s' addecrina la copeta, Sai quante grane fanno tre' patacche ; Tu sai r arte Rettorica, e pisi, e spacche, E fai lo Razionale e lo Poeta ; (1) Carteggio cit., voi. cit., p. 192. (2) Segn. XXVIII, D, 15. pp. 7-11. 42 RASSEGNA CRITICA Tu sai cacciare zugo da na preta, Cusi e scusi, arrepiezzi, sciùgli e attacche ; Tu sai de lo Petrarca ascia lo nietto, Sai ca ce la jette appriesso fra' Guittone, Ca Dante fuie Felosofo perfetto ; Tu sai ca de cchiù strofe è la canzone Sai ca po' ave la coda lo sonetto ; Solo chesso non sai : ca si e Eppure non sapevano censurare altro nel nostro autor© se non la parte più materiale : scrittore e critici erano allo stesso livello. Un altro sonetto insiste appunto sull'abuso fatta da Niccolò di consonanti che oramai non valevano ad altra che a dargli taccia di pedante. Quanto di lettere ha Felice Mosca, Quanto de retopunto fa' Tarasca, 0 quanto chillo schirchio sa' de cresca, Che fece a Don Chichibio auzk na mosca ; Vorria sto fusto, e po' do lengua losca, Aprì no potechiello, e auzà na frasca, E se sfa Dea storta non se nfosca, • Cecròpo, te darria la mala Pasca. Ma io so' racchio, e bevo co' lo sisco, E saie eh' a st' aserzizio non ce resca ; Perzò gallie ed aie ne lo Fisco. Ma si sta Musa è zaflfea, e sempe fresca, Farraggio come fa' Patre Francisco : T' allucco tanto nfì che te nsordesca. II. UNA LETTERA INEDITA Lettere e, in genere, documenti pubblici e privati sull'A- già affermammo che non se ne trovano; e anche oggi, mentre diamo alla luce la seguente lettera di lui, ci tocca di confer- marlo. Essa lettera è inedita, ed è scritta di mano dell' A. DELLA LETTERATURA ITALIANA 43 in elegante calligrafia, sopra un foglietto di carta a mano^. che apparisce strappato da un libro legato. Era insieme con altre lettere? Nou jiossiamo né affermare né negare; ma la diamo alla luce, come l'unica lettera non pubblicata che ci sia stato dato di ritrovare ; e come riprova della grande bontà e cortesia eh' ebbe il nostro Niccolò. ì^^on si vede a chi fosse indirizzata. Essa conservasi nella Biblioteca Irrazio- nale di Napoli, segn. X-AA-27, n. 33 « diversi ». Ill.mo Sigj^ Sig.'' mio Padrone Osservandissimo, Ho stimato mio favore servire il Cavalier Giovancarlo Ebner che VSS. III. ma con tanta istanza per sua gentilezza mi raccomanda. h' ho invitato co' due altri suoi compagni ad onorar la mia casa, ed egli piacevolmente me n' ha ringraziato, contentandosi eh' io gior- nalmente vada a servirlo nella Locanda colla carozza, a fln di por- tarlo, com' ho fatto, a veder ciò che e' è qui di ragguardevole, ed a visitar i letterati, com' egli desiderava. Spero che voglia almeno per un giorno desinar con meco, acciocché io possa mostrargli la stima che fo dei suoi pregiatissimi comandi ; de' quali Le. rendo quelle grazie, per ora, che posso. Le inviai per mezzo del sig.^ Avitabile il ritratto di Lionardo di Capoa, e l' attestato richiestomi ; desidero sapere se gli ha rice- vuti ; e senza più mi confermo Di VSS ' III. 't"^ Il primo d' 8bre del 1707 Biv.fo ed obbgj'^o sei'vilore um,. Nicola Amenta K. Zagaria. PER UNA RECENSIONE Nel fascicolo 1 - 6 dell'annata XXI (1916^ di questa Ras- segna (pp. 92 - 104) il prof. F. Biondolillo asserisce che il mio manuale scolastico di Storia della letteratura italiana (Messina, Principato, 1914, in 2 voli.) sia un continuo plagio di quello del Cesàreo (Catania, Muglia, 1911). Ponendo -in confronto alcuni brani dei due libri, egli conchiude che la co[)ia non poteva essere più perfetta. Io potrei rispondere che di questi così detti plagi rigurgi- tano tutt'i manuali di storia della letteratura; ma preferisco di opporre alle presunte prove arrecate dal B., altre prove che distruggono quello che ha asserito il mio contradittore. Io scrissi : « Un giorno della settimana santa del 1387, nella chiesa di S. •Chiara , la sua attenzione fu attratta da una giovine leggiadra e dal portamento signorile : era Laura » (I, 148). E il brano, secondo il B., è copiato da questo del Ce- sareo : « Nella settimana di passione del 1327 mossor Francesco, reca- tosi nella cliiesa di S. Chiara, vi trovò una donna giovane e bionda, -che parea di alto legnaggio, e ne fu subito preso. Avea nome Laura » (I, 78-9). DELLA LETTERATURA ITALIANA 45 Ma, aggiungo io, il Eossi scrive : « Un giorno della settimana santa del 1327 , precisamente il 6 d'aprile, vide nella chiesa di S. Cliiara una bella gentildonna e fu preso da un amore vivo ed intenso per lei... Laura » (1, 181). E, tolto qualche insignificante mutamento di parola , non scrivono diversamente gli altri moltissimi storici , piccoli e grandi, della nostra letteratura. Ora, ho copiato dal Rossi io ? o dal Ciò dagli altri 1 E il C. ha copiato anch'egli dal Rossi f E come avrei dovuto dire perchè il B. non mi accusasse di aver copiato ? Ohe l'innamoramento del Petrarca avvenne in un'altra chiesa e in altro tempo ? che Laura era brutta ? che era una venditrice ambulante 1 che non si chiamava Laura ? — Io scrissi : « Anche i lirici seguirono le orme di Danto e degli altri poeti del « dolce stil nuovo » ; a mano a mano, però, che ci avviciniamo alla fine del sec. XIV , si fanno più evidenti le tracce della poesia pe- trarchesca, che costituirà in seguito il modello quasi unico di molti rimatori » (1, 224). Il Cesareo aveva scritto: « Anche i poeti lirici la più parte s' ingegnano d' ormeggiare o quelli dello stil nuovo o il Petrarca ». E anche qui, dice il B., io ho plagiato ; mentre mi pare che i due brani siano diversi almeno in quello che di diverso possono avere due espressioni di un'unica asserzione immu- tabile, che non è una scoperta ne mia né del 0. ne di nes- suno ! — Analogamente , il B. asserisce che « appartiene al Cesareo » , fra le tante altre cose del mio manuale , anche « la severa critica » che io faccio « deW Arcadia del Sannaz- zaro ». Vediamo ; i brani son lunghi, ma è necessario ch'io li riporti. Io scrissi di quell'opera : « 11 Sannazzaro non sentiva l' ideale della pastoi'izia, né cono- sceva nella loro verità ed essenza la vita e l'anima dei pastori: fece quindi opera scolorita, monotona , falsa, come arte e come rappre- sentazione di vita naturale ; s" attaccò ora a Teocrito ora a Dante, 46 RASSEGNA CRITICA ora ad Ovidio ora al Petrarca, a Omero, a Calpurnio, al Boccaccio, a quest'ultimo specialmente ; e ne venne fuori un zibaldone, un mo- saico , dove i pezzi originali sono nascosti od ombrati dall' infinita congerie di pezzi altrui. Appunto per ciò V Arcadia ebbe il plauso dei contemporanei, per i quali riprodurre dagli antichi era far opera somma ; ma per noi ossa ha soltanto valore storico, sia perchè rap- presenta la prosa più rigorosamente boccaccesca del quattrocento, sia perchè assomma i difetti della poetica dei tempo , e sia ancora perchè diede la stura alla poesia pastorale che informerà di sé buona parte della poesia posteriore ». Codesto sarebbe un plagio di quanto il Cesareo dice nel brano seguente : « Nel romanzo, il cui disegno è lucidato su quello delVAnieto di ■Oiovanni Boccaccio , si- propose il Sannazzaro di tradurre in realtà varia, animata e coerente 1' ideale della vita campestre. Ma alla campagna non pare eh' egli abbia rivolto mai né il pensiero, né il sentimento : non ha uè l'attenta ed esatta osservazione di Lorenzo de' Medici, né la grazia ispirata del Poliziano: gli manca, dunque, j)erflno la impressione immediata, ch'è il fattore iniziale d'ogni poe- sia. Egli non conosce e non vede fuor che gli esemplari, il Boccac- cio e il Petrarca, Teocrito, Mosco, Virgilio, Ovidio, Properzio. Le sue invenzioni, le sue descrizioni di giochi, di feste, di funerali, di stregonerie,.! suoi canti d'amore, tutto è ricavato dalla letteratura anteriore : egli non sa se non biascicare il già formulato , contraf- fare il già formato , rinunziando in tal guisa alla propria energia creatrice. La sua sola facoltà attiva è la memoria : non ha fanta- sia, né immaginazione, né sensualità. Il suo romanzo è un reperto- rio de' concetti, delle finzioni e de' modi tradizionali dell'antica bu- colica, qui divelti dal nativo organismo della cui vita partecipavano e divenuti materia inerte che galleggia su la sonnolenta risacca di uno stile boccaccevolmente artificioso e prolisso. I pastori e le pa- store sono rappresentati ne' tratti comuni a tutta la classe o , più tosto, a quella convenzionale figurazione che della classe avean dato i bucolici antichi , segnatamente Virgilio , ma non punto ne' tratti particolari di ciascun individuo: definizioni, non anime ; i paesaggi ^on poveri, stinti, comuni, senza luce e senza rilievo; gli affetti son resi a furia di considerazioni , di ragionamenti e di sentenze nello stil del Petrarca, dove questo è più svogliato e sofistico. L' Arcadia ■del Sannazzaro è il tardo bozzacchio maturato dalla nuova coscienza arida e smunta sotto l'afa accasciante di quell'estetica del Rinasci- mento, che rlponea nell' imitazione degli antichi niodelli il segreto •della bellezza ». DELLA LETTERATURA ITALIANA 47 Qualunque lettore, che non sia cieco di ambedue gli oc- chi , non potrà non convenire che nei due brani riferiti vi siano solo due punti di contatto : 1' accenno alle fonti e la considerazione che i caratteri pastorali dell'Arcadia non siano espressi con sincerità , con verità, sentitamente, bensì fred- damente , convenzionalmente. Ma , benedetto il cielo !, qual modestissimo insegnante ignora codesto e tralascia di dirlo ai suoi alunni di liceo o di istituto tecnico f E codesto si legge solo nel manuale del C. ? ed è necessario, davvero, ch'io trascriva qui quel che ne dicono il Rossi (« Gran parte di esso [romanzo] deriva da Virgilio, da Ovidio, da IS^emesiano, da Calpurnio, da Teocrito, da Omero e da altri antichi, imi- tati e talora fedelmente tradotti , e molto dal Boccaccio Falsa è la rappresentazione della vita pastorale ; falsa la fi- gurazione di quei pastori, ecc. ») ; il Flamini (« Un mosaico d'imitazioni da quegli scrittori dell'antichità, che ecc. In essa [Areadia] ci attoruia un mondo fittizio, popolato da personaggi sbiaditi, tipici, uniformi, ecc. »); il Bacci e D' Ancona (« Il Sannazzaro neWArcadia imitò principalmente il Boccaccio.... degli antichi imitò più specialmeute Teocrito e Virgilio, ma conobbe anche Omero.... Manca poi un vero e vivo sentimento della natura, che la vita nelle campagne ubertose e gaie non seppe ispirare al troppo culto poeta. L'impressione che l'au- tore riceve dalla bellezza della natura meridionale, passando a traverso del suo cervello... diveuta artificiosa e pesante, ecc. »); e via via tutti gli altri autori di manuali scolastici? — E po- trei continuare all'infinito con simili citazioni, se non avessi stima dei miei lettori : i quali sanno bene che in tutti i ma- nuali scolastici della nostra letteratum si accenna ai motivi lirici della piìi antica poesia d'amore italiana; son ricordati, a proposito della poesia popolaresca o della Scuola siciliana, Federico II, Rinaldo d'Aquino, Odo delle Colonne; è mento- vato, particolarmente, il Contrasto di Cielo, e rilevata, in esso; l'elaborazione giullaresca del motivo popolare; sono spiegati i caratteri della lirica del « dolce stil nuovo », dove son can- tate le doti morali della donna e non piìi le sue doti fisiche come nella poesia precedente ; s' insiste sul maggior valore 48 RASSEGNA CRITICA che la seconda parte del Canzoniere petrarchesco ha rispetto alla prima parte, nonché sulla })articolare bellezza del Trionfo della Morte nei Trionfi dello stesso poeta; si citano del Deca- merone boccaccesco i personaggi più. noti e significativi, i fa- mosissimi, quale frate Cipolla e Sér Ciappelletto, e così via seguitando : tutta roba, manco a dirlo, che, secondo il B., io ho copiato dal C. ! Il quale B. è recensore cosi preciso, scru- poloso e minuzioso che non omette di annoverare tra i sicuri plagi della mia Storia, i brevi riassunti di opere, del Convivio, per esempio, della Gerusalemme, del Furioso, ecc. ; né i titoli da me preposti a taluni capitoli del libro, come un « poesia popolaresca » che s'incontra, precisissimo , nei due manuali in parola, e « Le nuove teivlenze e i modernissimi », simu- lata copia del titolo apposto dal C. all'ultimo capitolo del suo libro : « I contemporanei, le nuove tendenze » ! * * * Ma, dopo quanto ho detto fin qui, un lettore oltremodo indulgente, uno di quelli che, di fronte a un giudizio iniquo, preferiscono crederlo effetto d'ignoranza piuttosto che di mal- vagità, potrebbe, forse , non rinunziare a questo suo ragio- namento : « Ebbene, il B, è partito da un principio errato che, di conseguenza, lo ha trascinato a dimostrazioni e a do- cumentazioni errate : e codesto non significa che il B. sia in mala fede e la sua recensione, quindi, sia disonesta. » Poi- ché un tal lettore indulgentissimo potrebbe anche esistere^ mi è indispensabile dimostrare nel modo piìi luminoso la tri- sta malafede del mio recensore. Già a proposito dei motivi lirici della nostra antica poe- sia d'amore e della poesia popolaresca del duecento, cui ho dianzi accennato, le asserzioni del B. riguardo ai ojiei plagi non sono conseguenza del solito errore. Egli scrive : « Sette motivi lirici aveva riscontrato il C. nella nostra antichis- sima poesia d'amore.... e altrettanti e altrettali son quelli rilevati dal Gustarelli » ; mentre invece io ne ho rile- vati cinque e non sette, sicché l'altrettanti è una men- DELLA LETTERATURA ITALIANA 49 zo^a, né le definizioni e le denominazioni di quelli da me rilevati sono i lentiche a quelle date dal C, sicché l'altret- tali è un'altra menzogna: e qui non ho bisogno di citare i brani, che ha già citati il B. (p. 94).— Continua il B., nella stessa pagina : « il G. ricorda con molta precisione (I, 36) non soltanto i canti piiì noti ma gli autori di questi, come Federico II, Rinaldo d'Aquino, Odo delle Colonne, etc. etc; e sa dirci anche quali, di essi , sono anonimi e quali d' in- certa paternità ; ma il lettore non si sorprenda di tanta si- cura erudizione: quei canti e quelle notizie c'erano stati dati dal C. (I, 31-2)». Ora sta il fatto inconfutabile che io ricordo, in quel luogo citato dal B., Federico II, Ciacco dell' Anguillara, Rinaldo d'Aquino, Odo delle Colonne, la Com- piuta Donzella, il noto Lamento della sposa padovana, e Cielo dal Camo ; mentre il C. a Ciacco, alla Compiuta Donzella e al Lamento della padovana non accenna neppure ; e che de- gli altri poeti io cito appena i canti (« Fra i piìi noti di co- desti canti ricordiamo : due Commiati, uno attribuito a Fe- derico II e uno anonimo ; .... il Lamento di una fanciulla per la partenza dell' amante crociato , di Rinaldo d' Aquino ; il Lamento di una fanciulla abbandonata dal fidanzato, di Oda delle Colonne. ») , senza giudicarli , mentre il Cesareo vi spende due pagine per esaminare i caratteri di essi , giudi- candoli : sicché « quei cauti ecc. » del B. é un'altra menzo- gna, e un'altra menzogna é là dove il B. afferma che « del giudizio » (con cui il C. accompagna i versi di quei canti da lui citati) « il G. mostra di... ricordarsi troppo bene, se lo ri- petè fin con le stesse parole, quasi » ; e cita come esempio^ 1' unico giudizio da me espresso, non su quegli autori ma su Cielo !, del qual giudizio qualcosa ho già detto e altro mi toc- cherà di dire in seguito. Ora, si sa che in critica basta che sia provata come falsa una sola delle citazioni su cui l'autore fonda le sue dimostra- zioni e i suoi giudizi, perchè quell'autore sia, come suol dirsi, squalificato , e le sue conclusioni cadano nel nulla : sicché adesso io potrei far punto con le citazioni biondolilliane dei miei plagi. Ma alla tentazione di riportarne qui qualche altra, Rass. crit., XXII. 4 50 RASSEGNA CRITICA di quelle aiicor più siutomatiche ed evidenti, non so proprio resistere. Secondo il B., io ho copiato dal C. (I, 7 -11) quello che si riferisce alle razze italiane, ai caratteri dei Latini ;• e — asserisce il recensore — « ancor come il suo stesso predece^s- sore, [il G.] ci dà ragione del prevalere del dialetto fiorentino sul siciliano » (p. 93). Ed ecco i brani relativi, miei e del C. : « Fin dai tempi antichissimi due grandi razze si contesero il pos- sesso della penisola che fu poi det- ta Italia : la razza mediterranea la quale, movendo dalle coste del- l'Africa, r avea prima occupata, e la razza ariana la quale, supe- rati i freddi altipiani dell' Ural, aveva dilagato per tutta l'Europa settentrionale , e anco in Italia avea ricacciato la gente aborige- na di qua dalla valle del Po, con- quistando le regioni che oggi si chiamano Piemonte , Lombardia, Veneto, Emilia e parte della To- scana. — Sul principio della do- minazione romana, i Celti e Galli, consanguinei d' oltr' Alpe a quei primi invasori, si gittaron su l'I- talia superiore e giunsero fino alle mura di Roma; sbaragliati e respinti , si stabilirono nel terri- torio già conquistato da' loro pa- dri , fra il Po, l'Adriatico e gli Appennini. Per tal modo la razza celtica rimase 1' abitatrice legit- tima di quella parte d'Italia. Nel- r Italia centrale e nell' inferiore durò, sotto nome di Latini, Um- bri, Sabini, Osci, Sicani, la razza mediterranea. Le varie domina- zioni che vi si succedettero, tutte, salvo la greca, di gente della me- desima origine, Fenicii, Romani, Saraceni, non mutarono la qualità etnica di tutta la regione. Sicché neir alto Medio Evo , quando il primo fremito della nuova lette- ratura si leva di tra il cozzo del- l'armi e i mistici rapimenti della preghiera, il nostro popolo è già costituito dalla mescolanza di quel- le due razze : la razza aria a set- « Fra le molte popolazioni ap- partenenti al ceppo ario o indo- germanico^ che nei tempi più re- moti immigrarono , per diverse vie, nella nostra penisola— -primi, a quanto pare , i Iapigi, e poi i Liguri, gli Etruschi , gli Umbro- Sabelli — erano anche i Latini; i quali, venuti in Italia forse prima degli Urabro-Sabelli. si fermarono nella breve pianura limitata dai monti Albani, dall'anti-Appennino e dalla sponda sinistra del basso Tevere. Ma quelle varie genti sog- giacquero tutte a una medesima sorte : furono a una a una com- battute, sopraffatte e assorbite dai Latini, i quali, per molte ragioni e specialmente per la ristrettezza del territorio primieramente oc- cupato, estesero sempre più i pro- prii confini e il proprio dominio, fino a diventare gli assoluti pa- droni del mondo allora conosciuto. Si capisce, quindi, come i popoU vinti abbiano perduto , insieme con la potenza e l'attività, anche la lingua propria di ciascuno di essi ; giacché era naturale che il popolo latino imponesse a tutti la sua parlata , che .contribuiva a rendere sempre più forti e indis- solubili i legami fra i vinti, lon- tani e vicini, e il vincitore, cou- solidando il dominio di quest' ul- timo. Per secoli e secoli, dunque, Roma, in che si concretizzò e don- de irraggiò la gloria della stirpe latina, diflfuse a mano a mano che procedeva nelle conquiste, la sua potenza e la sua favella dall'Ita- lia centrale a tutta la penisola e in seguito , fuori di questa , alle DELLA LETTERATURA ITALIANA 51 tentrione e la razza mediterranea a mezzogiorno » (dalla Storia del €., p. 7. Seguono più di due pa- gine sui caratteri particolari delle due razze). — « I Latini, il pollone più vigoroso di codesta nobile pianta , rivolsero a scopi pratici tutte le loro facoltà e i loro atti. Tacito raccomandava che tutti gli atti e i pensieri della sua gente fosser volti all'utilità della vita ; Quintiliano chiamava saggio colui che non a segrete disquisizioni, ma si dedicava all'esperienza delle cose e alle grandi opere. Orazio lamenta che nelle scuole romane non s'insegni se non a far calcoli; Virgilio raccomanda al cittadino romano che lasci ad altri gli studi dell'eloquenza e dell' astronomia, ma impari l'arte di governare i popoli, perdonando agli oppresso- ri e debellando i superbi. Popolo volontario, tenace, orgoglioso, ra- gionatoi'e , s' avvantaggiò delle scon ritte come delle vittorie; fece suo qualunque ritrovato d' altrui che potesse aiutarlo nell'esercizio della propria energia ; sdegnò, come inutile lusso, i prodotti della fantasia e, quando non ebbe più emuli nel dominio del monflo, si contentò di appropriarsi l'arto dei Greci. Ebbe una sua poesia popo- lare di semplici accenti sentimen- tali e morali ; ma fu più inclina- to, secondo l'istinto del suo genio aspro ed osservatore, alla satira.» (p. 10. Continua a parlar della satira e, subito dopo, dell'origine della lingua italiana). — « 11 volga- re italiano o . a dir più proprio, il toscano che, fra i vari volgari della penisola , dopo un breve splendore del siciliano, fu per ra- gioni topogratìche e storiche in- nalzato a dignità di lingua na- zionale, rimase ognora il più pros- simo alla comune radice: di fatto, se altrove il volgare fu sostituito alla favella nativa, qui da noi non ne fu se non la conseguenza nor- male » (p. 11 e 12. Seguono i pri- mi documenti del volgare). province dell'immenso impero ro- mano. Solo la Grecia, che aveva una meravigliosa tradizione let- teraria , potè salvare la propria vita e la propria lingua dalla vit- toria di Roma ; alla quale, anzi, fu prima o unica maestra nella letteratura e nell'arte » (dalla mia Storia, pp. 1-2. Seguono circa tre pagine sulla lingua latina e la for- mazione delle lingue romanze).— « Tale onore [di esser preso come base della lingua nazionale] par- ve per alcun tempo cbe dovesse toccare al dialetto siciliano : sia perchè in Sicilia si formò, prima che altrove , un vero e grande centro di coltura, cui convenivano dotti da tutte le parti della peni- sola ; sia perchè quel dialetto di- venne presto un idioma che , al- lontanandosi dai caratteri locali, tendeva a rappresentare il lin- guaggio comune degli italiani di molte regioni. Ma poi prevalse ri dialetto fiorentino, per parecchie ragioni : anzitutto perchè , come accennammo, in esso più che ne- gli altri, si perpetuava il latino; in secondo luogo perchè la Tosca- na, e particolarmente Firenze, eD- be nei secoli XIII e XIV un pe- riodo di rigogliosa fioritura nella politica, neir industria, nel com- mercio, e nell'arte ; e in fine, per il valore e la fama degli scrittori — dell'Alighieri specialmente — che furono appunto fiorentini. E cosi il dialetto fiorentino divenne, non senza talune mescolanze — la lin- gua nazionale d' Italia : Dante, che aveva giudicato favorevol- mente il siciliano e aveva negato al suo dialetto la potenza di as- surgere a dignità di parlata na- zionale, si era ingannato» (pp. 5 e 6. Si continua a parlare delle trasformazioni fonetiche della lin- gua latina, e poi dei primi docu- menti di lingua italiana). 52 RASSEGNA CRITICA Che ne dice quel supposto lettore iadulgeutissirao ? ! Ma ancora : tra le tante altre « pagine » del C. da me « saccheggiate », vi sono anche, come afferma il B., quelle re- lative alla Vita del Cellini: « G. I, 471; C. II, 112. » Veda il lettore quale sfacciato plagiario sia io : « Visse un uomo, a que' giorni, che par proprio balzato fuori della Macaronea, Benvenuto Cellini. Era gagliardo della persona , colleri- co, millantatore, gioviale, indisci- plinato , un misto di Baldo e di Cingar , e scrisse la sua propria Vita in cui si ritrasse intero , i suoi istinti e le sue parti buone, le sue superstizioni e 1 suoi vizii, con meravigliosa incoscienza, sen- za né anco tacere i peccati con- tro natura. E' l'uomo primordia- le : non concepisce una legge su- periore alle sue inclinazioni e a' suoi bisogni. Ferisce ed uccide quando vien provocato, e si stu- pisce che lo puniscano ; lascia mezzi morti un rivale e una don- na di partito e poi si allontana « non volendo tentare più la for- tuna che il dovere » ; un oste pre- tende esser pagato avanti, e lui, prima di partire, gli trita quattro letti con un coltello , facendogli un danno di più di cinquanta scu- di; chiama sprezzantemente il car- dinal Gaddi « questo pazzarellino di questo cardinaluccio » ; nella prigione di Castel Sant' Angelo vanno i signori e gli uiMuini vir- tuosi pari suoi ; in Francia si fa beffe de' giudici e , non vedendo modo d'aiutarsi contro certe sen- tenze, ricorre per suo aiuto a una gran daga che avea. Ama tenera- mente il padre, i fratelli , gli a- mici , è devoto a coloro che gli fanno del bene ; ma non tollera costrizioni e soprusi. Adora l'arte, ha una stima sbardollata di sé, e va in bestia contro chiunque gli muova alcuna censura. E' ingenuo come un fanciulllo ; crede ne' pro- digi, negli spettri , nella necro- manzia : ma non è animato da un « [Benvenuto Cellini], fiorenti- no, spirito spregiudicato e bizzar- ro, condusse, per il suo carattere, vita randagia e avventurosa ; fu protetto a Roma da Clemente VII, a Parigi da Francesco 1, a Firen- ze da' Medici ; non gli mancarono sovvenzioni , assegni , stima ed onori , ma ebbe anche inimicizie e accuse gravi ; macchiatosi di omicidio, riusci ad evitare il car- cere , al quale , però , non potè scampare per altre ragioni e fu rinchiuso per un anno. Orafo ce- sellatore magnifico e scultore, rap- presentò tutto se stesso . nonché l'amore per la sua arte, nell'au- tobiografia che condusse fino al 1562: da queste pagine , scritte spontaneamente , senza lo scopo di far opera letteraria, senza si- mulazioni, senza progiudizi, senza incertezze , la figura del Cellini balza intera , viva, piena di mo- vimento , di calore e di vita , in ogni istante e ogni atto della sua esistenza ; a tanta meravigliosa eflfìcacia contribuiscono la lingua, eh' é quella sciolta, libera, vivace e inesauribile del popolo fiorenti- no, e lo stile foggiato — indipen- dentemente da qualsiasi regola gramaticale e sintattica — secondo le esigenze continuamente varie e immediato del pensiero, scintil- lante, scomposto, arguto e irrom- pente come il carattere dell' au- tore. » (Dalla mia Storia , I , pp. 470-471). DELLA LETTERATURA ITALIANA 53 serio sentimento di religione e si volge a Dio solo quando ne ha bisogno per esser levato d'impic- cio. La sua prosa è come lui : di- sordinata, arbitraria, sprezzante, senza regole e senza grammatica; ma evidente più della stessa real- tà. In tre parole disegna un ca- rattere, in un periodo dà signifi- cato e colore a una situazione : prosa che non ha 1' eguale per energia di rilievo in tutta la let- teratura italiana. » fDalla Storia del C, II, 112). Un'altra i)rova di quello che il B. chiama « aperto sac- cheggio » ! ; un' altra delle mie « ruberie » ? Fra quelle che il B. cita a p. 102 del suo articolo, ne scelgo una, e non a ■caso : quella che si riferisce a « S. Pellico e Le mie prigióni », quella, cioè, che più mi ha messo di buon umore , giacché del Pellico m'ero già cominciato ad occupare, quando scri- vevo intorno ad esso le poche righe del mio manuale , per un lavoro che solo adesso è in fine di stampa, in tre volumi, presso la Casa Sausoni di Firenze. Il plagio è questo : « Un luogo a parte va lasciato a Silvio Pellico da Saluzzo , il perseguitato dell'Austria, che pas- sò la sua giovinezza nella prigione ^dello Spielberg in Moravia. Le sue tragedie, non esclusa la France- sca da Rimini, ch'ebbe pur molta fama, sono mediocri ; scinte e pe- destri le Cantiche e l'altre poesie; ma Le mie Prigioni, nelle quali egli narra lo strazio dei suoi quin- dici anni di carcere, sono un ca- polavoro. La forza di questo libro consiste nella semplicità mansueta e quasi umile, nella pacata rasse- gnazione onde r autore descrive le torture inaudite a cui egli, coi suoi compagni di fede politica, fu sottoposto : il processo insidioso, la condanna iniqua , feriti i sen- timenti più teneri, patimenti ma- teriali e morali, la catena al pie- de, la privazione dei libri, le ma- lattie lasciate senza assistenza per « Il Pellico (1789-1854), saluzze- se, visse molto a Milano, dove il padre avea un ufficio al Ministero della guerra ; e vi rimase , dopo la caduta del Regno Italico, come precettore presso nobili famiglie. Redattore capo del Conciliatore, accusato di carbonarismo, fu ar- restato nel 1820, internato nei Piombi di Venezia e nel '22 con- dannato a morte. La condanna gli fu commutata in quella di quindici anni di carcere nella pri- gione dello Spielberg ; ma fu gra- ziato nel 183U. Si stabili allora a Torino, dove passò il resto della sua vita, fra i mali fisici, lo sco- ramento e il pessimismo, mitigati dalla rassegnazione e dal senti- mento religioso , che furono le note predominanti del suo carat- tere. Le sue liriche sono meno che mediocri ; uè diverso giudizio può farsi delle sue molte tragedie 54 RASSEGNA CRITICA malvagio proposito, la vicinanza (lei malfattori più vili, negata ogni notizia della famiglia lontana, cer- cato uccidere l' intelletto ed il cuore. Tutto questo è narrato dal Pellico in uno stile sobrio e com- posto , senza una sola parola di c'illera, con tocchi ingenui e mo- liesti , in cui egli senza volerlo, mostra la nativa mitezza dell' a- uima sua, la nobiltà delicata dei suoi sentimenti, il suo amore della verità e della giustizia. Le virtù cristiane della carità e della ras- segnazione qui sono attuate senza sforzo e senza ostentazione : dei persecutori non si parla mai; agli ignari strumenti di quel dispoti- smo freddo e feroce è tenuta ra- gione d'ogni loro atto pietoso, di ogni loro intenzione benigna ; al- cuno ligure , come quella della Zanze , tìgliuola d' un secondino, del piccolo mutolo , della Madda- lena, del vecchio Schiller, carce- riere tedesco, staccano rilevate e parlanti su la triste caligine di quella vita d'angoscia. E uno dei libri più sinceri che siano mai stati scritti ; ed è la sincerità di un uomo timido e probo feroce- mente straziato. L' effetto ne fu immediato e profondo : le mie prigioni, tradotte in tutte le lin- gue , divulgate a migliaia e mi- gliaia di copie , sollevarono in tutta Europa un grido d'indigna- zione contro r Austria nefanda : fu detto che quel libro era stato per lei più calamitoso d'una bat- taglia perduta. » (Dalla Storia del C, III, 106-107Ì. [Eufetnio di Messina, Ester d" En- gaddi, Leoniero da Derlona, Tom- maso Moro, ec'-.), scucite nell'or- ganismo, sciatte e senza nervi nei caratteri, non esclusa la France- sca da Rimini , che gli diede la popolarità.— La gloria del Pellico è tutta in quell'aureo libretto delle Mie Prigioni, pubblicato nel 1832, che fu letto riletto e meditato da tutti con lagrime di commozione e che, come fu detto, « danneggiò r Austria più che una battaglia perduta ». La narrazione di que- gli anni di carcere passati allo Spielberg, con tutti i fremiti e i palpiti lagrimanti, cou tutti i do- lori, con tutte lo angherie subite, è (atta dall'autore in modo cosi vivo . sincero e pur semplice , è improntata di una tal rassegna- zione devota e piangente , che il lettore ne rimane commosso e conquiso, ed è tratto a partecipare con r anima allo strazio e alla fede del condannato. Rimane mol- to indietro, nel confronto con le Prigioni, l'altra operetta dei Do- veri degli vouiini dello stesso Pel- lico, la quale ha pur essa fervore umanitario e patriottico. » l'dalla mia Storia, 11, pp. .373-374). [n verità, c'è quel « non esclusa la Francesca da Rimini »f della qua] frase mi permetto sperare che il C. non reclami la paternità ! E vengo ad altre prove, di altro genere, della mala fede del mio Baretti. Si capisce che, nella sua recensione, il B. s'industrii di farmi apparire, oltre che plagiario, anche ignorantissimo. Sic- ché : I) Il B. si meraviglia ch'io non abbia tenuto conto di DELLA LETTERATURA ITALIANA 55 quanto il Croce scrìsse nella sua Critica, recensendo l;i Storia del C, riguardo a quelli che il C. chiama « i fattori della nostra letteratura », e fa chiaramente capire di credere ch'io* ignorassi quella recensione ; analogamente crede eh' io fossi « ignaro » delle pagine che il Pirandello , nella sua Arte e Scienza, dedica alla poesia di Cecco Angiolieri, perchè io tac- cio dell' opinione di quel critico, e seguo l'opinione del C. Ora il B., pur affermando il contrario , sapeva eh' io aveva cognizione di quei due scritti, perchè del primo, quando venne alla luce, se ne discusse piìi di una sera , insieme con lui^ proprio in casa del C, e del secondo egli ne discorre nei suoi Poeti e critici, libro con le sue mani medesime, da lui me- desimo B., regalatomi ! Sta a "vedere che, per far piacere al B., io avrei dovuto seguire piuttosto le idee del Croce che non quelle del Cesareo, e avrei dovuto tener conto d^ un lavoro e di una opinione — quelli del Pirandello — dei quali, come il B. dovrebbe sapere, la critica seria s'è mostrata tutt'altro che convinta. Del resto , se V appunto del B. meritasse d' esser preso sul serio, io gli ricorderei quanto , sui caratteri della poesia di Cecco, scrisse, prima d'altri, il D'Ancona ; gli fa- rei constatare che il giudizio che se ne legge nella Storia del Rossi (I, p. 165) non è diverso da quello enunciato dal C.^ e non è neppure del Rossi; lo convincerei che in un manuale scolastico, dove non e' è neppur una citazione bibliografica, sarebbe inopportuno, antididattico, sciocco, riportare e discu- tere le varie opinioni dei critici su ciascun argomento. — II.) Il B. -afferma che io «con mirabile disinvoltura m'ap- proprio dell'interpretazione » che il Cesareo diede della Vita Nuova dantesca, e « ricalco tutto il mio discorso su quello del C. » ; mentre il sapere (e il B. lo sa) ohe proprio di quella interpretazione cesariana io mi sono occupato, scrivendone a lungo sulla Rassegna bibliograf. della leti, ital (XXI, n.*' 12 ; 1913), avrebbe dovuto impedire al B., non dico di affermare ma neppur di sospettare lontanamente ch'io volessi « appro- priarmi » le conclusioni critiche, originali, del C. — III.) Il B. asserisce ch'io mi sono appropriato anche il giudizio che il C. esprime intorno alla descrizione boccaccesca della pe- 56 RASSEGNA CRITICA ste ; che non abbia capito — perchè ne taccio — quale sia, secondo il C, l'ideale del Boccaccio, e, avendo taciuto di tal ideale, riesco poi incomprensibile quando dopo dico (sempre copiando dal C.) che il Boccaccio difettò di senso tragico. A parte la considerazione che del valore del prologo del Deca- merone io mi occupavo già in un saggio critico (che con altri saggi costituisce un mio volume. Commedia divina e comme- dia umana, la cui pubblicazione è stata ritardata dalla mia chiamata in servizio militare e dall'attuale crisi libraria), del quale parlai più d' una volta al Cesareo medesimo, quando la mia Storia non era ancora venuta alla luce ; sta il fatto che quelle osservazioni sul nessun valore commotivo ed este- tico del prologo, erano state fatte da Paolo Colombo (al quale le suggerì il C, suo maestro), nelle sue Osservazioni sul De- oamerone, di cui la prima edizione è anteriore alla pubblica- zione della Storia cesariana ; e quindi non v'era proprio il bisogno eh' io ricorressi al manuale del C. per ripeterle ; e quindi, anche qui, l'accusa di appropriazione è falsa. Quanto, poi, all'affermazione ch'io non abbia capito ciò che il C. dice dell' ideale di messer Giovanni, mi par mostri il contrario quel mio discorso su La commedia umana nella fan- tasia di O. B., scritto nel 1913 (Messina, Principato), un anno prima, cioè, che la mia Storia fosse pubblicata. — IV.) Il B. afferma che fra le tante opere di autori eh' io sicuramente non ho mai lette , è anche la Gerusalemme.: dir codesto a . un alunno studioso di liceo è già fargli un'insinuazione; dirla ad un dottore in lettere , che abbia insegnato, come me , tre anni in terzo corso ginnasiale.... non so che cosa sia. Il B. non ricorda neppure che un anno egli mi supplì a Palermo, per qualche mese, in una terza classe ginnasiale, dove egli continuò la spiegazione, già da me iniziata, della Liberata !.... — V.°). Il B. mi concede , alla fine del suo ar- ticolo, che talora io non copio ; ma quando « non posso o non voglio fare la scimmia », do — egli dice — « in giudizi va- ghi che non colgono il particolare tell' opera d' arte , o in giudizi uniformi, e, finalmente, in giudizi assai sprezzanti e volgari a proposito di mancate opere d' arte » (p. 103j. E DELLA LETTERATURA ITALIANA Ù/ cita esempi della prima, della seconda e della terza specie. Cominciamo dai primi : sono sei, e basterebbero; il guaio è che quattro di essi (I , 28 , 76 , 116, 133) sono citazioni di quelle frasi brevissime eh' io premetto ai brani riportati nella parte antologica del manuale , e non fan parte della Storia letteraria, nella quale, invece, si trovano « i giudizi », copiati o no dal C, non brevi e particolari. Gli altri du§ esempi son questi : « [ molte liriche di Jacopone] rivelano la tempra di un vero poeta », e « IXovelliere non del tutto indegno d' esser letto è Franco Sacchetti » ; ma, anche qui, il B. li cita come se io pretendessi di giudicare compiutamente due poeti con quelle due espressioni, mentre invece intorno a Jacopone e al Sacchetti io ho scritto per circa tre pagine (I, pp. 43, 44, 230), delle quali onestamente il B. riporta appena una riga e mezza. E ciò, senza dire che prima (p. 100) il B. aveva affermato aver io copiato dal C. anche quello che si riferi- sce a Franco Sacchetti ! — « Della seconda specie di quei giudizi ci sarebbe da tare una lunga filza : — scrive il B. — però io ricordo solo che 1' aggettivo « magnifico » nella sua varia flessione è adoperato tanto a proposito del dolce stil nuovo (I, 36) , che di quello (sic) dell' IntelUgenzia (I, 63), tanto di ciascun poeta fiorentino (I, 63), che del programma di Arrigo VII. » Codesto vuol diuiostrare che io « do in giu- dizi uniformi », e sia pure ; ma noto che le citazioni dal mio libro poste in parentesi dal B.,.iion corrispondono; che del r IntelUgenzia io parlo solo a p. 25 del I" voi., dove 1' ag- gettivo incriminato non esiste , che il programma di Arrigo VII non è un'opera d'arte, e quindi, dicendolo « magnifi- co » s' esprime un apprezzamento ben diverso da quello che lo stesso aggettivo pnò avere nella seguente altra frase , cui il B. si riferisce : « [difetti] che assai di rado annebbiano la magnifica bellezza con che fu espressa [dai poeti del dolce stile] la concezioufe d' amore. » Riguardo a quelli della terza specie , non mi par,- il caso eh' io spenda parole. Soltanto, faccio notare ai lettori che il Catone, il quale trova volgari, parole (ei le chiama « giudizi ») come queste : « raziocinato- re », « noioso » (è detto degli spiritelli della lirica medie va- 58 RASSEGNA CRITICA le !), « scipitissima », « povera », « declamatoria » , « grafo- mane », « loquace » e sim., eh' egli cita dalla mia Storia, è quel B. medesimo, autore della famosa Macellatio Capuanae^ famosa per irriverenza e villania di linguaggio, autore della recensione a mio riguardo, nella quale egli ha profuso i fiori della sua lingua forbitissima, dei quali avrò occasione di ci- tare più avanti qualche leggiadro esempio. * Ma se io affermassi che della Storia del C. nulla e' è nella mia Storia, mentirei; e non v' è ragione perch' io debba mentire. Della Storia del C. e' è nella mia Storia ciò che^ quando accettai 1' incarico di compilarla , pensai subito che dovesse esserci, e mi preoccupai insistemente e volli che ci fosse : il metodo prevalentemente estetico, e quel metodo e- stetico, ma non attuato, in un manuale scolastico, con tale esclusività che ne rimanesse quasi del tutto annullata la parte storico - biografica eh' è pur necessario far conoscere agli alunni ; e corredato di un' abbondante esemplificazione antologica. Il qua! m«todo, coi suoi principii, con le sue de- duzioni, coi suoi conseguenti giudizi su periodi, autori e opere della nostra letteratura , io ho studiato ed appreso (e il B. ne sa qualche cosa) non solo con la meditata lettura di quella Storia e degli altri scritti s^peciali del C, ma con la quoti- diana consuetudine familiare, del quale il C. mi ha fatto de- gno per più di tre anni consecutivi ch'io fui a Palermo, il quale metodo è finito per diventare parte indissolubile (e an- che questo il B. sa per esperienza personale) del mio pen- siero, della mia coltura , della mia attività letteraria : e ri- nunziarvi mi sarebbe assai difficile, e, rinunziandovi, mi par- rebbe di commettere un grave errore di fronte alla verità^ di togliere al mio spirito cosa che lo alletta ed appaga. Per ciò, se avessi dovuto compilare quel mio manuale con me- todo diverso, non ne sarei stato capace, ed, essendone ca- pace, non l'avrei compilato; seguendo quel metodo, m'ap- pariva evidente che l'opera dovesse sembrare una derivazione DELLA LETTERATURA ITALIANA 59 di quella del C. ; e che tale sembrasse e, in un eerto senso^ fosse, mi piacque e volli. Tra dir codesto e affermare eh' io- abbia plagiato, « spacciando per mia la roba altrui », corre hi medesima differenza eh' è tra 1' onestà e la disonestà. E anche ammesso , per far piacere al B., che io fossi un tal uomo da compensare la stima e 1' affetto avutimi dal C. col derubarlo , non sarei stato così inesperto e sciocco da met- tere il mio nome a un manuale scolastico copiato dal suo 'y. poiché la Storia cesariana va per le scuole ed è notissima a tutti gli insegnanti , io mi sarei coscientemente e sicura-^ mente danneggiato e dal lato morale e da quello finanziario : e nessuno è così imbecille da affaticarsi a scrivere un'opera scolastica con la certa prospettiva di farsi dare, per sua colpa medesima, del ladro, e di non guadagnarci neppure il becco di un quattrino ! Anzi io sono stato così scrupoloso , e nei riguardi del C. e di fronte a me stesso^ che rinunziai a scriver la mia Storia anche per i Licei, cui par destinata quella, di- visa in tre volumi, del C. , e la scrissi solo (come si ricava dal contratto editoriale e dal sottotitolo stampato sul fron- tespizio del libro) j)er gli Istituti Tecnici, dove mi constava che quel metodo, in generale , non fosse ancora seguito ed attuato. E ciò perchè non sembrasse a qualche insincero pu- ritano che io volessi se non danneggiare , come è pronto a dire il B., almeno emulare e scimiottare il C. Tutte codeste non sono le ragioni dell' ultim' ora ; no- cella seconda pagina della prefazione al mio manuale di- chiarai onestamente (ma il B. dice « imprudentemente ») di aver tratto profitto in modo particolare dalla Storia del C, di averla « seguita, più che le altre , da vicino », ecc. ecc.. La mia sincerità m' impedì di prevedere che il B. si sarebbe valso di quella mia dichiarazione per dimostrare, come due e due fa quattro, eh' io ho ripresentato sotto il mio nome il manuale del C. A tal nequizia posso credere, e credo, sol- tanto oggi che il B. mi ha dimostrato, con la sua recensione, come e quanto egli ne sia capace. E non basta ancora. Delle osservazioni, delle notizie e via dicendo, che, per averle trovate nella Storia del C. e in 60 RASSEGNA CRITICA -quella mia, il B. ha asserito eh' io le ho copiate dal C, men- tre «i trovano in tutti i manuali anteriori e posteriori a quelle del C. ed è iaevitabile che sia così, io dissi già e a lungo, esemplificando. Dei giudizi e delle osservazioni che apparten- gono esclusivamente al C. e si ritrovano nel mio manuale, è utile eh' io dica qualche cosa ; giacché , come si capisce, gli uni e le altre hanno offerto buon gioco al B., che s' in- dugia in modo speciale a metterli in luce, citandone la fonte e.... la copia. È l'altra categoria di « plagi » cui ancora non ho accennato. Ora, mi pare indiscutibile (mi rivolgo sempre agli onesti , soltanto dai quali mi preme d' esser giudicato) che quanto la critica, letteraria o scientifica che sia , viene a mano a mano scoprendo, affermando e dimostrando, divenga patrimonio della critica medesima e^ quindi , universale. Si tratta di osservazioni e conclusioni che , chi debba toccar dell' argomento cui quelle si riferiscono, non può tacere senza buscarsi la taccia d'ignorante, non può modificare senza al- terarle ; e può variarle solo nella forma espositiva e non nella sostanza : parlar di plagio è in taluni casi giusto, do- veroso, onesto; in altri casi è ingiusto, sommamente ridicolo e disonesto. Esaminiamo il mio caso. Se io avessi scritto un articolo o un libro per dimostrare, mettiamo, che la Vita Nuova è la costruzione ideale di un amore fantastico, o che il temperamento poetico del Boccaccio difetta della nota tra- gica , o che so io , facendo apparire e dal touQ generale e dalla mancanzja di qualsiasi richiamo o accenno bibliografico o in altri modi, eh' io volessi dimostrar per primo tutto co- desto, la critica avrebbe avuto il diritto e il dovere di sbu- giardarmi, svelando le fonti del mio lavoro ; ma che io scriva un manuale « scolastico », che per ciò deve avere carattere precettistico e assiomatico ^ additando, per giunta, nella prima pagina, a caratteri cubitali, sinceramente e chiaramente, i libri dei quali mi son giovato nel compilarlo e in modo particolare un libro al quale ho attinto : e che un critico mi accusi di aver plagiato da quei libri e in modo partico- lare da quel libro da me indicati, è, più che scioccheria, ad- dirittura disonestà. DELLA LETTERATURA ITALIANA 61 Così, per esempio, il B., osservando eh' io, a proposita del Contrasto di Cielo, dico, in una parentesi , eh' esso « se non e siciliano, è sicuramente meridionale », insegna ai let- tori che « la congettura ai)partiene al C, il quale validamente la sostenne nella sua Poesia sotto gli Svevi (pp. 307-334) ». Ma io non ho fatto una « congettura » , io non ho detto: « il Contrasto a me pare che sia, ecc. » ; che il componimento sia meridionale è certo e nessuno dubita , che sia siciliana non è certo : e codesto io ho creduto opportuno di dire fug- gevolmente : di chi siano le diverse congetture in proposito, agli alunni non interessa sapere , gì' insegnanti lo sanno, a almeno dovrebbero saperlo ; i quali ultimi non possono cer- tamente [)ensare eh' io abbia aspettato a scrivere un' anto- logia letteraria per le scuole per inserirvi, in una parentesi di mezza riga, una mia congettura critica ! Ma non soltanto il B. asserisce che io mi sia ai)propriato , a codesto modo, delle pagine cesariane relative al Petrarca , all'Ariosto , al Tasso , all' Arcadia , al romanticismo, al Manzoni e via via seguitando ; egli ha osato far di più. Nella fiducia che i let- tori sarebbero rimasti suggestionati e convinti del suo sicu- rissimo modo di affermare e che, anche , non sarebbero an- dati a controllare la sue citazioni, ha citato o nel modo che potesse far comodo alla sua presunta dimostrazione o addi- rittura falsamente. Anche qui sarà opportuno qualche esem- pio. Io ho teiQpestato di frasi é periodi chiusi tra virgolette moltissimi capitoletti della mia Storia , tra i quali uno sul romanticismo ; e nella prefazione, già accennata, ho scritto : « al libro del C. appartengono quasi tutti i brani che si tro- vano, in queste pagine^ chiusi tra virgolette. » Orbene, il B. afferma eh' io mi sono appropriato anche dei giudizi espressi dal C. sul romanticismo, che anzi « ho dato ad intendere di avere approfondito ogni problema storico e filosofico dell'este- tica » (p. 101); e, a dimostrazione di quanto afferma, stral- cia un branetto da quel mio capitolo pieno di richiami al- l' opera del C. , quel solo branetto dove le virgolette non capitano , e.... lo addita ai lettori come prova di appropria- zione indebita ! — Di piìi : egli scrive (p. 93) : « Il C. aveva 62 RASSEGNA CRITICA fissato tre fattori alla nostra letteratura.... e pur il G. fissa quei tre fattori, asserendo ecc. ». Vada il lettore a vedere a j). 16 del mio manuale, la pagina citata appunto dal B. , e troverà : « appunto per ciò [i tre divi-rsi sentimenti della co- scienza italiana] sono stati opportunamente chiamati « i fat- tori della letteratura italiana » : il sentimento, ecc. ». Il B. ha saltato, citando, quel « sono stati opportunamente chia- mati » , nonché le virgolette che veiigon dopo !... Ancora ? Dice il B. ch'io ho «spacciato per miei» i giudizi v^esariani sul- F Orlando furioso e sulla Liberata ; e che, per giunta, « quando mi provo ad esporre la trama » dei due poemi, « seguo quella che ci aveva esposto il Cesareo » ip. 100). Ebbene, nel ma- nuale del C, come ognimo può vedere, vsono analizzati i ca- ratteri dei principali personaggi della Gerusalemme, ma la trama del poema non è né esposta né accennata ; e quanto a quella del Furioso, ecco le due esposizioni della trama : « V Orlando Furioso è material- mente la continuazione dell' Or- lando innamoralo di Matteo Maria Bojardo, che tutti allora leggevano. Gli eroi , le donne , i luoghi di questo ritornano in quel- lo ; l'azione centrale è sempre la lotta fra i Cristiani e i Saraceni. S'apre il poema con la fuga di Angelica dal campo di Carlo Ma- gno intorno a Parigi: essendo ella amata e inseguita , in prin- cipio da Rinaldo e Ferraù, poi da Sacripante re di Circassia, in line da Orlando, quella fuga dà luogo a duelli, inganni , rapimenti , li- berazioni, d'ogni sorta avventure. Nel frattempo anclie Ruggiero, eh' è lo sposo promosso di Brada- mante e in cui la rassegnata adu- lazione del poeta figurò il capo- stipite di casa d' Este, s' accende egli pure d'Angelica, la quale rie- sce a involarglisi per la magica virtù d'un anello. Invano Orlando la cerca e compie per lei imprese mirabili : ella si scontra in un valletto d'Affrica, giovine e bello, 'Che s'era lasciato ferire per sal- -vare di notte il cadavere del suo « Il poema continua la maferia e la narrazione deW Orlando bo- iardesco ; l'azione, infatti, nomi- nalmente principale, è costituita dalla guerra tra Carlo e i Sara- ceni, dal momento elio questi ul- timi hanno sconfitto — nell'opera del Boiardo — I' esercito di quello cingendo d'assedio Parigi. Adesso le sorti della guerra mutano : l'e- roe vittorioso dei Saraceni, Agra- mante, è sconfitto due volte, tenta di fuggire in Africa, perde la flot- ta che gli è distrutta dai nemici, viene a duello con Orlando od è ucciso. Ma anche le due altre azioni principali . 1' amore e la pazzia d' Orlando e gli amori di Ruggiero e Bradamante, rimeua- noali' Innamorato , del quale ri- prendono le due narrazioni rela- tive. Orlando, follemente innamo- rato, più di Rinaldo, della bellis- sima Angelica . pianta in asso il campo di Carlo e vaga in traccia di quella, che è sfuggita alla cu- stodia del duca Namo ; d'impresa in impresa e d'avventura in av- ventura, apprende finalmente che 1' amata ha dato il suo cuore al- DELLA LETTERATURA ITALIANA 63 signore, lo prende seco, lo medi- ca, gli rida la salute e Io sposa. Avuta notizia del tradimento, Or- lando impazzisce e va per terra e per mare commettendo strava- ganze incredibili , finché Astolfo, un altro cavaliere cristiano , in groppa a un cavallo alato , l' ip- pogrifo, non sale nel regno della luna a recuperarvi il sonno d'Or- lando, che si trova rinchiuso in una fiala. Questo gran paladino, tornato saggio, uccide in singoiar tenzone tre de' più gagliardi ca- valieri di Pagania e libera dallo assedio l' imperatore. Poco dopo Ruggiero , il quale ha compiuto egli pure grandi prodezze, si con- verte alla vera fede e sposa Bra- damante , non senza aver prima ucciso Rodomonte, il più terribile de' cavalieri moreschi. Codesto, per altro, si può dire a pena un episodio, il più rilevante, dell' o- pera, la quale consta pur d'altre improse poco meno importanti e collegate lontanamente con quel- lo. » (Dalla S/oria del C, II, pp. 81 sgg.). r oscuro giovanetto Medoro ; per il grande dolore gli dà di volta il cervello, commette mille azioni pazzesche, finché , per volere di- vino, ricupera il senno che Astolto gli riporta in una fiala dal regno della luna. Non meno varie e mol- teplici sono le vicende e le av- venturo attraverso cui si svolge l'amore di Bradamante e del sa- raceno Ruggiero ; il quale , bat- tezzato da un eremita , riesce fi- nalmente a sposare l'amata, quan- do la guerra tra i Saraceni e lo esercito di Carlo è già finita : ed essi saranno ì capostipiti della Casa Estense. Ma attorno a code- ste azioni si intreccia nel modo più vario una quantità straordi- naria di altre azioni ; come le av- venture di Zerbino e Isabella, di Brandimarte e Fiordiligi, di Ric- ciardetto e Fiordispina , ecc.), di descrizioni e di episodi come l'i- sola di Alcina , il regno di Logi- stilla, deridano e Medoro, ecc.), di novelle e via dicendo , ecc. » (Dalla mia Storia, I, pp. 389-390). Se neir esporre il sunto dell'opera io ho seguito il C, giudichi il lettore ; che , poi, il Furioso sia, in certo senso, continuazione dell' Innamorato, è cosa che si sa.... dacché lo Ariosto scrisse il suo poema. — Un ultimo esempio. Afferma il B. eh' io, discorrendo della scuola siciliana , « i)iù larga- mente rubo dal C. . il quale è anche autore, come si sa, di uno studio a parte sullo stesso argomento , studio che il G. , piuttosto che compulsare onesta- mente e discretamente, saccheggiò senza I) i e t à non soltanto ne' concetti ma anche nello parole:» (p. .96), e dopo i due punti, egli, il B., cita un mio branetto e gli mette di contro un branetto.... della Sto- ria del Cesareo ! Insomma , io ho saccheggiato senza pietà e ho ripetuto le parole della Storia o dello studio particolare del CI O 1' una cosa o 1' altra, giacche il C. non ha ripe- tuto nelle due paginette del suo manuale , « con le stesse 64 RASSEGNA CRITICA parole», le molte pagine dell'altra sua opera. E, in ogni caso, il B. ha dimostrato.... a modo suo. Si aggiunga, a proposito di quest' ultima citazione, che il B., mentre mi accusa di aver mostrato di. non conoscere taluni lavori su argomenti particolari, del Croce, del Piran- dello o di chi so io, mi accusa, d' altra parte, di aver tratto profitto da lavori particolari del C. ; e mentre asserisce eh' io ho saccheggiato uno o due degli studi del C, non s' accorge che i)arecchi altri giudizi — sull' Ariosto, sull' Arcadia , sul Meli, e altri — che trovansi nel mio manuale, derivano dal- l' aver io compulsato altre pubblicazioni del C. medesimo (per quelli or citati, cfr. la Critica Militante ; Palermo, 1911), e non dalla Storia , dalla quale il B. afferma eh' essi sono plagiati ! Rovara, ottobre 1916. Andrea Gustarelli GIOVANNI MELI E IL PARINL In una lettera del 1815, ultimo di sua vita, il Meli, scri- vendo al sig. Giulio Genoino di Napoli, si dice « un devoto adoratore dell'immortale Abate Parini » (1), la quale adorazio- ne, leggendo le opere meliane, in cui le imitazioni pariniane spesseggiano, ci si appalesa tutt' altro che platonica. Invero questi due abati (2), vissuti pur cosi lontani l' uno * (1) Cfr. Lettere inedite di uomini illustri siciliani in Nuove Effe- meridi sicil., s. Ili, voi. IX (1880), p. 216. (2) Anche il Meli fu, com'egli stesso scrive, « abbate.... di sole spoglie, senza titolo e senza pensione ». Cfr. Lett. ined. del Meli pub- blicate da L. BoGLiNO in Nicove Effem. sicil., s. III, voi. XI (1881), p. 229. Certo egli vestì sempre da abate (e pare che lo sia effettiva- mente divenuto nel 1814 per poter concorrere all' abbazia di S. Pan- crazio da lui tanto sospirata e non ottenuta), perchè con tale abito gli venivano aperte tutte le porte « e specialmente quelle dei mona- steri, numerosissimi in Palermo, per esercitarvi la sua professione di medico ». Cfr. G. B. Saladino, G. Meli e il suo ditirambo in Bull, senese di st. patria, XXIII (I9I6), 3 , p. 301. Nella sua Supplica a re Ferdinando III dì Borbone egli scrive» di sé : Quattr' ordini si trova E 'na tunsura dintra 1' arma già, Pirtantu è preti chiù di 'na metà. Rass. crit, XXII. ^ 66 RASSEGNA CRITICA dall' altro, in paesi le cui condizioni politiche erano così di- verse (1), presentano tante analogie che vale proprio la pena di metterle brevemente in evidenza (2). Entrambi di povera famiglia dovettero fin dalla gioventù contrastale con la miseria. Il Meli anzi dovette, senza voca- zione, abbracciare la professione di medico. « Si trascinò — scrive egli di se — suo malgrado per tutto il tempo della sua vita dietro gli ammalati, come il corvo » (3). Costretti dalle necessità politiche ricorsero all'allegoria e alla satira per esprimere i loro sentimenti : il Parini spe- cialmente nel Giorno, il Meli nelle Favole morali (4) , nelle Satire, nelle Poesie filosoficlie, nella Bucolica, nei poemi bur- leschi, nel ditirambo p). Cfi', Op. poetiche di G. Meli edite da E. Alfano, Palermo, Piazza, 1915; p. 271. (In nota però l'Alfano confuta l'asserzione del M.)- Vedi inoltre la poesia A Fidiricu Lancia duca di Castel Brolu, nella quale il poeta si fa chiamare « abati » (Op. poel. cit. , p.29l) e la graziosa variante della su detta Supplica {Ivi, p. 272). (1) Oltre al rapido cenno del Guerzoni in 11 terzo rinascimento: Corso di letteratura italiana, Verona, Drucker e Tedeschi, 1876, lez. XVII, pp. 507 sgg., vedi il capo I dello studio di G. Pipitone-Fe- DERico, Giov. Meli. I tempi, la vita, le opere, Palermo, Sandron, 1898, pp. 2 sgg. ; G. Navanteri, G. Meli con un saggio bibliografico, Pa- lermo, Reber, 1904, pp, 25 sgg.; G. Pitrè, La vita in Palenìio cetito e più anni fa, Palermo, Reber, 1904-05, voi. I, pp. 1 sgg. epassim, voi. II, passim. (2) Che nel M. ci sia «qualcosa dei principi del Parini» notò di passata il Guerzoni in Op. cit. , p. 486. Un breve confronto fra il M. e il F*arini fa V. Lanza (G. Meli nella poesia e nella vita, Pa- lermo, Tip. dello Statuto, 1887, pp. 23-24). (3) Leti. ined. in N. Eff. sicil., voi. XI , p. 229. Cfr. inoltre la Biografia di A. Gallo preposta alle Poesie scelte.... di G. Meli (Pa- lermo, Solli, 1857), quella di G. D'Angelo edita dall' Alfano (Paler- mo , Piazza , 1915) e due importanti opuscoli di G. A. Cesareo : La giovinezza di G. Meli (in Arch. stor. sicil., N. S., a. XL, fase, iii-iv, Palermo, 1916) e La vecchiezza di G. M. (in N. Antologia del gen- naio 1916). (4; Per esempio, nelle favole Li surci (I topi) e Diri e faH (Op. poel. , p. 10 e 44) si alludo alla condotta politica di re Ferdinando. Cfr. Navanteri, Op. cit., p. 311, n. 2 e p. 312. (5) Nel ditirambo Samdda si allude pure a Ferdinando, adombrato DELLA LETTERATURA ITALIANA 67 Ostili, come l'Allìeri, all« nuove idee francesi e alle fogge • alla francese, ne dissero «orna, IS^el Meli però la nota miso- , gallica è assai più frequente che nel Parini. Basti infatti leggere le sue Poesie civili per sentirne tutta 1' asprezza. In una di esse, intitolata La franzisaria (la franceseria), si satireggia il vestire alla 'francese delle donne palermitane le quali, come le consorelle di Francia e di Lombardia, non sapevano piti fare a meno del cavalier servente: L'amicu so sirventi Chi a lata tìssu leni, Cancaru ! si manteni Cu. tutta proprietà ili. Dello stesso tono sono : La gran moda lìrisenti , composta nel 1789 (2), vale a dire sei anni prima dell'ode pariniana Sul vestire alla ghigliottina [^) e quella che s' intitola L'està a la Marina : Cliista è la Francia Di sta Marina ; Chi cosa tìna In verità A la francisa Senza cannili, Chistu è lu stili Di la città!... (4j. sotto lo « scursuni » (serpo). Cfr. Op.poef., p. 164 eN. Bianchi, Ilpen- siero politico di G. Meli in Rass. Nazionale , serie li, voi. I (1916), p. 354. (1) Opere, p. 85. Truduz. letterale : « L' amico suo servente che allato Asso tiono, canchero !. si mantiene con tutta proprietà ». (2) Opere, p. 75. (3) Per la data dell'ode (1795) cfr, M. Scherillo, Le poesie di G. Parini, Milano, Hoepli, 1913, p. 197. (4) Opere, p. 87. Traduz, : «Questa è lu Francia di questa Ma- Tina; che cosa tìne in verità!... Alla francese senza candele, questa • è l'usanza della città. I... » 68 RASSEGNA CRITICA In Dopu V està si ribattono le stesse idee, notando la diffe- renza fra i costumi siciliani d' una volta e guelli del suo tempo : Si tratta a la francisa, Nun su' nenti gilusi, Su' tutti afflttuusi, Nun e' è meu e mancu to. Per iddi è impolizia Qualura la so dama 'Un joca, 'un balla, 'un ama, Ma fa lu fattu so. Anzi taluni stilano Chi lu maritu va, Pri stari in libertà, Unni la mogghi 'un e' è (1). Nella bellissima satira La villiggiatura si parla delle opere francesi allora più in voga, cioè del Voltaire e del Rousseau : — C è Voltier ! e' è Russò!... la signurina Li capisci sti libri eh' aju dittu ? — Oh ! ultra eh' è 'na vera francisina Li spiega lu serventi 'ntra un vuschittu (2). Non si può fare a meno di ricordare quel luogo del Giorno {Mattino, V. 598) , dove è l' invocazione al Voltaire « de la Francia Proteo multiforme » e si accenna ad altri « studiati autori » francesi. Non mancano nel Meli tirate ironiche contro la nobiltà ignorante e presuntuosa del suo tempo. Per esempio , ecco quello che il poeta fa dire ad un nobile : (1) Ivi, p. 88. Traduz. : « Si tratta alla francese, non sono affatto gelosi, son tutti affettuosi, non e' è né mio uè tuo. Per essi è sgar- beria se la loro dama non giuoca, non balla, non ama. ma fa il fatto suo. Anzi taluni usano che il marito se ne vada, per stare in liberti» , dove la moglie non e* è ». (2) Ivi, p. 104. Traduz. « — C'è Voltaire! c'è Rousseau!... La signorina li capisce questi libri che ho detto ? — Oh ! oltre che è una vera francesina, li spiega il servente dentro un boschetto ». DELLA LETTERATURA ITALIANA 69 In casa mia nun amu sti dutturi, Voggliiu tutta pri mia la prifirenza E ammetta sulamenti pri favuri, 0 pri farmi di agenti o sicritariu Qualchi preti di sulu breviariu. Né soffra in casa mia chi alcuna dica : Caia sa chiù di la patruni ! È vera Chi lu leggiri e scriviri mi frica, E mi custa gran stenti, ma 1' intera Poi gran sapiri in nui di prima sangu Passa da patri in flgghi 'ntra lu sangu (l^ Il famoso episodio della «cuccia» {Meriggio, v. 517 sgg.) è imi- tato dal Meli nello Scherzu eligiacu pri la morti di 'na lapi- data gaddina. L' imitazione diventa parodia nelle seguenti terzine , dove è scherzosamente descritta la violenta morte della gallina : A lu colpu, a la botta, a la putenti Cantunata la povira gaddina Valeva diri assai, ma 'un dissi nenti. Tri voti mossi la lingua mischina Pri diri : «ahimè Naselli ! » — ma tri voti Lu gran duluri poi ci la 'ncatina. Stinnicchia 1' ali, si gira, si scoti. Vota, tìrria, cadi, poi si susi. Tutta è cunfusioni e tutta è moti. Ma in tanti peni cussi dulurusi, Spittaturi indulenti a sta ruina Li tri rei stannu fermi e curaggiusi ; Sulu n' appi pietà certa Damina, Nun pr' autru, ma pircli' ebbi di natura Un' armuzza gentili, fina fina. (^1) Ivi, p. 107 (nella satira Lu cagghiustiHsimu : il cagliostrismo). Traduz. : « In casa mia non amo questi dottori, voglio tutta per me la preferenza, e ammetto solamente por favore, per farmi da agente o segretario, qualche prete di solo breviario. Né tollero che in casa mia alcuno dica : Caio sa più del padrone ! È vero che il leggere e lo scrivere non sono il mio forte e mi costano grandi stenti, ma poi r intero sapere si trasmette col sangue, in noi che siamo di alto li- gnaggio, di padre in tìglio ». 70 RASSEGNA CRITICA La fama intantu di sta <,n'an sciagura La pinnuta repubblica 'mpannau. Di disulazioni e di paura. Lu gad lu a sta nutizia svulazzau ; Vista la facci bedda e sculurata Nun cursi no, nun cursi, ma vulau:... (1). Contro i giacobini e contro Napoleone »crÌBse nn Sùnettu cu- datu e un' ode intitolata Sii la cafìuta di Bonaparti (1812)> in occasione della ritirata da Mosca (2). Quest’ ode , in cui viene esecrata la guerra per le funeste conseguenze che ap- porta, è tutta imbevuta di pariniana moralità. Bene spesso il Meli adopera le medesime esj)ressioni del Pa- rini. La seguente strofe della poesia Tai ritrattu : C è di Veneri lu figghiu ‘Ntra ddu teneru so labru ; Nun e’ è labru chiù virmigghi-u- Tuttu sparsu di cinabru (3 ricorda molto da vicino quella de 17 educazione : Va saltellando il riso Tra i muscoli del labro, Ove riedo il cinabro. (1) Ivi, p. 117. Traduz. : « Al colpo, alla botta, alla potente can- tonata la povera gallina voleva dir molto, ma non disse nulla. Tre volte mosse la lingua meschina per diro : ‘ aliimè Naselli ! ‘—ma tre volte il gran dolore poi ve la incatena. Apre le ali, si gira, si scuote, volta, rigira, cade, poi si rialza, è tutta confusione, tutta movimenti. Ma in tante vicende cosi dolorose , spettatori impassibili a quella rovina, stanno i tre rei fermi e coraggiosi ; solo n’ ebbe pietà certa Damina non per altro, ma perchè ebbe da natura un’ animetta gen- tile, fine fine. La fama intanto di quella grande sciagura riempi la pennuta repubblica di desolazione e di paura. Il gallo alla notizia svolazzò; vista la faccia bella e scolorita non corso no, non corse, ma volò…. ». L’ ultimo verso ne ricorda uno notissimo del Tasso. (2) Ivi, pp. 147 e 149-50. (3) Ivi, p. 235. Traduz.: « C è il tìglio di Venere tra quel suo- tenero labbro; non e’ è labbro più vermiglio tutto sparso di cinabro ». DELLA LETTERATURA ITALIANA 71 Di Stile e sapore pariniano è j^ure l’ode al viceré Francesco’ d’ Aquino, dove si legge la seguente strofa : So chi la forza e 1′ animu Su’ ineriti e virtuti Quannu pr’ oggettu guardanu La pubblica saluti (1), che fa pensare ai versi « La salute civile » e « … la comune salute » dell’ ode La salubrità dell’ aria. Altrettanto può dirsi dell’ ode La puisia (2). I seguenti versi del poema Don Cìmciotti e Sanciu Panza :. Li strumenti di Cereri e di Pali Tratta 1′ agriculturi Ma quannu lu pianeta risplendenti Versu di lu meriggi u autu s’ avanza. Ficca di la finestra ‘ntra la ‘ngagghia L’ acuti raggi, e all’ occhi ci li scagghia. E li sforza ad aprirsi, ed a lasciari Di la Cimmeria Dia la negghia opaca… (3), ricalcano e traducono addirittura intere frasi del Mattino (vv. 40-41, 92-96 e 113). Nel Prologo alle Favole si hanno i versi : Centra di cui si avanza Scudu si fa e riparu (4), (1) Ivi, p. 279. Traduz. : « So che la forza e l’animo son meriti e virtù quando hanno per oggetto la salute pubblica ». Cfr. N. Bian- chi, Op. cit., p. 349 : « …. la poesia del Meli ascende, senza dubbio e spesso, all’ altezza morale di quella del Parini », (2) Opere, p. 313. (3) Cfr. canto Xll, st. 4.*^, 6.* e 7.* (Opere, pp. 512-13). Traduz. : « Gli strumenti di Cerere e di Pale tratta 1′ agricoltore…. Ma quando il pianeta risplendente verso il meriggio alto s’avanza, ficca tra la fessura della finestra gli acuti raggi e agli occhi glieli scaglia. E li sforza ad aprirsi, ed a lasciare la nebbia opaca della dea Cimmeria ». (4) Opere , p, 6. Traduz. : « Contro chi si avanza scudo si fa e riparo ». 72 RASSEGNA CRITICA . () Ivi, p. 336. Traduz. : « …. tutti questi moderni zerbinotti, che vogliono fare segni alla francese. Credete a me, che è grossa stra- vaganza da farvi crepar dalle risa, lingua toscana con stile francese ». (2) Vedi la sua memoria intitolata Riflessioni sullo stato presente del regno di Sicilia {i80i) intorno all’ agricoltura e alla pastorizia (autografo pubbl. da G. Navanteri, Ragusa, Piccitto, 1896) , in cui si leggono ardite parole come questo : « .,.- la perdita o la morte del più miserabile bifolco porta più danno allo Stato di quella di cento paglietti, baroni, medici, razionali, secrotari etc. e la ragione ne é evidentissima: giacché tutti questi consumano, e perciò scemano i viveri e le derrate dalla massa universale , quello ne somministra e ne ripone alla medesima » (p. 11) e si osserva che « …. i soli mezzi da sgravare la Sicilia dalle presenti angustie e di restituirla alla pri- 74 RASSEGNA CRITICA austero, assunse un atteggiamento di sfida e di acre rampo- gna versò la frivola e corrotta società, in mezzo alla quale viveva; il Meli, più debole e bonario (1), pur facendo buon viso alla dominazione borbonica, mise velatamente in ridicolo le debolezze e gli errori dei governanti e dei governati, trat- tenne F invettiva che avrebbe voluto prorompere dall’onesto suo animo e ricorse alle geniali allegorie, di cui sono popo- lati i suoi tre poemi burleschi e le sue bellissime Favole (2)^ Venuti su di tra i bamboleggiaraenti dell’ Arcadia seppero ognuno trovare la propria via irta di non picciole difficoltà, ma conducente a gloria non peritura. Giuseppe Bologna miera opulenza, sono quelli di moltiplicare in essa le braccia utili alla agricoltura ed alla pastorizia, e d’inspirare insieme l’arte e l’industria ai suddetti mestieri convenienti. Dunque queste due devono essere le mire, e cui dovrebbe applicarsi seriamente e con tutta la possibile energia il Governo di questo Regno » (p. 4). (1) Un geniale confronto fra il M. e don Abbondio fa il Biondoliixo (Cfr. il suo ai’t. L’ arte di G. Meli in Riv. cV Italia del marzo 1912, pp. 458 sgg.ì. 2j Cfr. BiONDOLiLLO, / poemi giocosi e satirici del Meli (in Riv. d’ Italia del geun. 1917, p. 3) e Le favole del Meli (in Riv. d’Italia del nov. 1913, p. 728). RECENSIONr Luigi Russo. — Pietro Metastasio (Estr. dagli Annali della.- R. Scuola Normale Superiore di Pisa, voi. XXVII). — Pisa,. Nistri, 1916 (8″, pp. 260). Piena conoscenza deirarg-omento, acume critico, modernità di idee, sobrietà e chiarezza d’espot. 76 RASSEGNA CRITICA Non crede il R, che a metter in cattiva luce l’opera meta- stasiana nel periodo del Risorgimento abbia contribuito molto l’ufficio di poeta cesareo in una corte austriaca, e infatti ognuno sa che l’abate rimase popolare in Italia; ma l’arte di lui era ormai troppo remota dai tempi nuovi perchè la critica potesse esserle ancora ossequiente. Abbiamo quindi i giudizi dei moderni e quello dell’A. : il quale, fra la riabilitazione del De Sanctis e il recente non del tutto favorevole commento che ne ha fatto il Borgese, scei^die una via di mezzo e dichiara che l’arte del poeta « non vive per quel mondo tragico dell’ eroismo e della virtù dal quale rimanevano edificati gli spettatori del tempo; ma perchè dissimulata rappre- sentazione d’un mondo interiore, idillico, elegiaco, castamente e morbidamente sensuale ». Questa è la tesi che 1′ A. si propone di dimostrare nella seconda parte del suo lavoro, poiché nella pri- ma egli si occupa della vita del poeta. Sulla quale poche cose nuove troviamo, dopo le rettifiche degli studiosi —in particolar modo del Salza — alla biografia del De Gubernatis; né, del resto, possiamo ancora ritener detta l’ultima parola, discreta mèsse di notizie potendo forse riserbarci le nume- rose lettere del M. non ancora pubblicate e che giacciono nella biblioteca di Vienna. Por esempio, il R., per dirne una, non fa motto dei lunghi strani e tormentosi sconcerti di salute di cui il poeta stesso ig*norò la causa ed ai quali accenna anche nel suo te- stamento e che molto dovettero influire sul carattere e sul tenor di vita di lui. Ma ciò eh’ egli raccoglie, rivela prudenza, critica ed equanimità. Con cura è tratteggiata l’adolescenza del M. che, sin da fanciullo, nella sua qualità di verseggiatore estempora- neo, s’annunziò un temperamento italiano e schiettamente sette- centésco ; e vien rilevato l’indirizzo letterario che il Gravina dette al discepolo, e 1′ indirizzo filosofico, integrato poi dall’ in- segnamento del Caloprese, e l’ossequioso, timido contegno del gio- vane scolaro. Jl quale comincia con lo sfruttare abilmente tutte le formule di sapore classicistico, sì che il povero Gravina, nella gioia di veder venerati il suo Trissino e i suoi greci, indulge di cuore a qualche arietta, ai timidi amorosi accenni del Giustino. È ancor così giovane il suo protetto ! e il meraviglioso adole- scente di vien l’orgoglio della severa dimora, frequenlata dai più insigni letterati che non isdegnano di contraddire al giovinetto improvvisatore. Egli però diventava sottile e bianco, e il Gravina dovette intervenire « con tutta la sua autorità magistrale » per- -«hè smettesse quell’ esauriente mestiere. Interessante lo squarcio DELLA LETTERATURA ITALIANA 77 d’una lettera del M. all’Algarotti — che 1′ A. riferisce in nota — e che rivela come il giovanissimo poeta giudicasse severamente^ quel suo frivolo tempo, di cui doveva diventare uno dei più schietti rappresentanti. Giusti dubbi il R. manifesta sullo sperpero che il M., assennato e misurato nelle spese tutta la vita, avrebbe fatto dell’eredità graviniana : quella che sperperò rumorosamente, con tutte le forze dei suoi vent’anni pieni di promesse, fu 1′ eredità intellettuale del severo giureconsulto, nella casa del quale il com- punto riconoscente giovinetto del popolo imparò il galateo degl’in- chini — è vero — , ma la scuola del quale ebbe virtù disciplina- trice. E P. M. serbò affetto e riconoscenza al maestro e fu gelosa della reputazione letteraria di lui. Un fallito progetto matrimoniale e 1′ onesto desiderio d’ una onorevole occupazione e remunerativa furono i due motivi princi- pali che spinsero a Napoli il poeta che desiderava fruire brava- mente dei suoi studi giuridici facendo l’avvocato, ma il sorriso d’una donna e la benevola protezione delle signore dell’aristocrazia fecero tosto naufragare le modeste, borghesi intenzioni. Il R. sfata la leggenda ehe fa del Castagnola, pel solito amore delle linee rigide ed estreme, un ossesso d’ intolleranza, e sfronda d’ ogni cornice romanzesca l’incontro con la Romanina, 1′ amicizia della quale orientò genialmente l’attività del M., lo rivelò a se stesso. Sui rapporti fra il giovane poeta e la celebre cantante è piutto- sto scettico : « non si può parlare d’un M. innamorato, ma solo d’ un M. in amore». Si potrebbe osservar all’ A. che la disin- voltura con cui il poeta abbandonò la signora, le compassate let- tere inviate a lei da Vienna, la galanteria con la quale accolse tosto le tenerezze d’ un’ altra matura donna, ecc., non sono prove sufficienti per sentenziar ch’egli non abbia mai amato profonda- mente r attrice. Quando partì per Vienna , i rapporti duravan già da dieci anni ! e la Bulgarelli era ormai vecchia, e lui nella splendore della giovinezza e famoso, e un superbo avvenire gli sorrideva. Qualunque altro uomo, pur troppo , non si sarebbe comportato molto diversamente : ciò è naturale, come sarebbe na- turale che il poeta giovanissimo abbia avuta una vera passione per la bella signora che aveva tutte le qualità per suscitarla. Molto probabilmente questo fu l’unico vero amore del M. Piene di bonaria astuzia le pagine su P. M. « cortigiano e letterato » : da esse balza viva la figura del cesareo poeta, sin- ceramente devoto al suo monarca, che venera e adora dopo Dio, poeta ufficiale e però mai decorativo, celebrativo , dozzinalmente ’78 RASSEGNA CRITICA ■ pindai-ico, pieno di tenerezza pei suoi padroni e pel gran pubbli- co, i)ei suoi ammiratori e pei suoi imitatori ; modesto e timido, impastato di pigrizia e di bontà, schiavo dell’abitudine, amante del quieto vivere, indolentemente idillico e dolcemente eg’oista, sognatore per la dolcezza” che dal sogno deriva: un uomo privile- giato che si balocca con fantasmi ed è cosciente del giuoco, idil- lico come il Petrarca, del Peti-arca fratello minore. Ed eccoci alla ])arte più interessante del volume. Dopo un diligente esame delle dottrine estetiche del poeta, delle quali vien definita la reale importanz i che consiste più che altro nell’accento di libarla cui s’intona l’esposizione, nella ela- borazione personale e quasi indipendente, ed anche nella geniale maniera con cui, a proposito delle tre unità, P. M. proclamò «l’autonomia e 1′ autoctonia dell’arte insofferente di freni e di nornie preconcette » — troviamo, come in corollario, i giudizi di lui su poeti e fenomeni letterari ; quindi 1′ A. passa all’ esa- me della produzione artistica. Comincia dalle prime azioni tea- trali — poesia di scuola e di salotto, nella quale dal Tasso, dal Marini, dal Guarini il poeta ha derivato ed educato in sé «uno stato d’animo idillico-sensuale che si effonde con uno squisito senso melodico» — e che, bisogna aggiungere, delle pastorali del Tasso e del Guarino sono spess) un rimaneggia- mento, e s’indugia sul primo capolavoro: la Didone. Ma il R. non si preoccupa di rilevare quanto di buono ci abbia lasciato il poeta di M. Teresa, non esaurisce perciò l’esame della produzione difettosa e della produzione pregevole del suo autore : si propone soltanto di mostrare la genuina poesia del mondo metastasiano. Divide quindi i melodrammi della piena maturità artistica in tre categorie: sentimentali, eroici-sentiinentali, eroici. È severo per qu(^sti ultimi, per lo più ritenuti i capolavori del poeta e ritrova nei primi il vero mondo artistico metastasiano, l’arte non offu- scabile ; la quale vive solamente, come 1′ A. ha già dichiarato neir introduzione, dov’ è una dissimulata rappresentazione del mondo interiore del poeta: « mondo idillico, elegiaco, castamente ^ morbidamente sensuale». E pieno di velleità eroiche, faccio notare, pur ammirando la sottigliezza di vedute del R.. Perchè il comico tipo d’eroe che il M. ci presenta esisteva proprio nella realtà spirituale di lui. Nella sua vita e’ è proprio 1′ aspirazione all’eroismo. Crede d’esser un eroe quando rifiuta l’eredità della Bulgarelli , quando con somma indulgenza profonde le lodi ad -ammiratori e a seccatori, a letterati e a poetucoli. Con quel suo DELLA LETTERATURA ITALIANA 79 perfetto equilibrio, con quella sua eterna, imperturbabile, voluta, serenità eg-li è un eroe un po’ comico, proprio come il suo Enea e il suo Adriano. E il comico, che il R. riscontra soltanto nei drammi eroici, salta og-g:i fuori , a tradimento, in tutta I’ opera metastasiana, e quando i due amanti del Demetrio (cfr. p. 230) speran(» che « ai dì futuri La storia passerà dei loro amori, ma con- giunta con quella della loro virtude », non c’è da farsi nessuna il- Jusion*» : è sempre la vanità coreografica della g’ioria. Che se poi si volesse convenir col R. che qui l’illudersi della gloria avvenire è ingenuamente limano, perchè non trovar del pari umana la debo- lezza di Regolo? A proposito del nessun entusiasmo dell’SOO pel M. il R. ha giustamente osservalo che il mondo del poeta era ormai troppo lontano dai tempi nuovi. E troppo, troppo remoto dai no- stri ! bisogna ag-g-i ungere: onde «tutto» esso oggi ci appare assur- do e convenzionale. II comico, talora il grottesco, s’insinuano oggi in tutt’ i drammi metastasiani, anche nei migliori, che sono, ne convengo, i sentimentali. Tutti quei piccoli sospirosi e virtuosi uomini che si atteggiano ad eroi sempre, anche se siano infimi pastori, e lacrimano sì dolcemente e tanto saviamente sentenziano ^e son così sentimentalmente idillici e disperati sino a voler morire, non dimenticano d’esser sulla scena e chiedon l’applauso, tutti quei piccoli grandi personaggi, che sono i pastori ÒlqW Aminta e del Pastor fido, i cavalieri della Gerusalemme, camuffati da abati e damine del 700, riescono comici oggi nei loro sdilinquimenti dol- cissimi. Perchè potrem parlare di figure più o meno riuscite, ma una sola è l’animuccia dei personaggi del M., rispondan essi al no- me di Megacle o d’Adriano, d’Aristea o di Licida ; e tutti sono, ripeto, settecentesche derivazioni dei personaggi del Tasso e del “Guarini (1). Nasce oggi il comico della coscienza del disaccordo, della superiorità nostra e d’ altri tempi, rispetto alla società del poeta, dalle debolezze morali di cui esso poeta ci offre candidamente lo spettacolo. Ma cotesto scene di vita galante settecentesca sono riprodotte con arte, con brio, con genialità. Nei drammi eroici ripraveremo il difetto di senso storico, ma in tutti i lavori meta- stasiani vibra nella sua umanità la vita del secolo. Perciò essi (1) Mi ai permetta di citar qui le mie note sul M. pubblicate iji questa Hassegiia (XVH, 211 sgg. .; XVIII, 1913, pp. 50-70 ; XIX, 1914, pp. 73 sgg.) e i miei Htudi metastasiani apparsi negli iStudi di lett. Hai. -diretti da E. Pèrcopo (XI, 1911, pp. 153 sgg.). 80 RASSEGNA CBITICA piacquero tanto, perciò piacciono ancora, perciò, pur sorridendo dì- quel mondo, noi c’inchiniamo al g-iudizio del De Sanctis. Però la critica aristocratica oggi (l’egregio A. mi perdoni se non so esser interamente d’accordo con lui) è per necessità dis- solvente. Ammira la musicalità squisita del M., ma trova conven- zionale, assurdo, comico — il Borgese dice sinanco « grottesco » — il mondo che il poeta ci presenta, e fiuta di lontano la letteratura nelle ingegnose idilliche rappresentazioni di dolce vita e campestre, e nei più bei melodrammi scorge qualche rara volta geniali imi- tazioni: più spesso — ahimè! — decorose, sapienti rappezzatura e talvolta servili e ridicoli rimaneggiamenti. Il celebre poeta cesareo diventa un onesto melodiosissimo «produttore » che occupa un posto assai importante solamente nella storia della cultura. L’esame delle azioni sacre, di cui il R. si serve a confermar la sua tesi, ribadisce, a parer mio, quanto ho detto. Questa poesia nella quale « invano cercheremmo il candore e la semplicità dello spirito religioso », in cui « l’impulso sentimentale d’amor tenero s’inverte e si converte in un impulso d’amore divino, ma la con- versione è fittizia » , il cui linguaggio ha « la stessa mitezza passionale dei drammi amorosi» — le parole son del R.! — io credo che oggi non possa suscitar altro che il riso. — Soltanto” come rappresentazione di quel che fosse il sentimento religioso nel 700 può esser interessante ed artistica. Buone le osservazioni estetiche sulla produzione non stretta- mente drammatica. Il R. non crede che La Liberia sdlud-d a, qual- che vicenda sentimentale del poeta : Nice è la donna, così com’era idoleg-giata dal M. nella fantasia, più che sentita con passione nella realtà quotidiana : « questo piccolo capolavoro di grazia e di galanteria motteggi atri ce » è « la più piena 9 la più artistica espressione dell’ ‘anima settecentesca’. Dopo il 1740, a voler esser generosi, dopo il 1750, si pnà dir che cominci la decadenza del poeta, il quale ormai non fa che ripeter se stesso , pur non abdicando pienamente alla sua forza di artista. « C’è solo un intepidimento di fervore in questa attività, che imprime all’opera un segno di pallido disfacimento; pure, con buona pace degli Arcadi del secolo, essa potrebbe co- stituire la fortuna di dieci poeti dei loro », dice il R., ed è un po’ troppo benevolo ; mentre è nel vero quando, concludendo, ritorna al De Sanctis: non lo Zeno, ma il Tasso, il Guarino, il Marino- sono i predecessori del M., il cui mondo sentimentale e musicale si DELLA LETTERATURA ITALIANA 81 può dirsi un’eco o un prolungamento del mondo .artistico di quegli autori ; « egli seppellisce la vecchia letteratura, dissimulandone la morte con un accordo di trilli e gorgheggi e flauteggiamenti. La vecchia letteratura muore col M. e muore, come gli eroi dei suoi melodrammi, cantando un’ arietta ». Berenice Pennacchietti Giulio Larigaldie e Camillo Antona-Traversi. — Note bio- grafiche sopra la Contessa Adelaide Antici-Leopardi. — Recanati, Simboli (R. Sandron ed.), 1916 (8«, pp. 144). Chi chiedesse a questo volume qualche particolare inedito che interessi la biografia di Giacomo Leopardi, vi troverebbe una deliziosa lettera scritta da Carlo Antici, il 12 ^ottobre 1799, da Recanati, alla sorella: « Sono corso dai vostri bambini — diceva il brav’ uomo — : il secondo dormiva, e perciò non ho potuto ve- derlo. Ho veduto bensì il caro Giacomo, colorito e grasso, pro- nunziando egregiamente bene marna, e ripetendo generosamente a chi il desidera : setre ed otre » (p. 126). Confesso che non avrei modo d’interpretare i vocaboli con cui si manifestava la facon- dia infantile del futuro poeta : ben li avrà interpretati il Mar- chese Carlo, amorevolmente pronto nell’ interrogare le anime dei piccoli nipoti , per secondarne , quanto poteva , i più riposti desiderio Ecco ancora una sua lettera, successiva di quasi venti anni all’altra citata (23 decembre 1818) : è diretta, anche questa, ad Adelaide: « Ho inteso con piacere che vi siete risoluti di dare ai due figli maggiori un poco più di spazio e di libertà. Questo,, cara sorella, è l’unico mezzo che, in qualche modo, benché non subito, potrà renderli tolleranti della loro Patria e della loro vita,, dopoché fatalmente la loro immaginazione è agitata dalla febbre della gran città e del gran mondo. 0 quante cure ci costano i figli prima che divengano adulti ! Quante ce ne costano dopo! Ma la vita é una milizia : dunque, ognuno combatta da campione di Cristo nello stato in cui trovasi, e sia certo della corona. «^Chi più di voi sente la forza di queste verità ed è in grado- di insegnarle agli altri con amabile esempio? Non più malinconia, che disserra le ossa, e toglie ogni vigore allo spirito. Ancor io fui ligio per lungo tempo a questa infermità ; ma, a forza di riflessiqni opportune, mi sembra di averne spezzate le catene. Mass. crit., XXII. t> S2 RASSEGNA CRITICA « Nella nostra condizione sono più i beni che i mali ; e questi sono in gran parte prodotti, o ingranditi, dalla fantasia. Sollevare poi con cristiana ilarità i mali veri, è stato sempre il primo do- vere e la santa astuzia di chi professa il Vangelo » (p. 133). Savii consigli, e cautamente dati. L’austera ritrosia di Ade- laide Antici-Leopardi non si poteva oflfendere d’un dissenso che era cosi garbato, e così opportunamente si fondava sui principii il cui rispetto e la cui osservanza le eran cari. Ma era un dissenso: e come tale va notato, essendo questo del Larigaldie e dell’ An- tona-Tra versi un libro di carattere polemico, inteso a scagionare la memoria della madre del poeta da tutta la somma di recri- minazioni che i critici le hanno scagliato addosso, senza riguardo e senza misura. Reagire contro questa tendenza era giusto : ma il miglior modo sarebbe forse stato quello di segnare nettamente i limiti — troppo spesso varcati nei riguardi della biografia del Leopardi, mentre, per esempio, non li varcheranno mai, trattenuti eome sono da un rispetto che ha del religioso, i biog-rafi del Manzoni- — oltre i quali l’indagine e l’apprezzamento della critica diventano pettegolezzo e quasi profanazione. Salvo il valore, che mi sembra innegabile, di questa pre- giudiziale, importava valutare tutji i documenti e gli episodi ■che son diventati altrettanti capi d’accusa per Adelaide Leopardi, -e ridurli nella loro vera luce. Per esempio, a me non è parso giu- stificato mai lo scalpore con cui s’è ricordato, dal D’Ancona e dalla signora Pigorini-Beri e da altri, l’aneddoto dello Zamboni uscito a ‘dire al cospetto di lei, vòlto a un ritratto di Giacomo: Benedetta •colei elle in te s’incinse!, e di lei che levando gli occhi al cielo, ir- rigidita in un’immobilità spettrale, esclamò di rimando : Che Dio gli perdoni ! Sinceramente, tra la goflfa declamazione dell’ignoto Tisitatore e la risposta della madre sopravvissuta, che conservava nella sua casa di dolore i ricordi del figlio glorioso come cose «acre, e più ne conservava nel cuore l’immagine, ed era ango- sciata dalla persuasione che per la sua irreligiosità quanto era glorioso tanto il suo spirito affannato fosse lontano dalla grazia di Dio, questa risposta, che è un voto accorato e tradisce una <;ommozione contenuta, mi sembra senza confronto più degna di rispetto. E direi, se non temessi di copiare i due critici che ho nominato, direi: Dio perdoni a loro di non aver rispettato la crisi — genitori che in circostanze analoghe facessero diversamente, affermano che è « la miglior lode » di lei quella di aver consentito la partenza di Giacomo nel 1822 (pp. 68-69) ; e che concedendo, dopo la lettera pietosa del grande infe- lice, il sussidio mensile di dodici scudi, ella « fece più di quello che il suo dovere di madre e di amministratrice le imponeva » (p. 71). Oh, se si pensa che a Recanati i Leopardi avevano car- rozza e cavalli e servi, tutti coloro che hanno avuto una mamma e si son sentiti scaldare il cuore dal benedetto amore e dai taciti sacrifizii senza fine di lei, tutti potranno convenire senza difficoltà che la Marchesa Antici non fece propriamente più del suo dovere, ma un poco, almeno un poco di meno ! Ho accennato alla volubilità dei giudizii di Monaldo Leo- pardi , coerente solo nelT odio al liberalismo. Se per essa potre- mo prender poco sul serio la tragica confessione contenuta nelle Memorie, quando egli ricorda che sua madre si era opposta in- vano alle sue nozze, e aggiunge di essere stato « terribilmente punito » di averla obbedita (p. 21, cfr. p. 30), bisognerà anche accogliere con qualche riserva le espressioni affettuose delle sue lettere alla moglie, a proposito delle quali il L. e 1′ A.-T. con- cludono, un po’ ingenuamente, che « non è possibile non credere a un amore coniugale dolcissimo » tra i due (p. 79). Questa stessa contraddittorietà di Monaldo, sembra che l’abbiano un po’ ereditata gli autori di questo volume. Giusto che essi esaltino lo spirito di sacrifizio di Adelaide, non meno severa con sé che con gli altri, e pronta a privarsi delle sodisfazioni femminili più ambite (pp. 35, 36) ; ma come conciliare certi apprezzamenti amplificativi con certe ammissioni, nelle quali il L. e 1′ A.-T. sembrano mettersi d’accordo coi più severi censori di Adelaide Autici ? Ella è detta « martire dell’onore e della probità » (p. 102), che dà irrefragabili prove del suo « animo afiFettuosamente ma- terno » (p. 114), e «donna eroica» (p. 110), e «virtuosissima tra le madri italiane » (p. 114) ; mentre altrove, nonché il suo DELLA ! ETTERATURA ITALIANA 85 torto d’aver neg*ato a Giacomo le « dolci carezze materne », la < tenera parola che calma i primi risentimenti e previene le prime disperazioni » (p. 48), è riconosciuto che ella. « non si curò di render cara ai figli con l'amorevolezza e la confidenza scambie- vole » la famig-lia (p. 50) ; che « rendeva infelici dei figliuoli che in altre condizioni sarebbero stati i più maneggevoli e i più docili della terra » (p. 53) ; che « ai proprj desiderj e alla vo- lontà propria » sacrificava « a cuor leggiero, la prosperità e la sicurezza avvenire della famiglia » (p. 83). Eppure, in tutti questi apprezzamenti evidentemente discordi, e' è una gran dose di verità. I caratteri più coerenti hanno le fioro contraddizioni, i più semplici hanno delle profondità miste- riose che non sempre abbiam diritto di esplorare. Giovanni Ferretti Francesco Torraca. — Di un aneddoto dantesco (Memoria letta alla r. Accademia di archeologia, lettere e belle arti di Napoli). — Napoli, Cimmaruta, 1916 (8% pp. 28). L' aneddoto si riferisce air« andata » di Dante a Bologna, pro- babilmente, nel 1287. Il T., a proposito di un opuscoletto del prof. Francesco Filippini (Il sonetto di Dante Sìille due torri , JBologna, 1915) esamina il sonetto dantesco « Non mi potranno giammai fare ammenda » e ne ricava nuove importantissime con- clusioni. Da prima, corregg-e felicemente il « fedelli » del secondo verso in « sed elli » ; ed il « furo » del nono verso, già corretto « feron » dal Pelleg*rini, modifica in « fero », che è quanto di meglio, secondo me, poteva farsi nella difficile lezione ; al quarto verso, non accetta il « risguardi felli » proposto dal 'Carducci, lascia « risguardi belli », e spiega : « Belli gli sguardi in quanto ' fissi -ed attenti ' per lo stupore » ; altre correzioni ancora apporta al testo, si che più spedita e bella riesce la lettura del sonetto. Venendo, poi, alla interpetrazione di esso , il T. rileva una comparazione nella frase « quella, eh' è la maggior della qual si favelli »: accetta e rafforza, con nuove vedute ed opportuni ri- tocchi, l'opinione del Ricci e del Filippini; scartata giustamente la supposizione che con questa frase si alluda a una donna, (1) che (1) Le buone ragioni addotte, iu proposito, dal T. potevano bastare; 86 RASSEGNA CRITICA nel sonetto si parli non di una, ma di due torri, e ohe la torre,, della quale non si accorse Dante, onde i suoi occhi avrebbero do- vuto farne terribile ammenda, fu quella degli Asinelli ; ma nota che « e' è g-rande. sproporzione tr.i il fallo commesso dagli occhi e la. pena loro comminata » e che «il sonetto scherzoso non fa sorride- re». Indi l'acuto critico procede all'esame delle parole più notevoli e le illustra con esempi ed osservazioni efficaci, specialmente a chiarire i due luoghi della Vita nuova citati dal Filippini dai paragrafi ix e x a riconferma del viaggio di Dante a Bo- logna ; trova che « 1' episodio della Vita nuova non ha che vedere, in genere, con una ' spedizione militare ' lungo il corso dell'Arno; né, in ispecie, con quella del novembre 1285 ai danni di Poggio Santa Cecilia » ; crede, quindi, una « illusione » del Del Lungo la « perfetta rispondenza riscontrata tra le locuzioni dantesche e il linguaggio militare del tempo » ; e rileva che 1' importanza di Benvenuto da Imola come «storico veridico» «va messa, ormai, tra i vieti luoghi comuni tradizionali della critica dantesca ». Il sonetto, poi, per essere stato trascritto nel memoriale del notaio bolognese Enrichetto delle Querce verso la seconda metà del 1287 « è certo che fu composto, e che Dante fece il viaggio, in quello stesso anno, o in uno degli anni immediatamente precedente »; né questo viaggio fu, secondo 1' opinione del D' Ancona e del Del Lungo accettata da tanti altri, per «una cavalcata a scopo militare ». Questa, che il Del Lungo chiamò argutamente « in- terpretazione militare », trova nel T. un reciso contraddittore ; il quale, suppone, in vece — e, credo, irrefutabilmente — che Dante « fu uno dei nobili cavalieri, che accompag-narono 1' arcidiacono fiorentino messer Lettieri della Tosa, il quale, eletto vescovo di Faenza, si recò in quella città : Dante, « traversando con la co- mitiva Bologna, potè passare presso la Garisenda, o, lasciati per poco i compagni, correre ad ammirarla ». Ecco, in pallido riassunto, le molte -e importanti cose che il T. ha condensate nella breve memoria letta all' Accademia reale di Napoli. È un altro documento di quella critica acuta e dotta, che ha reso così caro ed insigne il nome del Maestro. Il ma (Rendiconto della Soc. Reale di Napoli, XXX, p. 35), il prof. D'Ovidio ammise, per giustificare la composizione del sonetto, « un senso sottin- teso, come per dii*e — con una allusione a due leggiadre ligure femmi- nili — : m'ero accorto della men bella, e non di quella ch'era più bella ». Niente, purtroppo, giustifica quest'arguta trovata I DEIJLA LETTERATURA ITALIANA 87 quale vorrà consentire, per amore stesso degli studi che egli tanto- ama e tanto fa amare, che un suo fervido ammiratore i^sponga qui qualche dubbio nato « a guisa di rampollo, a pie' del vero »,. del quale egli «provando e riprovando » rivela « il dolce aspetto ». Innanzi tutto, non mi sembrano accetiabili quei « risguardi belli » del quarto verso. Il Carducci voleva leggere «felli », aggettivo più. conforme ed armonico col contesto ; il T. mantiene il « belli », e spiega, come abbiamo inteso, « belli » gli sguardi, in quanto- « fissi ed attenti » (p. 9) ; ma, poiché egli stesso ci avvezza a chiarire con opportuni riscontri ed esempi, il senso delle parole- che commenta ed illustra , avrei desiderato anche qui degli e- sempi a giustificazione della parola « belli » usata per- « fissi ed attenti ». Mancando la documentazione, non si resta convinti. II Boccaccio (Dec.Y, 1), dal T. citato, dice «con ammirazione gran- dissima la incominciarono intentissimi a rimimre»; ma «inten- tissimi » non è «bellissimi ». A me pare che l'esagerazione del Filippini neir assegnare a « sguardi belli * il valore di « fatti belli, estatici, incantati », brillanti per la commozione, per il senso di piacere e di paura insieme, che la vista della Garisenda procurava a Dante, abbia influito a far si che il T., pur « con minor enfasi », intendesse a quel modo ; ma la minore enfasi non fa meno sentire la necessità di esempi dichiarativi. (1) Il «belli» non va proprio, riferito a Dante ; potrebbe andare, bensì, se lo, si riferisse alla Garisenda, intendendo così : « mirarono la Gari- senda « co' (dai) risguardi belli ». Soltanto così, mi pare, il senso- non contrasterebbe col testo e tutto andrebbe piano e liscio. Un colto amico, col quale discussi di questo sonetto, fece questa sup- posizione : che, secondo la grafia antica, il «risguardi belli » po- tesse leggersi tutto di seguito e immaginando, caso frequentissimo, un segno di contrazione sul penultimo « i » si avesse «imbelli»; quindi Dante avrebbe mirato la Garisenda con sguardi « deboli, timidi » tanto, da non conoscerla. Questa supposizione mi piacque molto da principio, poi fui di nuovo irretito nel dubbio, pensando a queir aggettivo poco dantesco e che Dante al po.sto della « e » coordinativa del quinto verso, avrebbe messo un « sì che », a (1) Dico € abbia influito >, perchè il T. stesso, in quella miniera di felicissime osservazioui e intuizioni che è lo studio sul e. V dell’/«ferH<> (Studi dani., Napoli, Perrella, 1912, p. 437), aveva detto: « Il sonetto, in cui Dante si rappresentò tutto intento a guardare la Garisenda >, senza menomamente accennare alla torre Asinella. 88 RASSEGNA CRITICA ‘denotare !« efficacia dell’ « imbelli » sulla mancata conoscenza della torre (v. Par. Ili, 14). Preferisco, perciò, 1′ altra ipotesi (1). Riguardo alla interpetrazione del sonetto, il T. (p. 5), della opinione espressa dal Bilancioni al Carducci, che cioè il sonetto volesse « motteggiare alcuno maravigliante, o riprendente come esso Dante non si ammirasse della Torre Garisenda », dice: « Si può immaginare niente di men conforme al testo ‘^ », e poco dopo (p. 6), senz’ alcun dubbio, aggiunge : « perchè tutto il mondo sapeva che 1′ Asinella era la mazor de la qual si favella » ; tro- va, nel sonetto, indicata chiaramente 1′ Asinella e si meraviglia, anzi, che, oltre lo Zenatti e lo Zinparelli, «qualche altro stu- dioso abbia provato riluttanza ad accettare questa spiegazione tanto semplice, così evidente ». Tanto semplice ed evidente, che io, per es., non me ne persuado affatto. Il T. trova, nel sonetto, indicata 1′ Asinella ; questa indicazione, nel sonetto, non c’è; la si può supporre, ma non e’ è. Presupposta la comparazione, è facile, sì, pensare alla torre degli Asinelli, così vicina alla Gari- senda e « più alta » (si badi, « più alta », non « magg-iore ») dell’altra; ma, se comparazione non ci fosse? se quel «mag- giore» indicasse una qualità della stessa Garisenda? Dante, se avesse alluso all’ Asinella ( alla quale, mi pare, in vece, non pensasse affatto), anziché aggiungere quei due quasi superflui (paiono proprio una zeppa ! ) versi settimo ed ottavo, per ripetere ancora una volta la parola « elli » avrebbe soccorso alla povertà della rima con un opportunissimo e chiarissimo e spontaneo «Asinelli»; né, al quinto verso, avrebbe usato «quella», ma la parola « l’ altra », adatta al metro, non equivoca, corrispon- dente al modo tenuto, nella Commedia^ ogni qual volta vi si parla di due cose distinte fra loro. Il T. (p. 6) arriva finanche a dire : « Dante, invece, afferma che ‘ vide ‘ anche « 1’ Asinella » ; e si resta perplessi, pensando al critico illustre, che così fermamente ritiene. Eppure, il parere del Bilancioni, così autorevole in fatto di lìngua del trecento, meritava della considerazione! Dando alla parola «quella » (« e non conobber quella») il valore pronomi- (1) Mi piace, intanto, ricordare duo hwighi, che credo sfuggiti, per un possibile riscontro: nella Vita Nuova (§ xxxvii) Dante ha un’altra fiera invettiva contro gli occhi, fino al punto da bestemmiare la loro < vanitade » e maledirli; nel sonetto, poi, scritto a documento della .< battaglia che egli avea seco », e L' amaro lagrimar che voi faceste », troviamo, al sesto verso, la parola « fellone ». DELLA LETTERATI RA ITALIANA 89 Tiale di « la », così comune nel trecento e in Dante stesso, si ha ■quella che a me pare proprio la più « semplice » ed « evidente » interpetrazione del sonetto. E questa non rig-uarda 1' Asinella, ma la Garisenda stessa. Il concetto, in breve, sarebbe questo : « Gli occhi miei mirarono la torre Garisenda co' (da') risguardi belli, e non la conobbero ; non conobbero — ne venga loro male ! — ' quella ' (lei), che pure è la maggior della quale si favelli». « Mag- giore », non perchè più alta, ma perchè più grossa : -difatto la Garisenda era, allora, più alta, che non oggi, ed è stata, sempre, più larga di circuito che non V Asinella. Questa, poiché allora, in vece, era meno alta, appariva meschina rispetto alla grossa mole della Garisenda, né ragguardevole e notevole, perchè non differente dalle tante torri, che drittamente si levano verso il cielo. Per essere lo Garisenda «chinata» e di larga quadratura '(V ho tuttora viva e presente agli occhi, dopo tanti anni, quando r altra mi lasciò piuttosto indifferente) doveva certamente far stupire colui, che per la prima volta la vedesse. E Dante di essa si ricordò nell' Inferno (XXXI, 136-141), mentre, se avesse voluto dare maggiore importanza all' Asinella, ne avrebbe pur parlato in qualche luogo. La stessa torre di Pisa, a paragone della Ga- risenda, che allora si elevava di almeno sessanta metri (oggi ne conta quasi cinquanta, dopo la decapitazione fattane da Giovanni ■d' Oleggio dopo il 1350! ), doveva apparire di poco conto. Quindi la « maggior torre *, maggiore in senso specifico, o in senso g-enerico, comunque si voglia, non potè essere altra torre che la Garisenda. Dante, passandole di sotto e guardandola e non co- noscendola, dovè movere, giustamente, la meraviglia e le lagnanze di qualcuno della compagnia ;. alla sorpresa, che questi ebbe a manifestare — oh, che I ci sei passato di sotto, 1' hai g-uardata, e non hai conosciuta « quella » torre, la più gran torre « di che si favelli ?» — avrà avuto un così improvviso scatto di scherzoso biasimo contro di se stesso (e si sarà percosso la fronte, come fanno gli smemorati) da volere, nientemeno, accecarsi, per punire gli occhi «del lor gran fallo ». Lo straordinario stupore dello astante, o — perchè no? — degli astanti, espresso in modo vivace e con motteggi, avrà provocato quello scherzo, che sembra ecces- sivo e tale da non far ridere, ma che pur si rivela argut(» per -.queir inciso «se '1 voler mio non muta» e per quell' « ucciderò» cosi rimbombante nell'ultimo verso, quasi direi, così eroicomico. Qualche parola a sostegno di questa tesi. Di due verbi, ri- feriti alla medesima persona o cosa, coordinatamente, come nel 90 RASSEGNA CRITICA caso, qui, della Garisenda, non mancano esempi in Dante; ba- sterà ricordare : « vidi e conobbi 1' ombra di colui » {Inf. Ili, 59). Della parola « quella », poi, usata in forma di pronome, nume- rosissimi sono g'ii esempi ; basterà ricordare Inf. XI, 46-7 ; XV, 53; XVII, 103-4; XVIII, 68-70; XXV, 112-4; Piirg. I, 23-7; V, 124-6; Par. Ili, 16-20... Ed un ultimo dubbio. 11 trovare il sonetto di Dante nel memoriale del 1287 non pare indizio sicuro per ritenere che esso fosse di quell' anno o di qualche anno innanzi ; ma potrebb' esser stato composto, e quindi trascritto, anche posteriormente, perchè in quei memoriali si la- sciavano spesso deg-Ii spazi tra T una composizione e l'altra, spazi, che poi si riempivano secondo l'occasione. Tolti questi duìabi, la memoria del T. rimane sempre, e nella parte sostanziale e nelle considerazioni accessorie, finanche nelle ipotesi, un' altra pregevole pagina acquisita a quella letteratura, che egli ha così egregiamente e originalmente illustrata con gli 8tndì danteschi e col Commento. Luigi Cuccurullo epistolario del marchese Basilio Fuoti con lettere di altri scrittori raccolto e pubblicato da Giuseppe Guidetti. — Reggio d'Emilia, 1914 (8°, pp. xxxvi-542). Fin dal 1847, pochi giorni dopo la morte del Puoti, uno dei suoi più devoti discepoli. Bruto Fabricatore, scrivendo agli amici del compianto maestro, manifestava il proponimento di raccoglierne e porre a stampa l'epistolario, e li invitava a mandargli «origi- nali o trascritte » le lettere, che essi possedevano, o delle quali avevano conoscenza (1). AH' appello del Fabricatore rispose , a quanto assicura il G. (Introduzione, p. 20), l'abate Man uzzi, che gì' inviò copia delle lettere scritte dal Puoti a Leone Finzi , al Ranalli, ad Eugenio Camerini ed a lui medesimo nel periodo an- (1) Bruto Fabricatore a Luigi Fornaciari (Napoli, 13 agosto 1857) ed. «lei G. uel presente voi. pp. 414-17 ; Lo steaso a Giuseppe Manuzzi (Napoli, 13 agosto 1847) ivi. pp. •117-19, dove dice che scriverà anche al Raiialli < per il medesimo obbietto >. DELLA LETTERATURA ITALIANA 91 teriore al 1845 (l). Senonchè g-li avvenimenti politici del quaran- totto, ai quali il fratello del Fabricatore prese parte attiva come volontario nella g-uerra in Lombardia, e varie sventure famig’liari sopravvenute dopo distolsero il discepolo del Puoti dal rendere queir importante tributo di postuma onoranza al caposcuola dei puristi napoletani. Infatti nel 1852 il Fabricatore non aveva an- cora posto in atto il suo proponimento, né lo pose mai più, seb- bene sia vissuto fino al 1891. Anche Raffaello Fornaciari concepì il disegno di raccogliere in un volumetto il carteggio del Puoti col padre su», ma non lo tradusse in atto. Più fortunato dei suoi predecessori il G., che fin dal 1906 pubblicò alcune lettere puotiane in un opuscolo nuziale, ha potuto raccogliere un materiale notevole per il volume, di cui ora diamo notizia rii lettori. In esso non sono comprese purtroppo le lettere raccolte dal Fabricatore, e neppure le minute di quelle posteriori al 1845, che si trovavano fra le carte lasciate dal Puoti. Le une e le altre debbono, a quanto pare, considerarsi perdute. In com- ])enso vi si trovano riprodotte, accanto a parecchie lettere già edite sparsamente , quelle al Parenti conservate nella Estense , quelle al Papadopoli , due delle quali furono già incluse nella raccolta delle Lettere d’illustri italiani fatta da G. Gozzi (Venezia, 1886), nonché le lettere al Fornaciari, al Camerini e ad altri tratte dalla Nazionale di Firenze, e quelle che il G. è riuscito a rintracciare nelle biblioteche di Reggio Emilia, Genova, Livorno, Imola, Roma e presso i privati raccoglitori. Lodiamo l’amorosa diligenza, di cui il G. ha dato preva ; a lui dobbiamo anche alcune lettere di amici e discepoli del Puoti, come il Fabricatore, il Manuzzi, il Betti, la Guacci, e infine una di Giammaria Puoti, fratello maggiore di Basilio, letterato, giu- reconsulto ed economista, inclusa al pari delle altre nel presente volume. Ma non possiamo fare a ‘meno di rilevare le manchevo- lezze della raccolta offertaci dalG., consistenti principalmente net non aver egli eseguite più estese ricerche in Napoli « fra i citta- dini del Puoti », e nella scarsa copia delle note illustrative, che l’a. ha fatto seg-uire alle lettere. Se il G. in una prossima ristampa (1) Il Puoti soleva conservare le minute delle lettere che scriveva o dettava ai suoi scolari ; ma sembra che lo zibaldone, in cui si trova- vano quelle anteriori al 1845, fosse sottratto al buon marchese con altra carte da un domestico infedele. 92 RASSEGNA CRITICA terrà conto di queste osservazioni, potrà darci un Epistolario puo- tiano più rispondente ai desiderii degli studiosi. Per mio conto sono lieto di comunicare ai lettori della Ras- segna una epigrafe ed una lettera inedite, che ho tratte da un co- dice della Società napoletana di storia patria (1). Ecco il testo dell’ epigrafe , che non è tra quelle riprodotte nei due volumi di Prose di Basilio Puoti pubblicati a Napoli ri- spettivamente nel 1835 e nel 1840. son qui le ossa di PIETRO RUGGIERO CHE PRIMO IN ITALIA ORDINÒ A SCIENZA LA CHIRURGIA MEDICA TROVÒ l’ingegno per AMMINISTRARE IL MERCVRIO LASCIÒ VTILI DOCVMENTI DI OSTETRICIA E DI CLINICA E DOTTE SCRITTURE IN FISIOLOGIA, IN OTTICA, IN NOSOLOGIA BBBB SEMPLICI COSTUMI, INDOLE INGBNVA ANIMO SDEGNOSO E AUSTERO PADRE AMOROSISSIMO PERCHÈ DI TANTE VIRTÙ DURI LA MEMORIA PONEMMO QUKSTA PIKTRA OVE VERREMO A PIANGERE SIN CHE CI BASTI LA VITA NACQVE IL XXVI APRILE MDCCLX MORÌ DI COLERA A XI GIVGNO MDCCCXXXVII L’epigrafe era accompagnata dalla lettera, che trascrivo qui sotto, da cui risulta che il Puoti, incaricato di rivedere e di cor- reggere un’iscrizione composta da altri, la rifece al segno che ben può dirsi opera di lui. Acuto il giudizio del Puoti su quella specie di manìa che aveva invaso i nostri letterati a quel tempo, e che spingeva tutti a cimentarsi nel non facile campo dell’ epigrafia. (1) È quello segnato XXVI. B. 4, che contiene numerose lettere a F. P. Ruggiero. I manoscritti puotiani sono a fol. 96-99. Nello stesso co- dice si trova anche una lettera (li Giammaria Puoti a P. P. Ruggiero del 5 ottobre 1848, che non lia alcuna im})ortanza storica. V. fol. 343. DELLA LETTERATURA ITALIANA 93 Anch’ egli ne scrisse delle belle , e non spregevole è questa che^ portiamo ora a conoscenza degli studiosi (1). Basilio Pioti a Francesco Paolo Ruggiero (2) Ecco, mio egregio amico, l’iscrizione non so so raffazzonata o gua- stata da me. Il mio desiderio era di farvi contento : se non ho dato nel segno, è perchè non potei , ma non perchè non volli. Questa é una maniera di componimenti, che par facilissima, e però tutti ci si voglion provare ; ed è di una grandissima ditfìcoltà. Potrebbe an- che avvenire che paresse cosi a me , e fosse tutt’ altrimenti ; che molte volte la pochezza delle nostre forze ci fa parer grave e diffi- cile quello ch’è agevolo e leggero a fare. Non crediate che dica que- ste cose per iscusarmi con voi ; anzi rendetevi certo, che se questa mia iscrizione non vi piacerà, m’ingegnerò di farne un’altra ; e se questa neppure vi piacesse, ne farei un’altra ancora, o vi darei per consiglio di chiederne una a chi ne sapesse fare di men rozze e brutte. In questo caso potreste chiederne una ad un vostro e mio amico, ch’è chiarissimo per questo genere di scritture e per i nobi- lissimi ornamenti della sua fronte. Io son certo che ve ne trovereste assai contento ; che voi sapete che si dico cozzar con la fortuna, cozzar con la difficoltà ; ed egli può cozzar meglio di me , avendo quelle armi che non ho io, e non avete neppur voi. Ma lasciamo le (1) A chi volesse alludere il Puoti indicando al Ruggiero « un vostro e mio amico, ch’è chiarissimo per questo genere di scritture » non so. Si tratta evidentemente di un letterat-o del tempo, che frennentava i ce- nacoli napoletani piìi in voga. Sarò grato a chi vorrà fornirmi qualche elemento, che mi metta in grado di chiarire l’allusione, (2) F. P. Ruggiero nacque a Napoli il 4 aprile 1798. Fu alla scuola del Puoti e scrisse di cose letterarie- Ma si occupò principalmente di diritto e di scienze sociali, per cui ebbe fama nell’ insegnamento , nel foro e nella vita pubblica. Nel 1848-49 fu ministro di Ferdinando II ; il che non impedì che venisse poi travolto nel turbine della reazione, da cui si salvò con la fuga. Condannato a morte in contumacia per la falsa e stolta accusa di aver combattuto sulle barricate del 15 maggio, ebbe grazia ed offerta di tornare in patria dopo i primi moti del ’60. Rifiutò e rivide Napoli dopo la caduta dei Borboni. Eletto deputato del 1.° collegio della città natale, partecipò di nuovo alla vita pubblica, ma con scarsa fortuna. Morì il 31 dicembre 1881. Lasciò un interessante Catalogo di una scelta biblioteca da vendere (Napoli, 1873) con notizie ed osservazioni degne di nota. V. Commemorazione di F. P. E. letta all’Ac- cademia Pontaniana nella tornata del 2, luglio 1882 dal socio prof. Stefano- Iannuzzi. Napoli, 1883. 94 RASSEGNA CRITICA ciance, che queste non son cose da ridere. So non siete contento del- l’iscrizione, rimandatemela, cliè io farò o di mutarla, o la correggerò come voi vorrete. State sano, e non cessate mai di amarmi. Aff.mo Amico e Servitore Casa, 2 giugno 1839 Basilio Puoti A. S. E. 11 Sig. Francesco Ruggiero S. M. G. Paladino Laura Lattes. — Luigi Carrer, la sua vita, la sua opera. — V e- nezia, « Misceli, di storia veneta », 1916 (8 pp. 156). Questa monogratia, dichiara 1′ Autrice, è nata dalla convinzione che i lavori pubblicati dagli studiosi intorno alla vita e all’ opera del poeta veneziano « non sieno assai felici », e dal desiderio di far « rivivere la fama di Luigi Carrer così ingiustamente dimenti- cato » (p. 3). Certo, per accennare ai lavori più organici e recenti, il volumetto del Crovato (Lanciano, Carabba, 1899) ha poca origina- lità e non pochi errori, le pagine del Gallavotti (Matera, Angoletti, 1900) sono assai modeste, lo studio del Sartorio (Roma. Società editr. Dante Alighieri, 1900) è notevole, ma non può dirsi completo e tanto meno esauriente, l’opuscolo del Lava (Treviso, Tip. Nardi, 1915) è infantilmente ingenuo. Ma che il Carrer sia « ingiustamente dimen- ticato» io non oserei affermare ; giacché uno scrittore può aver diritto alla fama durevole o come uomo o come autoi-e — tanto meglio, se lo consacrino air ammirazióne della posterità e le azioni della sua vita e il valore della sua opera — ; e il Carrer, francamente, a me pare che non possa arrogarsi tal diritto in nessun modo e per nessun verso. Cominciamo dall’ uomo. Non .è detto che tutti gli uomini debbano essere ardenti patriotti ed eroi ; e si sa che non furono pochi quegli Italiani, i quali, pur avendo, come il Carrer, vent’ anni nel 1821, e disponendo di ingegno e di autorità nel ’48 e nel ’49, si rincantuc- ciarono nelle loro case od aspettarono in silenzio che il fato della nazione si compisse. Non e’ è da imprecare e neppur da meravi- gliarsi. Ma di un italiano — proprio il Carrer — che non si l’itenne d’ insultare, in versi e in prosa, 1′ eroismo del Manin e del Tommaseo e dei difensori della libertà di Venezia ; di un italiano — proprio il ■Carrer — che osò chiamare il Mazzini « canaglia, pusillanime fuorché in parole », e tìon si vergognò di pensare e scrivei* questi versi : DELLA LETTERATURA ITALIANA 95 Il verde, il bianco, il rosso a chi non è si grosso, livor, dicon, paura, vergogna, non la pur.n te, speme, carità ; — è più che gentilezza, più che generosità, più che carità fraterna saper tacere, e perdonargli senza maledire. Mi si può obbiettare che anche il Pellico sentenziò che il Mazzini « non è un uomo politico, benché ne prenda la maschera » e bollò come « stolte e funeste guerre » e « follie » le generose sommosse sanguinose del popolo che anelava a libertà ; ma è facile rispondere che il contegno dell’ autor delle Prigioni, r,e non può esser giustificato, può almeno agevolmente spiegarsi, ove si pensi ai tremendi effetti di quei dieci anni di spa- simante agonia eh’ ei soffri sullo Spielberg, e alle fatali esagerazioni che subirono le sue convinzioni religiose. E, almeno, il Pellico, nel 1820, fu carbonaro e agitatore attivissimo. Ora. conoscendo la psiche e le abitudini di Venezia di quel tempo, noi possiamo anche inten- dere perchè il Carrer si sia appartato dal mondo attivo della poli- tica ; ma non possiamo spiegarci quella non chiesta viltà loquace di un cittadino non privo di sentimento né d’ingegno, e che, per giunta, era poeta e critico e aveva aspirato ad emulare 1′ Alfieri. Del resto, codeste miserie del Carrer uomo, già note, riappaiono ampiamente e obbiettivamente narrate nel libro della Lattes (pp. 92 e sgg.) ; la quale sarà certamente convinta come me che la fama del suo autore, come cittadino, è una fama assai poco bella, tale che nessuna buona intenzione, nessun acume, nessuna agilità dialettica di critico potranno mai lumeggiare favorevolmente. — Piuttosto la Lattes, spigolando qua e là convenientemente dal materiale tuttavia inedito del Carrer, e seguendo con bolla simpatia — se pur talora con soverchia indulgenza — la vita dell’ autore, quasi anno per anno, nelle sue non molto interessanti vicende, ha saputo rievocarci e tratteggiare la figura dell’uomo — giovinetto sognante, studioso tran- quillo, marito disgraziato, padre infelice, e sempre indefesso lavo- ratore ammirevole — alquanto meglio dei biografi precedenti : con accuratezza maggiore, cioè, e con maggiore compiutezza. E veniamo all’ autore. La produzione del Carrer, poeta e prosa- tore, é tale, se non erro, che tutti i critici di buon senso e sinceri , oggi, possono trovarsi d’ accordo — la qual cosa non frequentemente succede — nel giudicarla. E il materiale ancora inedito, che nel nostro caso non é poco, è tale che non può invogliare gli studiosi a pub- blicarlo e, pubblicato, non modificherebbe di una linea la fisonomia né la fama del poeta e del critico. Di codesto io sono rimasto meglio convinto, leggendo le molte pagine che la Lattes ha dedicato all’opera del Carrer; le quali, in ultima sintesi, nulla ci apprendono di vera- 96 RASSEGNA CRITICA mente notevole che già non sapessimo. 1 giudizi particolari, sulle varie opere del Carrer, che si leggono in questo nuovo studio, sono- già, tutti, rapidamente ma seriamente fissati, nel magistrale Ottocento del Mazzoni (Milano, Vallardi, 1913): la Lattes li ha ampliati, li ha documentati, talora li ha modificati nella forma ; ma non li ha po- tuto cambiare. Intendiamoci bene: io non voglio dire che 1′ autrice di questa monografia abbia copiato da altri ; voglio dire che i suoi giudizi, non ostante il suo aperto favore per il Carrer, hanno dovuto necessariamente coincidere coi giudizi già espressi dai critici più coscienti e sereni : giudizi, in parte assolutamente sfavorevoli, e in parte favorevoli con talune limitazioni e non senza indulgenza. Per merito della Lattes, abbiamo ora maggiori notizie della Fata vergine e sappiamo che cosa fòsso un iniziato Commento del Carrer alla Comìnedia dantesca. Ma, riguardo al poema, la Lattes ci assicura che le « creature femminili si somigliano un po’ tutte » e « parlano più di quello che operino », che il poeta « non crea tipi maschili evidentemente evidenti » ; e solo concede che « palpita qua e là la sincerità armoniosa del Carrer dei sonetti, accompagnata da una certa indeterminatezza romantica che non dispiace » (p. 106). Che cosa la Lattes intenda per « sincerità armoniosa » non saprei dire ; che r indeterminatezza romantica possa non dispiacere, specialmente alle donne, credo, ma interessa poco alla critica di un’ opera d’ arte letteraria ; tutto il resto va bene, ma ci ammonisce che il Carrer non può rivivere in luce molto folgorante, e che non è stato, neppur come autore, « ingiustamente dimenticato »! Quanto, poi, al Coìnmento dantesco, ciò che la Lattes ce ne dice (pp. 26 e sgg.) e il saggio che ne riporta, ci consigliano a non perder tempo occupandocene. Il Carrer ondeggiò tra il classicismo e il romanticismo, ma il romanticismo, in lui sincero più che accademico, spontaneo più che voluto, gli prese la mano e più di quanto egli medesimo possa essersi accorto. Le sue liriche migliori, cioè le Ballale, taluni degli Idilli, brani degli Inni, tahini sonetti, hanno musicalità, politezza cristal- lina, garbo e talvolta notevole virtù pittorica ; difettano di varietà, di movenze, di vita interiore piena e possente. Il resto della sua produzione poetica è appena mediocre e trascurabile, quando non sia addirittura scoria, tutto ciò sapevamo; la Carrer ce lo ripete, riba- dendolo di un’ accurata esemplificazione. Riguardo, in fine, agli scritti critici del Carrer, via, mi par che non sia più tempo, questo, di tener conto dei suoi giudizi sul Petrarca, sulla Liberata e la Con- quistala del Tasso, sui Sepolcri foscoliani e su altro ancora ; neanche collocandola nel suo tempo, appar critica degna di speciale conside- razione e di studio ; e gli apprezzamenti carreriani intorno agli Inni sacri e al romanzo del Manzoni, sono di un’ acutezza… assai poco invidiabile. E nell’ esame di siffatta critica mi par che la Lattes abbia voluto peccare di soverchia indulgenza. DELLA LETTERATURA ITALLVNA 97 A proposito, dispiace — in uno studio condotto con innegabile se- rietà — dover notare che le conclusioni critiche siano talora esage- ratamente favorevoli e diverse rispetto alle analisi che ad esse precedono ; displace notare che mentre queste analisi ci presentano un’ opera come sbagliata o men che mediocre o manchevole, si incontrino qua e là dei giudizi d’ altra natura, non provati e non dimostrabili, assiomatici di un assiomatismo ingenuo, come, per esempio, i due seguenti : gli « scritti in prosa [del Carrer] sono come un preludio al metodo moderno della ricerca estetica ed erudita » (p. 3, ripetuto a p. 54); « dal Carrer… derivarono il Prati e l’ Aleardi » (p., 4, ripetuto a p. 50) : due asserzioni gratuite, delle quali la prima rimarrà sempre tale, e la seconda, già affacciata da altri, come nota la Lattes medesima, sarebbe stato opportuno tacere, o dimostrarla convenientemente, entro quei limiti che la dimostrazione stessa avrebbe imposto. Dispiace non meno incontrare frequentemente altri giudizi indeterminati e fiacchi, espressi in forma anch’ essa incerta e svagata, come questi : « Nonostante questi ottimi propositi, l’opera [r Anello di selle gemme^ del Carrer non è tutta egualmente bella né armonica ; ma certo quant’ era in lui d’ intelletto, di fantasia, contribuì alla bellezza delle Sette gemme » (p. 56) ; — « la prosa [delle Relazioni accademiche, lette dal C. all’ Istituto Veneto e all’Ateneo],, pur elegante e serrata, non ha la limpida freschezza della sua poesia » (p. 78) ; — « nelle Odi egli conserva 1′ uniformità dell’atteggiamento della passione, in una veste leggiadra, elegante, armoniosa, che di- mostra la sua derivazione dai lirici del secolo decimottavo » p. 30) ecc. Dispiace anche veder che V autrice, per difendere o esaltare il suo autore, si appoggi talora ai giudizi di contemporanei del poeta, del Mazzini, e quando cita dal Carducci, creda di aver citato il Vangelo. Giacché qui non vuoisi menomare di nulla la gloria di Enotrie ; ma si sa che i giudizi estetici del Carducci in parte sono discutibili e in parte mal fondati. Né so perché, riportando le notissime parole del Manzoni — che « la poesia o la letteratura in genere debba pro- porsi r utile per iscopo, il vero per soggetto, e l’ interessante per mezzo » — la Lattes citi il Croce che le riporta nella sua Eslelica (p. 417 dell’ ediz. del 1902) e non citi addirittura la lettera sul Ro- manticismo (ediz. del 1823, che nell’ ediz. del 1870 mancano) del Manzoni medesimo, alla quale quelle parole appartengono. Ma codeste sono quisquilie. Tra le poche savie osservazioni che ricorrono nelle prose del Carrer, una ve n’ ha saviissima e indovinatissima, questa : esservi in arte « una norma infallibile di bello assoluto da ogni relazione di tempi e di luoghi », e quindi non esistere né classicismo né roman- ticismo come due generi diversi e separati. « Affermazione — osserva la Lattes (p. 122) — che non risolveva la questione, ma la troncava d’ un colpo ». Anzi, la risolveva perfettamente, mostrando nell’ au- tore, una volta almeno, vera penetrazione critica, e un’ intuizione estetica senza dubbio modernissima ed esatta. Ross, crit., XXII. 7 ■98 RASSKGNA CRITICA Orbene, a un critico del Carrer, che abbia solida preparazione ■estetica, non resta da far altro che prender le mosse da queir affer- mazione del Carrer medesimo, e studiare e stabilire se, perchè, come e in qual misura egli sia riuscito a tradurre in espressione d’ arte i suoi fantasmi poetici ; perchè, come e quante volte egli abbia errato nel giudicare l’opera d’arte altrui. Chi facesse degnamente ciò, fa- rebbe lavoro originale e direbbe 1′ ultima pai’ola intorno al valore della poesia e delle prose di Luigi Carrer. Ma tal critico avrebbe occasione di compulsare frequentemente e con profitto il lavoro della Lattes, che è corredato anche di una bibliografia carreriana (pp. 132- 150), attenta e preziosa. Andrea Gusta relli Nicolò Tommaseo. — Le Memorie poetiche con la storia della sua vita Jino alPanno XXXV. Seconda edizioue curata da G. Salv ADORI. — Firenze, Sansoni, 1916 (16°, pp. 523). Credo che il merito principale di questa pubblicazione sia quello di rendere facilmente accessibile questo scritto autobiografico, per vari rispetti interessante, del T., che dal 1838 non era stato più ristampato e che anzi l’A. aveva manifestato il desiderio mai si ristampasse da veruno. Tuttavia la figlia di lui non negò il per- messo della ristampa al S., pensiero del quale fu quello di « of- frire ai giovani la storia dell’ingegno e dell’animo » del T. « qual ^è stato dato in brevi, e a volte oscuri, cenni da lui, riprendendo i più importanti di questi e svolgendoli con le confessioni e le idee sparse negli altri scritti, e le notizie date da lui stesso o da altri ; ■e quindi descrivere la vita di lui per articoli , secondo l’ ordine di tempo, quanto ffli era possibile pienamente ». Tale pensiero fu dal S. attuato non posso dire con felicità pari alla pienezza : anzi tutto, dal testo originale sono state tolte «poche parole e pochissimi tratti *, ma non è dotto quali né perchè ; poi « nelle giunte, cito sempre dalla Prefazione del S., tutti i passi riferiti in parole del T. sono contrassegnati da virgolette in alto. Ma alle opere e ai luoghi onde son tolti non si fanno richiami, per non ingombrare troppo le pagine o comunque aumentare il volume. Per comodo di chi ^leggendo volesse fare tale ricerca, le linee sono numerate » ; l’in- tenzione di aiutar lo studioso c’è, ma provati, se ti riesce, a ri- pescar C(»n questo sistema il passo che t’ interessa negli infiniti volumi del T ! In compenso, son date a pie di pagina le varianti DEI.I-A LETTERATURA ITALIANA 99 per i passi riprodotti dal T. stesso in Ispirazione e arte e neg’li Esercizi letterarii, e « questo a studio di lingua e di stile», poi- •chè il S. crede quella delle Memorie poetiche « lettura utile e o])- portuna anche nelle nostre scuole». Io non lo credo, e poco im- porta, ma penso che assai difficilmente oggi si troverebbe un in- segnante disposto non dico ad adottare, ma ad usare questo libro nella sua scuola, oggi che gli studi sono avviati ad altro che al- l’esame minuto della parola e della frase, che le Memorie poetiche non tanto sono intitolate così perchè siano memorie di poesia, quanto perchè sono memorie del lavoro minutissimo e pazientissimo du- rato dal T. intorno alla lingua e alle frasi dei poeti latini e ita- liani che studiò da giovane. Quanto alle giunte, le quali seguono ciascuno dei quattro libri delle Memorie, riprendono si i punti più importanti di queste , ma anzi che svolgimento , illustrazione o •commento, ne sono parafrasi o ripetizione, e non chiariscono certo le oscurità: che cosa spiegano, ad esempio, la giunta intitolata Il Cinque maggio (p. 142) e quella intitolata La poesia del Man- zoni (p. 272) ? Quella non dice assolutamente nulla , e questa avrebbe bisogno di essere, e non superficialmente, commentata. Il pensiero del T. ha bisogno di essere profondamente indagato e sottilmente analizzato, ogni sua affermazione ha bisogno di essere severamente controllata ; la posizione del critico verso di lui deve essere quella di un diffidente : analizzatore, indagatore, critico dif- fidente non è il S., il quale invece è incline a veder tutto bello, tutto buono, tutto grande, tutto vero noi T., quando in questo il bello, il buono, il grande, il vero sono molto spesso nelle appa renze. S’intende che non mancano casi, in cui anche il S. si per- mette qualche eccezione alla regola , ma anche in quei casi egli è sempre governato da quella carità cristiana, che al T. fece sem- pre, o quasi, difettò nei giudizi letterari e che invece pare la sola inspiratrice del magg-ior numero dei suoi critici odierni. Io non pos- so, qui, passare in rassegna tutte le giunte, ma mi accontenterò di fare qualche osservazione su uno dei punti più interessanti e più difficili, perchè più complicato, della sua biografia spirituale e intellettuale : la relazione col Manzoni. A p. 254 ( libro secondo ) legg’iamo : « Conversando (col Manzoni) più cose imparai e più (ch’è il più difficile) disimparai, ‘Che non avrei fatto a lungamente studiare nei libri , e a lunga mente ragionare con altri letterati chiarissimi. E più ne avr*ei pro- -fittato se più fossero stati maturi l’ingegno e l’animo. Né mai più .in Italia od in Francia ho trovato colloqui! più desiderabili, dove 100 RASSEGNA CRITICA il senno , 1′ arguzia , e la virtù, lo splendore delle idee (non tutte del resto accettate da me) con la delicatezza de’ sentimenti si conciliassero in più modesta armonia. Senz’ essi forse non sarei mai guarito da certe affettazioni di stile che s’ erano inviscerate proprio in me ; né lo stesso soggiorno di Toscana m’avrebbe, non preparato da quelli, giovato tanto ». Lasciando d’osservare che col T. si finisce sempre per cadere in questioni di lingua e di stile, noto che a p. 385 ( libro quarto ) si legge : « Ne in Francia né altrove ritrovai così veraci, così spontanei, ed arguti, e nutriti di sapere, e d’affetto, ed atti ad esercitare e educared’ingegno come i suoi (i colloquii di Gino Capponi) e i colloquii d’Alessandro Man- zoni » : ecco il Capponi non solo posto a fianco del Manzoni, ma prima di lui. « La conoscenza di Gino Capponi (aveva scritto il T. tre pagine prima) m’animò al poetare, e mi diede della poesia più eletta idea e più sicura, per via d’esclusione, sgomberando il sentimento dell’arte dagli inviluppi rettorici , metafisici ed etici che lo fasciano, quasi cadavere imbalsamato » : quando mai il sen- timento estetico del T. fu libero da codesti inviluppi ? Che fosse tutto il contrario, questo libro, se non altro, sta a provarlo ; ma lasciando ciò , se tanto ha fatto il Capponi , che cosa poteva aver fatto il Manzoni’^ Dove, in una pagina (p. 424) che può dirsi conclusiva delle Memorie poetiche, il T. passa minutamente in rassegna quanti operarono sul suo ingegno, del Capponi è detto ancora che gli diede « un sentimento più intero e meno incerto dell’alia poesia » ; del Manzoni che, poeta , lo aiutò « a scrivere tollerabilmente la prosa », mentre il Lamennais, prosatore, lo aiutò a meglio conoscere la poesia ; é detto ancora che il Manzoni po- teva , se egli avesse saputo profittarne, insegnargli naturalezza, come ilBartoli fiorita varietà, il Segneri virile franchezza, ecc. ecc., tutti ricordi di un’educazione letteraria nella quale il Manzoni è lungi dall’avere il primo posto, e-della quale esso Manzoni avrebbe fatto, possiam credere, le più alte maraviglie. « S’io dovessi (scrive ancora in quella medesima pagina il T.),a più pochi ridurre il prin- cipal merito degl’ insegnanti eh’ Iddio mi diede e eh’ io non ben seppi mettere a profitto , nominerei mia madre , Virgilio, Dante e il popolo di Toscana»: il Manzoni, niente! E e’ é di più: in uno scritto inedito, di cui il S. si giova a p. 430, datato da Parigi il 6 giugno del 1834, il T. enumera ancora gli uomini, le donne e i libri ch’ebbero azione sul suo intelletto : tra gli uomini ricorda il Capponi, e tra i libri il Manzoni ! Posto tutto ciò, non capisco come il S., che si affida solo a fonti tommaseiane, possa DELLA LETTERATURA ITALIANA 101 affermare, sintetizzando il suo pensiero sulle relazioni intellettuali tra il Manzoni, il Capponi e il T. : « nell’educaziona artistica del Dalmata, insomma, il fiorentino storico compì l’opera del Poeta lombardo (p. 470) ». « La conoscenza di Gino Capponi mi animò al poetare » : a chiarir, anzi a intendere intera la portata di questa frase ci soc- corre un luogo del secondo volume di quel Carteggio Tommaseo- Capponi (p. 456 e 482) , pubblicato e annotato dal Del Lungo e dal Prunas, blandissimi anch’essi al T., che il S. conosce e usa, ma in questo punto trascura. A dare poi un’idea « della nuova critica inaugurata a Torino dal De S. », il Torraca cita uno dei saggi meno divulgati, quello sulla Fedra del Racine. « Chi la condannava come immorale : olii la considerava un plagio, essendosi il poeta valso di Seneca e di P]uri- pide ; ciii vi trovava incidenti e circostanze improbabili ; chi non vi ^cop^iv;l uno scopo ulteriore , uè il fatalismo greco , né la provvi- denza cristiana. Tutti questi, usci a dire il De S., sono luoghi co- muni, che riguardano la materia, il contenuto, ma non toccano l’es- senza dell’arte. Che il contenuto astrattamente considerato, sia pa- gano 0 cristiano, inventato o imitato, immaginato o storico, proba- bile o improbabile, che abbia o no scopo morale ; importa poco. Ciò che importa all’arte è vedere se il poeta abbia saputo spirarvi dentro la vita ; e Fedra è un’ anima appassionata , che il poeta ha saputo rappresentare in tutta la ricchezza nella lotta, che in essa conìbat- tono la passione e il senso morale. Fedra è una persona viva ; Fedra, artisticamente parlando, è un capolavoro ». Nei Nuovi saggi critici « ammiriamo giunti alla compiuta e succosa maturità i germi sparsi a piene mani nei primi. La teoria vi comparisce intera, organica e precisa ; il metodo , condotto alla maggior perfezione ». « La storia della letteratura italiana condensa e compone in saldo organismo i risultati di trent’ anni di studi e di meditazioni… Questo libro pre- suppone che chi lo legge, abbia già sufficiente conoscenza, non solo 126 RASSEGNA CRITICA della storia italiana, ma anche della vita o dolio opere degli scrittori… Della storia e delle vite prende solo i risultati, quel tanto, che giova a far intendere, nel molteplice atteggiarsi, nel pulsare, ora gagliardo, ora fiacco della vita nazionale , il vario cammino dei sentimenti e delle idee, il sorgere, e svilupparsi e disciogliersi delle forme lette- rarie ; ma principalmente studia a mosti-are come i sentimenti e le ideo, la materia, il contenuto si organarono nelle menti, e si con- cretarono nelle opere degli scrittori più grandi…. La forma sintetica, densa di pensiero ad ogni periodo, scolpita, rilevata e calda ad ogni frase, attesta il lavorio possente e geniale, che 1′ ha prodotta » in due anni soltanto! Dopo vennero, a complemento della Storia, gli ultimi saggi sul Parini e sul Foscolo, e le ultime lezioni, noli’ uni- versità di Napoli, sul Manzoni, sulla scuola liberale e sulla demo- cratica, sul Leopardi, « il poeta dilotto della sua giovinezza ». A questo caldo od entusiastico discorso che ci ha dato « la più chiara co- scienza della grandezza» del De S., la cui «vita fu un vigile e co- stante superamento di se stesso, e l’opera un continuo tendere alla per- fezione », succodono Tra Uzioni del Do S. pubblicate ora per la prima volta : Giuliella e Roniso, che fu compost i nel periodo della sua prima scuola a Napoli, anteriore al 1848; La rappresentazione del brutto nella D. Commedia, che fu pronunziata nel 1855 a Torino o che ana- lizza l’episodio di mastro Adamo e Sinone ; La vita solitaria del Leo- pardi, del 1876, rimasta inedita (le altre sullo stesso poeta furono pubblicate nel Diritto e nel Roma) presso il Torraca, che le raccolse tutte quasi stenogratlcamente ; e finaliuento il Discorso con cui nel 1876 annunziò l’istituzione nel Circolo filologico a Napoli, principal envà degli ultimi anni suoi. Della terza lezione, di cui nello Studio sul Leopardi dette una forma più condensata , riprodotta anche nel presente fascicolo, è stata fatta un’edizione a parte (La vita solita-. ria di G. L’^.opardi : lezione di F. de S., pubblicata da F. Torraca, Napoli, Morano, 1917 ; 8.° pp. 32). — E. P. W Della « nuova edizione » che Benedetto Croce ci ha dato dei 5uoi Teatri di Napoli dal rinascimento alla fine del secolo deciniot- tavo (Bari, Laterza, 1916; 8.”, pp. 330) Siam dolenti di non poter «flfrire ai nostri lettori la larga recensione eh’ essa meriterebbe. Ci limiteremo, quindi, a darne un semplice annunzio con qualche pic- cola osservazione che ci venne fatta leggendo l’ elegante volume. Verrà, forse, qualcuno dei nostri collaboratori , in tempi più tran- f|uilli , a parlarne più a lungo e più degnamente. Esso non è una semplice ristampa, come potrebbe apparire dal titolo, ma una nuova rielaborazione del vecchio libro, tuttora ricercato, edito nell’ Arch. stor. per le prov. napoletane (1889-1891; in cstr., Napoli, Pierre, 1891), del quale il C. ha cancellato, «quanto era possibile, le molte tracce d’inesperienza giovanile», «riordinata e condensata l’esposizione». DELLA LETTERATURA ITALIANA 127 con « qualche nuovo pai-ticolare, più importante di quelli tolti via». È diviso in XXIV capitoli, che vanno dagli spettacoli teatrali della corte aragonese al teatro della Rivoluzione ; mentre, nella prima for- ma, era diviso in due parti, una di XVI, l’altra di XXI capitoli. Nel primo capitolo , sugli spettacoli teatrali della corte aragonese , tro- viamo da osservare che era forse bene chiarire chi fosse il « Paga- nino », ricordato in un documento (p. 9), incaricato di fare col ca- nevaccio e delle lenzuolo dei giganti per una rappresentazione : il C. sa bene, ma non tutti i lettori sanno che era il famoso scultore mo- “denese Guido Mazzoni (pel quale v. un nostro articoletto nell’Are/*. tor. H’ipol. XVllI, 784 I, di cui i principi aragonesi si servivano anche in lavori cosi modesti. — Nel capit. II, sulle farse e prime comme- die regolari rappresentate a Napoli, occorreva dare più importanza al « ricco e bel teatro », « col suo proscenio e i suoi lumi », che i mar- chesi del Vasto avevano nei loro palazzo di Ghiaia, uno dei primi teatri privati a Napoli, forse posteriore a quello del principe Sanse- verino. Il C. dice soltanto che la rappresentazione poetico-musicale, in onore della Duchessa d’Alba, fu fatta nella « casa di Ghiaia » : o mi paro troppo poco. A proposito poi di una famosa cantante del tempo , chiamata nella lettera del libraio Passero (illustrata da me in questa Rass. XIX, 89 sgg.) « Phomia», e che il G. ricorda facen- done un maschio (« un Phomia »), e rimasta allora anche per me un’ ignota, posso ora aggiungere eh’ essa fu lodata con lo stesso nome e per la sua bella voce da Antonio Allegretti, senese e corrispon- dente del Gare, in una canzone edita fra le Rime di diversi nobili poeti toscani raccolte dall’ Atanagi (Venezia, 1565, ce. 14-15), e dal Paterno nelle Nuove fiamme (Lione, 1568). Dall’ Atanagi sappiamo poi che era una « Madonna Eufemia gentildonna napolitana, detta volgarmente Fumia», il qual nome dai versi dei due citati rimatori par- reblìB si pronunziasse almeno in poesia anche « Fomìa ». — Non vediamo citati ai loro luoghi articoli o monogratìe su autori drammatici, che, anche per dirne male, andavano, in ogni modo, ricordati, come, p. es., a p. 130 lo scritto di L. Lopinto sul Pansuti {Un poeta tragico napole- tano del sec. XVllI, Napoli, Jovene, 1910) ; a p. 207, pel Calsabigi, lo studio di G. Lazzari, La vita e l’opera letteraria di R. Calzabigi (Città di Castello, Lapi, 1907) ; a p. 228, pel Signorelli autore drammatico, quello di C. G. Mininni su P. N. Signorelli (Città di Castello, Lapi, 1914); e, ivi, pel Camorra, lo studio di E. Maddalena, Di G. B. Gamerra poeta ed avventuriero {Cimento, IV, 5) ; ecc. e:c. Come il testo, anche l’Appendice è stata modificata : questa della seconda edizione contie- ne, oltre i sonetti di Piero de’ Ricci e la farsa napoletana (edita molto scorrotta la prima volta, ed ora riprodotta più correttamente, tranne che negli ultimi versi, dove io leggo nella copia che ne pos- seggo: « Sa cosa », cioè « Questa cosa », non « La cosa », e « Facite le basare», cioè i « baciari», non « Facitele basare», che quest’ultima 128 RASSKGiNA CRITICA parola è un sostantivo, non un verbo; ; « Scene della vita di Napoli : da una commedia del Cinquecento », « Il dramma del Vesuvio », « La canzone di Zeza », « La serva padrona: intermezzi». Un indice dei nomi , che mancava alla prima stampa , rende comodissimo a con- sultare il presente volume, dedicato « all’amico F. Torraca ». — E. P. /^ Della collezione laterziana degli ScHllovi d’Italia sono apparsi altri tre nuovi volumi : il terzo, diviso, in due parti, dello Relazioni degli ambasciatori veneti al senato , a cura di Arnaldo Segarizzi (nn. 79 e 80) e i Canti di Giacomo Leopardi a cura di Alessandro Donati (d. 83). 1 due volumi dello Relazioni (8.”, pp. 282, 257), ri- guardano Firenze e comprendono quelle sci-itte nel secolo XVI, XVII e XVIII, da Marco Foscari (1527), che, conot^ciuta sinora mutila, fvien qui pubblicata integra su manoscritti veneti; da Antonio Suriani (1.533), successore del Foscari; da Vincenzo Fedeli (1561); da Lorenzo Friuli (1566), di cui anche un’orazione per le nozze di Francesce dei Medici con Giovanna d’Austria (1565); da Andrea Gussoni (1576), da Gio- vanni Michiel e Antonio Tiepolo (1579); da Alvise Buonrizzo (1582); da Tommaso e Francesco Contarini (1588 e 1589); da Francesco Mo- rosini (1608); da Francesco Badoer (1609), da Demetrio Straticò (1738). Chiudono i duo volumi, che hanno importanza storica e politica, non letteraria, una nota bibliografica, in cui il S. dà conto dell’occasione e dell’importanza, dei manoscritti, e dell’edizioni a stampa di questo Relazioni, nonché del metodo della pubblicazione ; un « glossario di alcune voci venete » ed un indice dei nomi. — I Canti del Leopardi (pp. 250) sono stati riprodotti dal Donati secondo le due edizioni del Mestica pel Barbèra (1886) e pei Succ. Le Monnier (1906) , « correg- gendo sugli originali qualche lieve svista e qualche errore tipografico sfuggito alla diligenza di quel dotto e meticoloso maestro in questo genere di lavori ». Pur tuttavia, noi vorremmo sapere dall’egregio nuovo editore perchè egli corregge nei canti Alla primavera ed Inno- ai patriarchi il « febo » in « Febo », quando il poeta istesso aveva adoperata la prima maniera, anzi l’avea corretta espressamente nel primo di quei canti, dove era adoperata la seconda forma, nelle « Correzioni » dell’edizione Starita, e il Mestica l’avea scrupolosamente mantenuta ? Nel secondo di quei canti, anzi, il Donati, per esser coe- rente, dà la maiuscola anche a « Luna », cui il Leopardi, nella stampa napoletana, e il Mestica, dettero la minuscola. 11 vs. « E te gsrman di giovinezza, amore » del Passero solitario fu voluto cosi dal poeta (e così dal Mestica) e non con la virgola dopo «te », come stampa il Donati. Ma queste minuzie non tolgon nulla alla grande diligenza messa dal nuovo editore a darci una stampa che è da considerarsi la più cor- retta di quello finora pubblicate dei Canti, ai quali per renderla com- pleta è qui aggiunto il capitolo burlesco sui Nuovi credenti , e son fatte seguire le Note apposte dal Leopardi ai propri versi, e, in ap- DELLA LEITERATURA ITALIANA 129 pondice, le dediche, le prefazioni premosse dal poeta alle varie edi- zioni delle sue poesie, fatte da lui, nonché le Annotazioni alle dieci caws-om, pubblicate dal poeta. Son poi registrate le varianti importanti di tutte r edizioni precedenti a quella lemonierriana del Ranieri, di Roma (1818 di Bologna (1820, 1824, 1826), di Firenze (1831) e di Napoli (1835), e chiudono il voi. la nota bibliografica di tutte queste stampe suramentovate ; un indice dei capoversi, uno dei nomi propri, ed un terzo, cronologico, dei Canti. — E. P. .*^ Annunziamo, con molto ritardo, due pregevoli volumi della « Biblioteca scolastica di classici italiani già diretta da G. Carducci », edita dalla Casa G. C. Sansoni negli scorsi anni : lo Prose scelte di Giuseppe Giusti , commentato ad uso delle scuole da Plinio Carli (8.”, pp. iv-260). autore anche di una scelta e di un commento delle Poesie del medesimo scrittore nella stossa « Biblioteca » (cfr. Rass. XVII, ITI). La presente raccolta ci oft’re le pagine migliori principal- mente dell’ Epistolario (nella vecchia edizione del Prassi, e non nella nuova del Martini, per impedimento degli editori) ed anche degli Sanili vari e delle Illustrazioni ai proverbi, non già delle Memorie, perchè proibito dai Fratelli Treves. A proposito di una delle Illustra- zioni « Ognun per se, e Dio por tutti », ov’ è la nota storiella di To- bia e la mosca, era necessario di avvertire che queir aneddoto, com’è risaputo, deriva dal Tristano Shandy dello Sterne , anzi è passato « alla prosa del Giusti attraverso alcune sestine del Poeta di teatro (li Filippo Pananti » (G. Rabizzani, L. Sterne, Genova, Formiggini, 1914, p. 12), che il Carli, come studioso del Giusti, avrebbe pur do- vuto ricordare. In generale, il presente commento, linguistico e sto- i-ico, è sobrio e diligente. — 11 secondo volume ò pure un’ antologia delle Opere ìninori di L. AniosTO scelte e commentate da Giuseppe Patini (8.**, pp. xxi-368), ove è fatta gran parte alla prosa arioste- sca che generalmente vien trascurata e di cui si è occupato lo stesso raccoglitore in uno studio edito contemporaneamente nel Giorn. sto- rico (LXV, 1915). La scelta contiene, quindi, 1′ Erbolato (secondo la etliz. principe del 1545) quasi per intero ; trenta Lettere; alcune scene «lolla Cassar ia e dei Suppositi, in versi e in prosa ; della Lena e del Negromante ; brani di sei delle sette Satire, di cui una nella sua inte- grità ; e, finalmente, un mazzetto di liriche volgari, tolte dall’edizione critica che il Patini sta, da parecchio tempo, preparando, preceduta da una ampia introduzione, della quale détte un saggio nella nostra liass. (XV, 1910, pp. 19 sgg.;. 11 commento, specialmente storico, è molto notevole, e mostra nell’autore un dotto conoscitore dell’Ariosto e dei suoi tempi. Egli ha diligentemente spogliati i documenti storici e letterarii contemporanei per illustrare il suo poeta, e si è servito, fra gli altri, dei Sonetti faceti del Pistoia, dimorante a Ferrara e nel suo territorio durante la prima gioventù dell’ autore dell’ Orlando. Ross. crii. XXII. 9 130 RASSEC4NA CRITICA Oli sono, però, sfuggiti alcuni riscontri di parole e di fatti, che^ qui gli verrò additando non per pedanteria, ma perchè egli se ne possa giovare in uria nuova edizione del suo volume che gli auguriamo e (Ì BA8SEONA CRITJCIA a cura della r. università di N ipoli. Napoli, 1517. Contiene un discorso commemorativo di F. Torraca, tre lezioni ed un discorso inediti del 1). S. ecc. Cfr. Rem. XXII, 124 sgg. Foscolo (U.). V. Rossi, SuW « Orlis » del F. {Giorn. sior., LXIX, I). Sulla ge- nesi 0 la formazione del celebre romanzo che nella sua prima reda- zione è indipendente ilal Werther e fu ispirato dalla Nouvelle Hélo’ise- A, Albortazzi, U. F. I. « La vita ». Messina, Principato, 1815. Cfr. Rass. XXI, 280. C. Antona-Tra versi, U. F. e i suoi traduttori : « 1. 0>’/is” tradotto da A. Dumas padre» {Fanf. d. domen., XXXIX, 15). Nel n. 17 A. Manzi: A proposito del Jacques Ortis di A. Dumas. U. Valente, Contentando il F. « Il sonetto alla sera » (Fan/, d. domen., XXXIX, 6). A. Ottolini, Note foscoliane. « Con documenti inediti : Le spese per l’edizione del Montecnccoli. Stipendio del 1808. Per la dedica delle Grazie » (Riv. d’ Italia, maggio). A. Ottolini, Bricciche foscoliane (Giorn. stor., LXIX, 1). L. Rava, U. F. giornalista a Bologna : « Il Genio democratico, 1798 » (Cultura moderna). Milano, Vallardi, 1916. V. Alfieri e Leopardi. Gioberti (V.). V. Piccoli, L’ estetica di V. G. Milano, Albrighi Segati e C”, 1917. V. Piccoli, V. G. e P. Giordani (Riv. d’Italia, marzo). Lettere inedite di V. G. e del Lamennais (La cultura d. spirito, VI, 7). G. Balsamo Crivelli, Ultima replica di V. G. ai municipali, pub- blicata per la prima volta con pref. e doc. inoditi. Torino, Bocca, 1917. V. Giordani e V. Gian (s. Prati). Giordani (P.). (i. P. Glorici, Nuove lettere giordaniane (N. Aniol., 16 febbr.). Cfr. V. Piccoli (s. Gioberti). Gozzi (C). M. Cerini, Ci>-ce e Sinodato (Riv. d’ Italia, maggio). Alcune so- miglianze tra ia Zobeide di C. Gozzi e il famoso episodio di Circe del- l’ Odissea. Gozzi (G.). M. A. Viglio, (;. G. «Vita e ^>pere ». Messina, Principato, 1916. V. Rass. XXI, 280. A. Cajumi, Per un nuovo libro intorno a G. G. (Fanf. d. domen., XXXIX, 6). Il volumetto del Viglio qui sopra ricordato. Goldoni (C). A. Gabrielli, La « Guerra » di G. (Fanf. d. dotnen., XXXIX, 17) DELLA LETTERATLRA ITALIANA 137 Orossi (T.). G. Brognoligo, T. G. « La vita e le opere ». Messina. Principato, 1916. Cfr. Rass. XXI, 280. Cfr, A. Pilot (s. Letteratura del Risorgimento). Leopardi (G-.)- A. Fatane, L., Foscolo e Rousseau (Alhenaeum, IV. 1). C. Perpolli, G. L. e il « De re publica » di Cicerone {Alhenaeum, V, 3). N. R. d’ Alfonso, Le vibrazioni della natura nella poesia di G. L. {Nuovo Convito, n. 3). G. Gentile, V unità del pensiero leopardiano nelle « Operette mo- rali » (Annali d. università toscane, N. S., II, 1, 1917). C. Antona Traversi, Monaldo L. e la conciliazione Alliata {Atti e mem. d. deput. per le Marche, III, i, 1). G. Barzelletti, G. L. fu classico e romantico? (N. Antol., l febbr.). Da un volume che dovea essere di prossima pubblicazione su G. L. poeta filosofo. G. Biagi, Una lettera inedita di G. Leopardi {Rassegna, Il , 1). Al cugino Melchiorri, da Recauati, 15 aprile 1822. Letteratura comparata. P. Sturel, Bandello en France au XVl^ siede {Bull, italicn, XVII, 2). Continuazione. D. Ferrari, Echanges litléraires franco-italiens {Fanf. d. domen., XXXIX, 19). A proposito di uno scritto di G. Maugain, inserito nelle Croniques des lettres franco-italiennes {docemh. 1916), « ove i-ratta de- gli scrittori italiani che si dedicano allo studio della letteratura francese e dello opere importanti che si vanno stampando in Fran- cia, riflettenti la letteratura italiana ». P. E. Pa velini , L’ « Erotocritos » di Vincenzo Cornaro e le site fonti italiane {Rassegna , II , 1). Poema scritto fra 1550 e il 1669 a Creta da un veneziano ellenizzato e che è « il più insigne documento della poesia volgare neollenica »: contiene qua e là imitazioni del- l’ Ariosto. F. Olivero, Su /’ « Allegro » di J. Milton {Fanf. d. domen. XXXIX, 2). Per qualche fonte italiana. P. Durrieu, Jean de Meun et l’Italie (Académie des inscript, et b. Idtres, 1916). F. Cannavo, Carlo Dickens e l’italiano {Marzocco, XXII, 11). M. Cerini, Gli Spagnuoli in Italia {Marzocco, XXII, 4). A pro- posito del libro di B. Croce, La Spagna nella vita italiana durante la rinascenza (Bari, Laterza, 1916), del quale ci occuperemo pros- simamente. R. Ortiz, Per la storia della cultura italiana in Rumania. Bu- carest. Sfotea, 1916. 13N HA.S.SK(iiNA Cini ICA E. Picot, Les Italiens en France au XVle siede. « I-,cs Italiens dans les univcrsités fran(;aises ; Los Fran^ais dans les univorsités ita- liennes » (Bull, ilalien, XVII, 2). Continuazione. A. G. Ferrers Horvell, Giovanni Florio: i.553-1625 {Bull, senese, XXlll, 3). Fiorentino di origine senese, amico dello ShakespcarOr autore del primo dizionario inglese-italiano (v. Rass. XI, 286). Letteratura della critica , della storia della cultura , del co- stume ecc. P. Rajna, Questioni cronologiche concernenti la storia della lin- gua italiana. IV. « Quando fu composto 11 Cesano » {Rassegna, li, 2). E. Donadoni. 1 valori umani della poesia (Riv. d’ Italia, giugno). F. Beneduci, Sincerità ! : « Briciole di autocritica e di critica » {Riv. d’ Italia, maggio). Saggio d’ estetica. A. Sorrentino, G. B. Vico e le razze mediterranee {Bull, ilalien, XVII, 2). G. Gentile , Appunti per la storia della cultura in Italia nella- seconda mela del sec. XIX. « IV. La cultura toscana » {Critica, XV, 1). Continua nei fasce. 2, 3 e 4. V. Rossi , Nazione e lelleratura in Italia (N. AntoL, 1 genn.). Prolusione letta all’ università di Roma, inaugurandosi il passato anno scolastico. F. Picco. Una storia critica della letteratura italiana {Fanf. d. domen. XXXIX, 12). Quella edita dal Principato di Messina e diretta da A. Gusta rolli (v. Rass. XXI, 280). F. Nani-Mocenico, Storia della letleratura veneziana del sec. XIX. Venezia, Ferrari, 1917. G. Biadego, Carlo Cipolla. Commemorazione letta il 24 die. 191& nella sala del Cons. provinciale. Verona, Franchini, 1917. G. Rabizzani, Un «pamplétaire» italiano {Marzocco, XXII, 2). È Guido Nobili, tìorentino , morto , di cui il Falorsi ha pubblicato r anno scorso : Bozzetti , scritti polemici e pagine sparse (Firenze, Tip. domenicana, 1916). A. Scalerà, B. Zumbini. Commemorazione tenuta il 15 aprile 1917 nel salone dell’* Unione Giornalisti», promossa dalla r. Scuola nor- male « B. Zumbini ». Napoli, De Gaudio, 1917. E. Filippini, L’accademia degli Agitali in Foligno {Boll. d. doput. per l’Umbria, XXI). U. Benassi , Nuove notizie su Cristoforo Poggiali e le sue « Me- morie storiche di Piacenza » (Boll. star, piacentino, XII, 1). A. G. Cesareo, G. Pilrè e la letteratura del popolo (Arch. stor. siciliano, X LI, 1-2). R. Zagaria, Un’ amicizia di A. d’ Ancona. Con 20 lettere e un sonetto inediti (Cultura d. spirilo, VI, 9-10). G. Fulco, Il ditirambo moderno. Pai-te I. Le. origini. Palermo, Reber, 1615. Cfr. Rass. XXII, 107-8. DELLA LETTERATURA ITALIANA 139 Letteratura della decadenza (secc. XVII e XVIII). L. Taberini , Girolamo Oraziani e il « Conquisto di Granata » {liiv. abruzzese, XXXII, 1). Continua nei fasce. 3, 4, 5 e 6. V. F., Per Ippolilo Neri (Misceli, star. ci. Vaklelsa, XXY, I). A. Pilot , Un madrigale vernacolo inedito delV ab. Bai’baro in lode del p. G. Toaldo {Ateneo veneto, XL, i, 1-2). C. Calcaterra, Il Frugoni contro i Gesuiti {Giara, star., LXIX, 1). L. Rava, Il cittadino romano Claudio della Valle e il suo poe- , metto sul pollaio {N. Anlol., l genn.). Fu pubblicato nel 1798. A. Pinctti , Francesco Bartoli comico ed erudito bolognese e la prima guida artistica di Bergamo {Boll. d. civ. bibliot. di Bergamo, X, 4). E. Mancini, Filodrammatici empolesi nel Settecento {Misceli, stor, della Valdelsa, XXV, l). G. Pavan, Teatri musicali veneziani {Ateneo veneto, XL, i, 1-2). Continuazione. U. Valente, Il Magalotti contro gli atei{Fanf. d.domen. XXXIX, 19). F. Carrozza , Un poeta napoletano del 1600 {Fanf. d. domen. XXXIX, I). G. A. Palmieri, autore di poesie drammatiche in toscano ed in vernacolo napoletano. B. C[rocc], Altre notizie sid poeta Velardiniello (Arch. stor. na- poi., N. S., II;. A. Pauella, Fra Paolo Sarpi e il dominio dell’ Adriatico {Riv. d’ Italia, maggio^. Letteratura delle origini (secc. XII, XIII e XIV). A. Jeanroy, Giacomo da Lenlino imitateur des Iroubadours {Bull, italien, XVI, 3-4). L. Biadene, La patria d’ Ingìiilfredi rimatore del sec. 11I {Atti e meni. d. accad. di Padova, XXXII, 4j. Era toscano, di Lucca. S. Ferrij Per V edizione dell’ « Alessandreide » di Wilichino da Spoleto {Boll. d. deput. per I’ Umbria, XXI). E. Levi, / « Miracoli della Vergine » nelV antica letteratura {Riv. d’ Italia, gennaio). Il Milione di M. Polo, commentato ed illustrato da Onia Tiberini, Firenze, Succ. Le Monnier, 1916. E. F. Langley, The poetry of Giacomo da Lenfino. Cambridge, Harvard University Press, 1915 {Harvard Studies in romance lan- guage, voi. I). 0. J. Tallgren, Les poésies de Rinaldo d’ Aquino, rimeur de VÈcole sicilienne au XIII^ siècle {Mem. de la Sociélé neo-p/iilolog, de Helsin- fors, VI). Edizione critica ecc. F. Egidi, La canzone marchigiana det Castra {Atti e mem. d. de- put. per le Marche, III, i, 1;. A. F. Massèra, Nuovi sonetti di Cecco Angiolieri {Studi romanzi, XIII). 140 RASSEGNA CRITICA V. de Bartliolomaeis, Prose e rime aquilane del sec. XIV {Bullell. <1. dep. abruzzese, III, 5). Oltre una laude di Jacopone, pubblica La legenda quando S. Elena retrovò la croce de Christu. G. Zaccagnini, Nolizie intorno ai rimalori pisani del sec. XlJl {Giorn. stor., LXIX, 1), 1 documenti d' amore di F. da Barberino, secondo i manoscritti originali a cura di F. Egidi. Roma, Società ftlol. rom. (fase. XII). C. Giordano, Alexandreis , poema di Gautier da Chàlillon. Na- poli, Ardia, 1917. Ne parleremo. T. A. E. Moseley, The « Ladi/ » in coiuparisons from the Poelry of the «Dolce SUI Nuovo». Menaslia, Wisconsin, 1916. F. Torraca, L'« Entrée d'Espagne » {Atti d. accad. ardi., lott. e b. a. di Napoli, N. S., VI, 19i7j. A proposito della prima edizione fattane da A. Tliomas (Paris, Didot, 1913). Ne parleremo. Letteratura del Rinascimento (seco. XV e XVI). R. Sabbadini, Andrea Contrarie (N. Arch. veneto, XXXI). A. Corbellini. Appunti suWumanesiino in Lombardia {Boll. d. so- -cietii pavese, XVI, 1-4). Continuazione e line. Ne parleremo. R. Cessi, La vita politica di B. Guasco {Alti e memor. d. accad. 4i Padova, XXXII). F. Ferri. Urt dissidio fra Basinio e Guarino , con una nota di R. Sabbadini {Athenaeum, IV, 1). A. Medin, Gli scritti wnanistici di Marco Dandolo {Atti d. r. Istit. veneto, LXXVI, P. 2."-). C. Fiorini, Dalle conversazioni di un umanista del Cinquecento ■(Rass. nazionale, 16 maggio). Si tratta di G. G. Scaligero. M. Battistini, Filippo da Bologna maestro di grammatica a Vot- terra nel sec. XV {Archiginnasio, XII, 1-2). L. Frati, Ottave ariostesche della Principessa di Bisignano {Gior. stor., LXIX, 2-3). Cioè di Eleonora Sanseverino , figlia di Antonio, principe di Bisignano, e di Giulia Orsini (m. 1581). E. Gerunzi , Il canto dei Lanzi {Fanf. d. domen. XXXIX , 13). A proposito della ristampa dei Canti carnascialeschi fatta dal Bon- tempelli (Milano, Soc. edit., 1916). Quello nuovo che il G. dà come inedito, ò opera sua, ed allude cosi apertamente a fatti e nomi re- centi, che fa grande meraviglia che l'autore dello spoglio dei periodici nel Giorn. slor. (LXX, 1), non si sia accorto dello scherzo!! P. Guorrini , Fra Girolamo Savonaì'ola predicatore a Brescia. Brescia, « Brixia sacra ». 1917. F. A. Termini , Ricostruzione cronologica della biografia di P. Ransano {Arch. slor. siciliano, XLI, 1-2). Cfr. Rass. XXI, 127-8. B. C[roce], Uno gliommaro inedito del Quattrocento {Arch. stor. napol., N. S., II). G. Giannini, Antica storia in versi del Volto Santo. Lucca,' Giu- sti, 1910 {Atti d. accad. lucchese, XXXVi, È del quattrocento. DELLA LETTERATURA ITALIANA 141 Anclosia e Apologia di Lorenzino dei Medici. Introduzione e note di Federico Ravello. Torino, Unione-tipogratìco cditr. torinese, 1917, Ne parleremo nel prossimo fascicolo. A. Salza , Madonna Gnsparina Slampa e la società veneziana del suo tempo. « Nuove discussioni » (Giorn. sfor., LXIX, 3-4). Ri- sponde principalmente alle critiche e alle obbiezioni di Elisa Inno- cenzi Greggio, In difesa di G. S. (cfr. Ross. XX, 46), giovandosi piire delle nuove notizie date da questa studiosa sulla poetessa e dei suoi amici. Vi ritorneremo su a pubblicazione compiuta. M. Battistini, Francesco Accolli d'Arezzo e un suo credilo coi Se- nesi per V Ì7isegnaniento S9(0 nello Studio {Bull, senese, XXlll, 3). G. Lazzeri , La scoperta di una copiosa raccolta tnanoscritta di musica e poesia del sec. XVI (Fanf. d. domen., XXXIX, 18). Trovato e posseduto dal prof. G. P. Clerici, che ne pubblica ora l'illustra- zione nella Bibliofilia. Ne parleremo nel pross. fascicolo. A. do Vico, Da due novelle del Cinquecento ad un dramma mo- derno {Eco della cultura, IH, 23). Le novelle del Lasca, il dramma moderno la Ceìia delle beffe. Letteratura del Risorgimento (sec. XIX). A. Lazzeri, Lettere di Eleonora Ruffmi a E. Benza. Città di Ca- stello, Soc. Leonardo da Vinci, 1917. Riguardano l'autore del Do^tór Antonio. F. Mordani, Le iscrizioni, l' autobiografia e un elogio storico, a cura di G. Guidetti. Reggio Emilia, 1915. L. C. BoUca , M. d' Azeglio , Il castello d' Envie e gli amori di Luisa Blondel con G. Giusti (Boll. stor. bibliogr. subalpino , IX, 4). G. Bustico. Il carteggio di U. Lampredi con L. Angeloni {Rass. stor. del Risorgimento, IV, 1917, 1). L. Piccioni, Tentativi poetici di Massimo d' Azeglio {Fanf. d. do- men., XXXIX, 5). A. Ottolini, Lettere inedile di Jacopo e Luigi La?nberti (Riv. d'Ita- lia, gennaio). D. Santoro. Gì' inni del Risorgimento italiano. Campobasso, Co- litti, 1916. A. Ottolini, G. Montani, lettere e ricordi inediti {Arch. stor. lom- bardo, XLII, 4). F. Lo Parco, L'amorosa messaggera nella poesia patriottica ita- liana {Fanf. d. domen., XXXIX, 1), Continuazione e fiile, G. Jannone, Gabriele Pepe maestro di napoleonidi (Rass. nazio- nale, 1.° marzo^. N. Rodolico, Uno storico del Risorgimento {Marzocco, XXII, 9). A proposito del libro postumo di E. Masi, Il risorgimento (Firenze, Sansoni, 1917). G. Pansini , La biblioteca del « Lloyd triestino » {Ateneo veneto, XL, I, 1-2). 142 RASSEGNA CRITICA M. Viterbo, Uomini di Puglia: «A. Angiulli, S. Castromediano, O. Massari». Martina Franca, «Apulia», 1917. B. Croce, Una famiglia di patrioti. «1 l'ocrio» {Critica, ^J^ , 1). Continua anche nei l'asce. 2, 3 (ove si parla di Alessandro Poerio, e dei «Travagli di uno spirito di poeta») e 4. A. de Rubertis, Un concorso di A. Vannucci {Rassegna, II, 1). A. Pilot, 1 « Lombardi » e V « Emani » a Venezia nel 1843-44 {Fanf. d. domen., XXXIX, 7). F. Pellegrini, « La verga d'Arminio », inno nazionale dell'agO' sto 1847 {Fanf. d. domen., XXXIX, 1). Cfr. anche nel n." 2 l'arti- colo di A. Fioravanti, Citi fu l' autore dell'inno ecc. R. Zagaria, Varietà sul '48 napoletano. « Nuovi studi con docum. inediti ». Napoli, Eco della cultura, I9I7. A. Pilot , Un episodio inedito su don Giuseppe Barbieri {Riv. cV Italia, gennaio). Manzoni (A.). M. Fioroni, A. M. poeta civile: piccoli saggi. Citta di Castello, Soc. Tip. Leonardo da Vinci, 1917. A. Fàggi, Il « Re Lear » e i « Promessi Sjjosi » {Atti d. accad. di Torino, Lll, 9-10). N. Busetto, Saggi manzoniani. « Contributo agli studi sulla for- mazione dei Promessi sposi ». Napoli , Eco della cultura, 1916. Cfr. Rass. XXII, 118. N. Busetto, Le sfuriate di Renzo contro don Rodrigo. « Varietà di scena e di effetti dalla prima stesura alla forma definitiva del- l'episodio» {Eco della cultura, 111,, 23). Cfr. Rass. XXII, 118. G. Biagi, Una lettera inedita di A. M. {Riv. d. bibl. ed. archivi, XXVII, 9-12). A. Momigliano, A, M. I. La vita. Messina, Principato, 1915. Cfr. Rass. XXI, 280. A. Galletti, M., Shakespeare e Bossuel (Saggi e studi, Bologna, 1916). C. de Vivo, Stwii tnanzoniani. Rocca S. Casciano, Cappelli, 1916. V. Rass. XXII, 129. A. Yàg^x, Le digressioni psicologiche nei « Promessi sposi » {Fanf. d. domen., XXXIX, 10). M. Fioroni , Di alcuni spunti manzoniani in due odi ba)-bare {Fanf. d. domen., XXXIX, 3-4). N. Busetto, // ritratto inorale delV Innominato nelle successir>e redazioni del ‘t-omanzo vianzoniano {Eco della cultura, 28 fobbr.). Cfr. Rass. XXII, 118. •Marino Gr. B.). S. Vento , Nuove fonti della lirica di G. B. M. {Riv. d’ Italia, febbraio). DELLA LETTERATURA ITALIANA 143 Mazzini (Gr.)- E. Roggero, 1 libri che non si solvono : « Un romanzo di G. M. » (Fanf. d. domen., XXXIX, 5). G. Caprin, U idealismo pratico di G. M. {Marzocco, XXII, 2). MeU (G.)- F. Biondolillo, 1 poemi giocosi e satirici del Meli {Riv. d’ Italia, gennaio). Ne parleremo. G. B. Saladino , G. M. e il suo ditirambo, « Suoi rapporti con Siena » {Bull, senese, XXilI, 3). Metastasi© (P.). R. Garzia, Attorno al M. {Ross, nazionale, 1 e 15 febbr.)- Continua- zione e line. Sul voi. di L. Russo, sul quale v. questa Rass. XXll, 75sgg. Monti (V.). M. Cerini, Imitazioni e reminiscenze nelV « Aristodemo » del M. {Riv. d’ Italia, marzo). A. Ottolini, Sugli ultimi versi del « Congresso di Udine » di V. M. {Fanf. d. domen., XXXIX, 12). M. Cerini , / due jjHmi poemetti repubblicani di Y. M. {Fanf. d. domen., XXXIX, 1). U. Valente, Nola montiana {Fanf. d. domen., XXXIX, 2). V. Altieri. Parini (G-.). G. Bustico, Un’ imitazione paHniana di L. Cicognara (Arch. stor. siciliano, XLI, 1-2). Pascoli (G.). F- Boffl. La « Carriera » politica di G. P. {La Nazione, 9 aprile). Pellico (S.). E. Kellorini, S. P. Messina. Principato, 1916. Cfr. Rass. XX, 280. B. Ussani, La marchesa di Barolo {Riv. d’ Italia , XX , 4). Ri- guarda S. P. Petrarca (F.). D. Guerri, « L’ angelico seno » {Rassegna, li, 2). R. Livi, Guido da Bagnolo medico del re di Cipro {Atti e mem. d. r. doput. per le prov. modenesi, V, xi). Era anche amico del P. M. Cerini, Un sonetto del P. ed uno del Camoens {Fanf. d. do- men., XXXIX, 8). In opposizione a quanto affermò A. Pellizzari, che il son. del secondo, imitato da quello del primo, sia superiore a questo. Il Pellizzari risponde nel n.° 10 del medesime periodico : An- ^ Cora P. e Camoens. Una controrisposta del Cerini, è nel n.*^’ 13 dello stesso giornale : E ancora P. e Caìnoens, con un’altra controrisposta del Pellizzari: Punto e bastai – — -^: M. Fowler, Catalogne of tìie Petrarch Collection òequeaifwd by 144 RAiSSKGXA CRITICA Willard Fiske, compiled bij Mary Foicler, curalor oflhe Danle and Petrarch Colleclions. Oxford, 1916. V. perora N. Zingarellì nel Giorn. d’ Ilalia del 23 agosto 1917 : Un volume jìelrarchesco deW AmeHca. Ne parleremo nel prossimo fascicolo. V. F. Gentili (s. Alighieri). Prati (G.). G. Scarano, Le poesie inedite, le « Memorie » e V « Epistolario » di G. P. (Fanf. d. dotnen., XXXIX, 8). A. Avancini, Per il centenario del P. yFanf. d. domen., XXilX, 10). V. Gian, Un poeta e un filosofo del Risorgimento : G. P. e V. Gio- berti {Fanf d. domen., XXXIX, 3). C. Magno, A proposito dei nianoscrilti del P. (Fanf. d. domen,, XXXIX, 16). Tommaseo (N.). Le memorie poetiche, con la storia della sua vita tino all’a. XXXV. Seconda odiz. curata da G. Salvadori. Firenze, Cansoni, 1917. V. Pass. XXII, 98-101. A. Sarpa , Pensieri di N. T. sulV educazione. Vicenza, Soc. an. tipogr., 191-5. Errata – Corrige A p. 96, 1. 36, del presente fascicolo, invece di •« la Carrer » ai legg « la Lattes »; e a p. 97, 1. 36, in luogo di « mancano » si legga « manca ». Direttore responsabile : Erasmo Pèroopo Napoli — Stab. Tip. N. Jovenb & G.° — Piaxza Oberdan, i3 I |^^*,^ FRANCESCO NOVATI IN EAPPORTO A NUOVI E VECCHI PROBLEMI DELLA FILOLOGIA ROMANZA *). Non farà meraviglia se iniziando il mio insegnamento in questa Facoltà universitaria , io che dovrei dalla lunga pratica esser fatto ormai sicuro , dichiari di sentire per varie cause una insolita trepidazione. Vi sono in me ricordi antichi di rive- .enza, quando dalla parola dei maestri, sui banchi della scuola, nei primi studi’, mi si era formata 1′ idea di un sacro luogo qui in Milano, donde si schiudevano luminosi veri e l’Italia parlava autorevolmente tra le nazioni più dotte. Qui era Graziadio Ascoli, aquila dal volo ampio e robusto, vero linceo che ficcava lo sguardo attraverso alle rocce. E compiuti appena i corsi universitari’ in Napoli, sarei venuto a frequentare la sua scuola , se non era la necessità di un sogg-iorno in Firenze. Il sentirmi vicino alla sua memoria, direi quasi al suo nume, rinnova in me la disposizione del discepolo, e mi sgomenta. Ma anche senza di questo, il sen- timento di gratitudine verso l’ illustre collegio che si è compia- ciuto di accogliermi, supera di molto la coscienza delle mie forze E alcuni dei colleghi che per la lo^^o antica benevolenza dovreb- bero darmi coraggio, riescono invece a preoccuparmi con un senso di maggiori obblighi. E finalmente (non posso senza viva com- mozione toccare questo punto), la successione a Francesco Novati. *) Prolusione all’insegnamento di storia comparata delle lette- rature neolatine nella R. Accademia scientitico-letteraria di Milano, del 30 novembre 1916. Rm$. Crit., XXII. 10 146 RASSEGNA CRITICA La sua delicata, finissima anima si comunica quasi a me a più amareg-g-iarmi la g-ioia di aver rag:giunto una residenza ambitis- sima e ottenuto così alto onore, pensando che è stato a prezzo della sua vita. Egli che in due concorsi e nella promozione mi aveva benevolmente giudicato ; e che augurava il mio trasferi- mento a Bologna (quando il Carducci ancor vivo abbandonava anche 1′ incarico delle letterature romanze; egli insomma che si <3ra interessato della mia carriera e residenza , doveva invece la- sciarmi proprio la sua cattedra all' Accademia , quasi che essa toccasse a chi gli era succeduto prima nell'Università di Palermo. ■Questa angosciosa situiizione può essere soltanto acquetata e pu- rificata, per dir così, da un costante ossequio al nome suo, e dal proseguimento dell' opeia sua nel fine e nei mezzi. Ma dove è mai quella grande dottrina, e ciò che più particolarmente riguarda la sede milanese, il suo dominio della storia lombarda che dagli umili cimeli' dell'antica favella ascendeva alle belle composizioni delle Arti, così come alle opere letterarie, e alle g-randi fasi della -civiltà regionale, il suo dominio su tutto insomma il movimento intellettuale di questa nobilissima tra le parti d' Italia, il quale della civiltà italiana è per tanta misura promotore e fattore? Io non sento di possedere i requisiti necessari' al suo successore. Lasciamo stare le qualità eminenti dell'animo e dell'ingegno, che brillava vivido e puro dai grandi occhi suoi lucidi e sereni. Vana la speranza di colmare un tale vuoto, bisogna restringersi alle proprie possibilità , attingendo forza nel senso del dovere , nel- r amore del bene. E di questo son certo che nìi sarà tenuto il debito conto , così come nei quattordici anni che ho dato della mia energia all' Università palermitana , alla quale il mio pen- siero corre con doverosa e affettuosa gratitudine. Come primo atto dell'ossequio verso Francesco dovati, e perchè si conosca subito la via su cui ci mettiamo, mi è necessario spiegare quale posto gli spetti nella storia della filologia romanza, affinchè appariscano le condizioni presenti di questi studi' e i nuovi orizzonti che si sono venuti schiu- dendo. Noi siamo soliti di considerare questi uomini come le colonne miliari della scienza : ma lo colonne segnano bensì DELLA LETTERATURA ITALIANA 147 la Strada, non 1' hanno fatta loro ; gli uomini invece sono i veri fattori della scienza, gl'ingegneri della strada. Che cosa ha fatto egli dunque nella scienza, e a che jnmto la troviamo? Vi è (per cominciare con un po' di criticai, nella sua at- tività scientifica l'apparenza dello sparso e del contingente, onde l'enumerazione delle varie classi nelle quali i moltissimr suoi scritti si aggruppano fa bensì ammirare la versatilità del suo intelletto , ma può insinuare il dubbio se forse non ci troviamo innanzi ad un forte investigatore di preziose notizie jnattosto che al chiaroveggente esploratore di una grande plaga del sapere. E non attenua il dubbio quel suo compiacimento di rilevare l'ignoranza altrui, rivelare la sin- golarità e i)eregrinità delle i)roprie informazioni attinte a fonti ardue e quasi occultata. Si direbbe che dove è più dif- fuso un convincimento, colà egli goda dipiù a sospettare che non si sieno compiute indagini sufficienti. Per esempio, alTaccertata povertà di ritmi goliardici in Italia egli oppose che l' ultima parola non [>oteva ancora dirsi, trovandosene non

  • iez, trionfalmente dimostrata la naturale discendenza latina, vigeva invece per le forme letterarie il canone fondamentale che nessun rap- porto esistesse tra l’antica cultura e la moderna, onde i molti e disparati sforzi })er rintracciare le origini di questa dap- pertutto fuorché nella tradizione latina. La cultui’a, come si sa , comprende istituzioni politiche , consuetudini , relazioni sociali, giuridiche, ordinamento di famiglia, credenze religiose^ arti, gli studi’ e con essi la letteratura: e dove si son volute rintracciare le origini di quelle nuove condizioni di civiltà, lì si è pure cacciata la letteratura come inseparabile da esse;^ e si sono escogitate ipotesi troppo audaci, non volendosi de- rogare al princii)io che o si avessero produzioni dal nulla^ o derivazioni da fonti non latine. Un tempo le fonti predi- lette erano le più esotiche , e ognuno ricorderà con qiuile rapimento si aspirassero da ogni cobboletta i profumi dei verzieri arabidi Granata e di Palermo. Xè è valso il sapere che tra i Musulmani la jioesia è come un mistero accessibile a pochi iniziati, e in nessun modo a stranieri; e che ancbe in Ispagna dove una grande civiltà araba è fiorita e più lunghi e vicini sono stati i rapporti , non siasi riuscito a toccar con mano nessuna considerevole traccia di poesia araba nella letteratura nazionale. Torna sempre in campo qualche sostenitore di inliuenze arabiche. Potrebbe dirsi quasi lo stesso per la letteratura bizantina, col suo carattere ieratico e scolastico; nm pure se ne j^arla in grazia dei ro- manzi greci dove dicono che potrebbero rinvenirsi i germi della poesia occidentale. Ma più forti e tenaci assertori hanno le origini germaniche. Non vi è chi non creda tuttavia alla importanza stragrande dei canti di maggio i»er la lirica ro- manza : e vogliono alcuni che fossero i canti germanici che accompagnavano le tregende nella notte di Valpurga. Oltre alla lirica l’epopea, che questa in sostanza sarebbe semplice- mente la continuazione di quei canti ai quali, secondo la testi- monianza di Tacito, i .(lermani attidavauo la memoria dei fatti nazionali. Questi impulsi avrebbero operato sul nuovo popolo» che per l’estinzione di ogni raggio dell’ antica cultura crasi DELLA I,KTTEBATURA ITALIANA 151 ridotto in quello stato primitivo di rozzezza dove è scarsa la riflessione quanto salda la fede e ricca la fantasia. Ma altri sostiene che solo dalla virtù naturale di questo volgo sorgessero le nuove forme di poesia, appunto nelle diffusis- sime feste di calendimaggio; e quei canti ottennero una par- ticolare elaborazione nella regione del Poitou ; e di lì sorse la poesia limosina e provenzale, la quale si diffuse in tutta Europa. S’ immagina dunque che come le nuove lingue venivano formandosi , sorgevano per quelle vie nel volgo brevi canti di amore o di armi; e dopo il Mille apparvero con le lìngue ormai formate le prime composizioni letterarie, prodotti di una lunga, oscura incubazione. Negli ozi’ della corte feudale risonò il canto di amore quando il principe ebbe strai>pato al giullare di piazza il segreto del comporre; e, cosa stupen- da, il trovadore non aveva mai imparato a leggere e a scri- vere, ma come amore gli dettava improvvisava parole e mu- sica , a noi pervenute per la degnazione di qualche chierico che le metteva in pergamena od in carta in servigio dei posteri» non già per soccorrere i giullari recitatori, ancora più igno- ranti del nobile poeta. Altrove si segue addirittura la s<*ìa dell' arte popolaresca dove trovano espressa 1' oggettività : c'era il canto rusticano nei dialoghi tra il cavaliere e la villana ; dalle labbra delle filatrici e tessitrici sgorgarono la prima volta i superstiti refrains accodati alle stanze di al- cune romanze ; e l'amante improvvisava all'alba il canto per destare il compagno oppresso dal sonno , o in sua vece la guardia della torre , affinchè gli amanti non si lasciassero cogliere dal marito (il quale dunque in quei tempi aveva preso moglie per passare la notte fuori di casa e il giorno a casa) ; e non è a dire come fosse facile in calendimaggio improvvisar lunghi e ben congegnati canti sull'aia, tenendosi per mano in circolo giovani spose e bei garzoni, mentre il povero Eobinet era obbligato alla segregazione. Giullaretti venuti su da accattoncelli intonavano serventesi politici così come niente; risonava nei palagi e nelle piazze , nelle selve e nei campi di questa Arcadia romantica tutto un libero 152 RASSEGNA CRITICA canto , fresco ed ingenuo come i gorglieggi degli usignuoli, non contaminato mai dal soffio pestifero della vecchia reto- rica, non isviató per niente dall'azione subdola di quel latino . convenzionale ; l'anima sfogava la sua bella giovinezza senza freni di regole, la movesse amore o fede religiosa, e non vi era mai pericolo che mettessero una sillaba in fallo o si smarrissero nell'intrigo delle rime. Come le eschieles di Fran- chi e Saraceni al piano di Roncisvalle, sorgevano quasi dal suolo le lasse dell' epos che Taillefer cantava nel fragore della battaglia^ ad Hastings ; e le memorie delle vecchie gesta si incastravano nelle nuove a complicarlo e dilatarlo. Nelle sale dei castelli soffusi da una luce azzurra e rosea filtrata dai vetri colorati l'arpa singhiozzava accompagnando il rac- conto di bretoni sventure. Lasciamo stare il dramma , che anch'esso creazione popolare ebbe il modello e la spinta nelle teatrali funzioni della Chiesa, e poi ha trovato tutto da sé, e in qualche luogo anzi, cioè in Italia, è nato senza volerlo da canti in lode di Gesù e della Vergine, come l'antica tra- gedia dai ditirambi dionisiaci. Ma non c'è proprio nessun rapporto tra la cultura an- tica e la moderna I Ovvero noi ci ostiniamo a supporre oscure origini nella ricchezza di queste quattro o cinque sorelle, dimenticando che il loro babbo era un notissimo mi- liardario 1 In quelle popolazioni immaginate rozze e semplici gli studi' erano pur allora coltivati dappertutto, e opere let- terarie abbondavano di ogni genere , in prosa e in poesia. Il loro esempio si proi)agò persino a paesi che erano stati davvero ignoranti e barbari, come la Sassonia. Canti di amo- re^ di gioia, di pianto, di lode s' intonarono prima o poi dap- pertutto , e si celebrarono in esametri gesta reali o leggen- darie di popoli e di duci. Che la società ecclesiastica fosse separata dall' altro popolo , è un assurdo che fa meraviglia come abbia trovato favore presso uomini do^ti. Certo , il mondo medioevale apparisce troppo diverso dall' antico , e questa diversità e le ragioni di essa vogliamo conoscere pie- namente : ma risultano pure evideuti piìl che le tracce della cultura antica. Quei trovadori analfabeti, a .guardare attenta- DELL LETTERATURA ITALIANA 153 mente , conoscevano i carmi di Ovidio , e ne incastonavano le gemme nelle loro canzoni ; sapevano alcuni gareggiare nel parlar difficile coi più astrusi poeti latini della decadenza ; altri passava l' inverno nella quiete del suo studiolo , tra i libri pazientemente raccolti e gelosamente custoditi, a com- porre i canti che nella buona stagione avrebbe lasciati cre- dere schiusi al tepore del soffio di zefiro ; molti provenivano dai seminari' ; qualcuno lasciata la viola si fece monaco, di- ventò abate, vescovo e riformatore dell'Università di Tolosa ! Ben altro che canto rusticano, le pastorelle erano composi- zioni raffinate di poeti aristocratici ; i canti di alba ripiglia- vano motivi notissimi alla lirica chiesastica, che risalgono a Prudenzio e a Sant'Ambrogio. Eredi di questa poesia in Ita- lia furono giuristi e notai e filosofi, e quel Dante che met- teva insieme poeti antichi e trovadori per 1' eleganza dello stile . e li chiamava tutti eloquentes doctores. Canti epici sorti- dopo il furore della mischia, e poi per contaminazione di altri canti, ci saranno stati forse: a noi son pervenuti soltanto poemi (i migliori, s'intende), che attestano il tardo la- vorìo di menti riflessive e disciplinate, che seppero tutto calco- lare e predisporre l'effetto e disegnare la linea architettonica ; e derivarono essi, per il pochissimo che hanno di storico, se e quando lo hanno, da memorie serbate nelle carte e in generale da tradizioni colte. Uno scambio continuo avveniva tra scritture latine e volgari: testi di cronaca monastica rispondono a chansons de gente ; e in luogo di un' epopea frammentaria con alto fondamento storico esiste una impo- nente produzione epica, di una ben determinata, recente epo- ca, con continuazioni e variazioni e rifacimenti, supplementi e antefatti fittizi' ; epistole fiorite latine rispondono a que- stioni d'amore in canzoni e sonetti ; con il versus e il planctus e il conflictua s' intrecciavano il serventese e il planh e il contrasto e la tenzone. Basterebbe pensare al gran numero di traduzioni con cui si aprono così la letteratura italiana come la francese e la provenzale. E che cosa mai è VEulalia, primo monumento francese, se non una sequenza latina f e il Boezio, primo monumento provenzale, se non un rifacimento I 54 RASSEGNA CRITICA (Iella Consolatio Philosophiae ? Ora siamo a questo che insieme (5011 le tracce della traclizione di scuola, si cominciano a considerare elementi spirituali, quali il senso di umanità e del valore della vita, che fanno credere a una l*rerinascenza ; sicché quel Kiuascimento che si ammetteva rivelarsi parzial- mente in Dante verrebbe a preannunziarsi qualche secolo prima ; e di questo passo chissà dove si andrà a finire. Che cosa non si è detto dei versi romanzi ? Il principale fra tutti, endecasillabo da noi, decasillabo in Francia, si è ricorso al celtico per ispiegarlo, ossia ad una fonte ignorata : ma se anche non riesce chiara a tutti la sua discendenza dal saffo o dal trimetro giambico, validamente propugnata, la chiara derivazione degli altri versi romanzi dai latini fa dare pie- namente ragione a Francesco d' Ovidio dove affermò : « Bi- sogna considerare quali siano i metri antichi o i lor succe- danei ritmici ettettivameute usuali nella poesia latina del medioevo, che ad essi soli è naturale che metton capo gli usuali versi romanzi ». La rima stessa e l'assonanza e per- sino l'alliterazione non trovano spiegazione fuori dell'ambito latino , che erano originariamente peregrini mezzi retorici. Né il passaggio dalla poesia quantitativa classica alla rit- mica, o accentata , si spiega per evoluzione popolaresca, ri- sultando una cosciente determinazione di dotti poeti, a cai)o dei quali stanno Oommodiano e Sant'Agostino. Persino nella lingua, la massa enorme di parole non corrose dalle consuete alterazioni, ma rimaste quasi intatte, ci manifesta la persi- stenza e l' effettiva maggioranza di una società colta di parlanti. E d' altra parte, dov' è una vera, certa, significativa ed importante, produzione di popolo, se con esso intendiamo gli illetterati f Pjcco per verità un poema ribelle ad ogni disci. plina di arte, il Cid : metrica arruffata, grammatica vacillante, ridondanze e incongruenze, ingenuità da muovere talora il riso, materialifà gretta, la chiusa plebea ; gii amatori dell'eso- tico e del naif ne vanno in visibilio. Né solo il Cid ebbe, la Spagna : di altri poemi si vedono lunghi frammenti appiattati nei vari' rifacimenti della Crònica general, persino con le ori- DELLA LETTERATURA ITALIANA 155 ginarie assonanze. E la Spagna si vantava pure delle romanze^, i deliziosi romances cari al Beichet, che nel ritmo semplice ed energico, nel cipiglio spavaldo e reticente di chi è pronto a venire alle mani, palesavano l'origine popolare. Bene, per le romanze la cosa è liquidata da un pezzo : le piìi antiche ci vengono dalla seconda metà del sec. XV, e se ne conoscono gli autori, poeti di scuola. Per le epopee celate nella Crònica, chissà, i)otrebbe anche sonare la loro ora. Leggenda non è poema, non ogni leggenda assurge a tanto ; né ogni nazione possiede virtualmente le attitudini per ogni forma di poesia e deve produrre la sua epopea ; e quanto al Gid, potrebbe esser benissimo manomissione recente di cosa che non era poesia , piuttosto che invenzione e creazione di un giullare, stratificata di precedenti poemi nel corso di duecento anni dopo la morte di Eodrigo Diaz. Le belle opere dell' ingegno sono frutto di ispirazione, di alto sentire, di lungo lavoro di elezione, di avvedutezza e di sapienza, doti di individui pri- vilegiati che possiedono P abito dell' arte : una mentalità in- fantile e confusa non solo è inetta all' operazione creatrice, ma anche sentendo il fascino irresistibile che dalla bella opera emana, e la voglia di rifarla, se ci si prova, la offusca e la sconcia. Cosi le letterature neolatine sono sin dal loro nascere elaborazioni serie penetrate del senso della responsabilità in- dividuale, di ideali lungamente meditati, di intenti e propo- siti particolari ; e sono nuovi frutti della robusta tradizione antica innestata nelle piante novelle della civiltà nuova. E quando il Xovati si occupava del Mussato e del Petrarca e del Boccaccio e del Salutati, non vagava per campi estranei, non mutava abito come il Machiavelli rientrando a sera nella villetta di San Casciano, ma proseguiva il medesimo studio che sul Ritmo Cassinese e sul Roman de la Rose. Se egli non ha direttamente partecipato alla demolizione, appena iniziata, del vecchio edifizio creato dai filologi nel fervore del roman- ticismo fuori d' Italia e per riflesso in Italia stessa, rintona- cato da nuovi filologi con furore filosofico, gli sforzi suoi per restituire valore alla tradizione latina nelle nazioni occideu- 156 RASSEGNA CRITICA tali, e più che altrove nella uostra, riescono di grande con- forto e consolidano le fondamenta sulle qnali il nuovo , col suo colore naturale, s' innalza. Con animo sollevato vediamo piover luce dal Yl e VII secolo, e anche sprizzarne dal X, già ferreo e mostruoso, ed ora pervaso, mercè sua, di dottrina greca e latina, fiero degli arditi propositi del patrizio Albe- rigo : e sempre meglio ascendiamo alle vette su cui sorgerà la gigantesca figura di Dante , che raccoglie in se eredità romana e auspici' di rinnovamento romano. Ma pare che se 1' opera di Francesco No va ti si accorda con i risultati sinora raggiunti in tanti particolari problemi della nostra scienza, non possa invece conciliarsi l' indirizzo suo particolare con il portato di quei risultati. Insomma, de- molito via via quel principio della creazione dal nulla, per ispirazione popolare, talvolta collettiva nelle letterature ro- manze, sostituito in suo luogo quello delle geniali composi- zioni di singole personalità educate nella scuola, e procedute poi liberamente ad esprimere , con i mezzi tecnici appresi, condizioni, bisogni ed ideali nuovi ; ne viene che al posto di forme primitive e di evoluzioni, come nei regni della na- tura , si delineano personalità che portano in sé la spiega zione degli aspetti e delle correnti letterarie. Ecco Guglielmo conte di Poitiers, libera e bizzarra natura , che gode della vita e della poesia, spavaldo e gentile, e che apre la via a tutti ; ed ecco P arcigno e acido Marcabruno, pio e bronto- lone ; e quel soavissimo Bernardo di Ventadorn che sempre meglio apparisce come autore del tipico ideale dell' amore fino ; e il metodico Girart de Borneil, e quella specie di fu- turista che è il principe Rambaldo di Grange, e l' irrequieto e sanguinario Bertran de Born ,• ed altri ed altri, che tutta piena di personalità è quella poesia occitanica, già definita convenzionale e monotona. Ed ecco 1' enigmatico Turold co- perto di ferro, ma trepido di commozione innanzi alla grande figura del suo immortale Koland ; e Bertran de Bar-sur-Aube «he nella invenzione ampia, nella ricchezza delle situazioni episodiche, nella compiacenza pel suo po])olo di cavalieri pre- •corre di due e più secoli il nostro Boiardo ; e Adam il co- DELLA LETTERATURA ITALIANA 157 siddetto gobbo di Arras che per amore lasciò la teologia e si fece poeta, quale egli era nell' anima che si effonde ricca e gioconda in liriche e in drammi 5 e Chretien poeta delle dame : e Benoit che da un canavaccio tessè un grande me- raviglioso arazzo , e fu il vero creatore del cosiddetto ciclo classico, di Rome la grant ; e Guillaume de Lorris delicato e sottile ; e Jean de Meun dotto e rumoroso e cinico ; e cento altri ancora ; e sin dalle opere anonime balzano figure di ignoti che reclamano giustizia , perchè essi si celarono mo- destamente dietro ad un lavoro di finissimo cesello , incom- prensibile alle persone volgari, e preso di mira appunto dalla loro grossolanità, io parlo dell' autore del Lancelot caro a Dante ; e di altri ancora discorrerei, ai quali dobbiamo la tropicale fioritura letteraria nel XII e XIII secolo, in Francia e in Provenza, in Guascogna e in Borgogna, in Catalogna e in Castiglia e in Galizia, e nella nostra Italia finalmente, dove uomini grandi vengono in folla sul limitare del XIII se- colo e annunziano tutti insieme a gran voce Dante, quell'Ali- ghieri la cui originalità tremenda sì era tentato in buona fede di sminuire e forse distruggere con le miserabili visioni di oltretomba dell' epoca sua. Da ciò che del Novati siamo venuti discorrendo parrebbe dunque che e pel suo amore alla storia e per le sue predilezioni a intendere e spiegare la vita delle età passate e appurar fatti, non dovesse giudicare me- ritevoli «li particolare attenzione gP individui, i quali in una concezione storica dei fenomeni spirituali sogliono apparire estranei all' opera loro , e strumenti di essa, non nella loro attività e originalità produttrice e determinatrice, e come au- tori. Vi confesserò che non sono ben certo su questo punto : perchè mentre è innegabile la sua mira costante a rivelare fatti, a trovar cause e influssi e rapporti e riflessi, e pochi uomini egli si è compiaciuto di rievocare e far rinascere dal passato e animare della sua stessa commozione, nondimeno questi ultimi appunto riescono i saggi più belli e ispirati di tutta l' opera sua. Il suo San Francesco d' Assisi, il suo Gonzone , il suo Pier della Vigna , il suo Federico II sono personaggi di una tale ricchezza e potenza che ognuno si 158 RASSEGNA CRITICA domanda se questi spiriti eletti non sieno i veri autori della civiltà e della storia, e se non debba sempre ai i>ersonag:gi della loro famiglia rivolgersi ogni nostra cura e studio. Il suo Jacopone da Todi è una rivelazione che ba rovesciato quanto noi sapevamo, e credevamo: il giullare di Dio, che prendeva gusto a i)assare per matto si è trasformato in un dotto e misurato dialettico. Vediamo così nel Novati, né ci sorprende, virtù di sintesi e insieme prontezza a sentire le grandi anime; vediamo inaspettatamente la sua i>ersuasione dei valori personali nella storia. Egli si è accostato a Dante sempre con le armi dell’ erudito , cercando in ogni oscuro angolo dell’ evo medio la spiegazione del pensiero di lui ; ma non è riuscito mai così bene a farci intendere il divino poeta come quando ha commentato il celebre suo elogio di San Fran- cesco. Lì non e’ era altro clic 1′ anima sensibilissima e ari- stocratica del Novati. E così nel suo volume, l’ ultimo che egli scrisse, sullo Stendhal e 1′ anima italiana, se con 1′ in- dagine storica riesce a svelare, come sempre, infiniti parti- colari, penetra di slancio nell’ anima di quel singolare fran- cese e la denuda innanzi a noi delle fiiutasie che le avevano avvolte dattorno. V^i è finalmente negli studi’ di filologia romanza un pro- blema spesse volte tentato, anche di recente, ma non ancora risoluto in modo soddisfacente. Il Xovati vi ha meditato a lungo ; e oltre all’ approccio che fece discutendo la notizia del biografo di san Mummoleno, e un passo della lettera di san (Jolumba a Bonifacio IV, egli lo affrontò magnificamente impostando la trattazione delle Origini appunto su di esso : lo enunziamo con le sue stesse parole, facendo ampia riserva sul calcolo cronologico : « Perchè l’ Italia apparisce affatto priva di poesia volgare, mentre al di là delle Alpi questa vanta già più di dugent’ anni di vita rigogliosa , di esube- rante facondia ? » Il volume doveva finire con la risposta al quesito ; e cioè il problema sarebbe stato risolto mediante lo studio della vita intellettuale in Italia dal quinto secolo al decimosecondo: ma la risposta non c^ è perchè il volume non è finito. Or quale sarebbe stata? Naturalmente, la que- DELLA LETTERATURA ITALLNA 159 stioiie riguarda tutte le letierature neolatine, trattandosi di sapere quali cause hanno prodotto il sorgere di ciascuna di esse : come e percbè a un certo momento i volgari romanzi sono apparsi nelle opere letterarie, assurgendo ad esprimere sentimenti ed idee atteggiate in creazioni fantastiche; che vale quanto dire, come e perchè a un certo momento le opere letterarie sono apparse nei linguaggi volgari. Egli non pen- sava più. come taluni, alla spiegazione della maturità della lingua, lentamente formatasi. Una lingua non nasce mai e non muore mai : gli uomini hanno sempre a loro disposizione i mezzi per esprimere il pioiirio pensiero ; e i popoli romanzi dalle coste della Manica alle colonne di Èrcole e al capo Pas- sar© sempre hanno parlati» e parlano la stessa lingua, nien- temeno il latino , non mai morto , come non è mai nato il francese di Parigi , il castigliano di Toledo e l’ italiano di Firenze, Non è piìi un paradosso il dire che Carlo Porta e Giovanni Meli hanno scritto in latino come Virgilio e Stazio. Se il Xovati ha dichiarato inaccettabile 1′ opinione di coloro che riponevano nella grandezza e persistenza della tradizione latina la causa del silenzio della letteratura volgare, onde iMù lungo questo tu in Italia dove più tenace era il latino ; ne segue che i dati della sua soluzione si devano cercare non solo nella investigazione di quella tradizione, ma anche dello sviluppo e incremento della società italiana dell’epoca medesima. Non può esser dubbio che la spiegazione risieda nei rapporti tra questi due fenomeni. Ma la loro natura è tale che V uno non può essere separato dall’ altro. Una im- ponente tradizione latina, nella lingua, nell’arte, nella scienza, nel diritto, non sussiste senza un fondamento vasto e saldo nella vita sociale, perchè i popoli neolatini non hanno altra forma spirituale che quella ; e d’ altra parte la tradizione si alimenta appunto da intensità e fervore di spirito. In Francia il maggior sviluppo nella compagine politica, nella virtù mi- litare, nelle arti, nella scienza, nei grandi organismi religiosi appartiene all’epoca in cui questa esuberante vitalità cerca nuovi campi, «lilaga dai propri’ confini, e muove guerra alla potenza musulmana in Oriente e in Ispagna, l’epoca cioè delle 160 RASSEGNA CRITICA ])rime crociate, subito nella priina ; poi in Italia allorquando essa trionfa contro gli assalti tedeschi alla sua indipendenza,, e ottiene il dominio sulle coste mediterranee. L’organismo mo- narchico nella Francia settentrionale, il feudale nella meri- dionale, tra la metà del sec. XI e il principio del XII ; il reggimento comunale nell’ Italia nel sec. XIII pervengono al loro fiore e producono il loro frutto. La tradizione latina era stata un impedimento sino a che la vita nazionale man- cava di equilibrio, di fusione negli ordini, di benessere : era invece un alimento e un lievito quando queste condizioni si attuarono. Appariscono così allora le composizioni nelle nuove lingue accanto a grandi opere prosastiche e poetiche in la- tino e al «’-ulto assiduo della letteratura antica. Tale, se non vado errato, è la soluzione che dalle sudate pagine del vo- lume del nostro Novati si i)uò desumere, e che dovrebbe, a mio credere, mettere fine alla lunga disputa. Ben inteso che bisognerà anche far ragione alle iniziative individuali che in quelle epoche remote non potevano mancare e spinsero i riot- tosi a seguire 1′ esempio. Per guardare particolarmente alla nostra Italia, la lin- gua volgare diviene letteraria nei primi decenni’ del sec. XIII non soltanto nello splendore della corte meridionale, ma nelle opulente repubbliche marittime, nei fiorenti comuni della To- scana, nella dotta Bologna, nelle cittadine montane dell’Um- bria ricche di tempi’ e di torri nobilesche, nel Veneto e nella Lombardia. Chi avrebbe immaginato tanto consenso dove pa- reva uno sminuzzamento discorde ì Tutti i dialetti sono rap- presentati, con malcontento dell’Alighieri, al quale non pia- ceva il paesano e municipale , ma solo il tipo unico e no- bile : in verità in ogni parte è una stupenda elevazione spi- rituale che va dal misticismo di Francesco d’Assisi alla po- litica grandiosa dei papi, da Innocenzo III a Bonifacio VIII e dall’ imperatore Federico alla filosofia di Bonaventura di Bagnorea e di Tommaso d’Aquino, con la quale si cougiunge * la virtù militare e l’ ideale civile. Il reggimento comunale trionfa nello stesso tempo che molteplici legami’ stringono insieme tutte le regioni. Gì’ Italiani sono i più ricchi del DELLA LETTERATURA ITALIANA 161 mondo , dominamo con le industrie e i commerci. Dapper- tutto un amore smodato della propria città, 1′ orgoglio della sua grandezza, la persuasione della sna superiorità sulle altre. Dante ne rideva amaramente, perchè egli voleva doci- lità e unione in un solo amore ; anche i montanari di Pie- tramala , egli diceva , credono il loro villaggio una grande città, civitas amplissima^ patria alla maggior parte dei tìgli di Adamo. Ma dove questo orgoglio è legittimo, colà piace e si ammira, voglio dire a Milano : Milano ebbe allora quattro o cinque suoi storici che descrissero la sua felice posizione, i suoi edifìzi’, esaltarono i suoi privilegi, magnificarono la ric- chezza delle sue chiese, vantarono V opulenza della sua po- polazione , il numero stragrande di giuristi , notai , medici, chirurghi, di mercanti e artigiani , si gloriarono della gras- sezza dei suoi mercati, dei commerci con i paesi transalpini. Pur ciascuna regione diede impronta particolare alla sua letteratura. Poesia cortigiana di amore , starei per dire ac- cademica, nel Mezzodì, intorno alla corte del regno di Sicilia -, dottrinale di amore nel Centro , per 1′ impulso di Bologna, sino alla divina fusione dantesca di religione , scienza ed amore : poesia di esaltazione mistica nell’Umbria ; sempre in queste regioni campeggia il sentimento individuale, e l’uomo è centro del mondo. Solo nell’Alta Italia l’ideale della vita apparisce sociale e collettivo : ma se nel Veneto prevale la tendenza al pas- satempo e al diletto coi lunghi e avventurosi poemi, in Lom- bardia e in Milano (permettete, o signori, che qui il mio di- scorso presso alla fine si raccolga e si restringa;, spiccano il senso e l’ideale democratico, pilotate: i trovadori di Pro- venza venuti a cercar fortuna in Italia si fermano nel Pie- monte e a Genova, e di lì prendono la via della Lunigiana sino alla Toscana ; altri piantano le tende nel Veneto e di qui scendono sino a Ferrara e alle Eomagne ; ma nessuno si ferma nella regione che sta in mezzo, fra il Ticino e il Mincio : passando di qui filano dritto perchè non e’ è nulla da fare per loro. Eppure essi sanno che cosa è Milano, « alta e sovrana », come la chiama Peire Vidal, che la incita a far Rass. Crit., XXII. 11 162 RASSEGNA CRITICA pace con Pavia per meglio difendersi dai Tedeschi. I poeti lombardi allora s’inspirano ai bisogni della civiltà e vogliono istruire ed educare, come il Pateccliio di Cremona e Ugiic- cione di Lodi : facili e abbondanti, buoni e simpatici, hanno cura di noi, nei rapporti con gli uomini e con Dio, in que- sto mondo e nelF altro, e consigliano, esortano, incoraggia- no, o ammoniscono e spaventano. A tutti superiore il mila- nese Bonvesin da Riva spende la sua lunga vita a comporre narrazioni di miracoli, vite di santi , descrizioni di castighi e di premi’ , di tormenti e di gioie , esempi’ , allegorie , di- spute, e cerca d’inculcare sitfattamente il disprezzo del mon- do, la sopportazione del dolore e della povertà che sarebbe bastante per un eremita ed un asceta. Ma se il buon frate adempie così la sua missione ufficiale, d’altro canto è tutto lieto della sua ricca e operosa Milano , e si compiace a in- formarci quanti manzi e vitelli e agnelli e tacchini e oche e capponi essa divora ogni anno , sicché oltre quattrocento e cinquanta macellai sostengono ininterrotta fatica con lauti guadagni ; e insegna anche il contegno doveroso da serbare a tavola. Egli non è un mistico, ma uomo di mondo e cittadino dalla parola facile, sciolta all’ uso della conversazione. Può dirsi di lui aver inteso principalmente, come il Parini cinque secoli dopo, a render saggi e buoni i cittadini suoi. Ma v’è dipiìi : egli è un’ esuberante natura di poeta. Dice di scri- vere il Contrasto dei mesi per insegnare a non imprendere mai cosa senza la sicurezza di riuscirvi ; ma non gli crede- remo : egli compone per impulso della sua anima lieta ed espansiva ; nò si spiegherebbe come mai quel medesimo sog- getto trattasse in centinaia di versi milanesi e di esametri latini, distendendosi con tanto gusto , e ricordatosi solo al- l’ultimo che fosse d’obbligo ricavarne una moralità, si spic- ciasse in tre parole. Orbene , questo buon uomo nella sua opera latina delle grandezze di Milano, della cui scoperta e pubblicazione andiamo debitori a Francesco Novati, ci rap- presenta altresì 1′ unione intima della civiltà nuova con la tradizione antica, quando rileva di continuo i legami che con- DELLA LETTERATURA ITALIANA 163 giuugono la sua Milano a Roma. Le guerre di Milano con- tro «?]’ invasori tedeschi sono in difesa di Eoina e della Chie- sa ; Milano è la città fedelissima di Roma. Dipiù, Milano è una seconda Roma, perchè è stata sede degi’ Imperatori , e dovrebbe venire a starvi il papa, perchè anzi San Barnaba è stato vescovo di Milano prima »che san Pietro venisse a Roma. Egli non è pago che il primo e il secondo Federico sieno stati battuti dai Milanesi, sino a che questi non avranno ricuperato i corpi santi dei re Magi che i Tedeschi invola- rono alla chiesa di Sant’ i^ustorgio e trasportarono a Colo- nia. Così Milano deve fare anche lei una crociata , come si fauno nella Spagna e nella Palestina ; e i suoi saraceni sono precisamente i Tedeschi. Così grande è in Bonvesiu la co- scienza della potenza di Milano. .Ma il suo sentimento reli- gioso, o signori, non ci deve impedire di scorgere il sostrato nazionale, che ne è la vera sostanza: «juesto è sentimento italiano. Anche Dante non separava Roma dalla Chiesa cri stiana ; e la sua ferma ojiinione che « le pietre che nelle mura sue stanno sieno degne di reverenza ; e il suolo ove ella siede sia degno oltre quello che per gli uomini è pre- dicato e provato », ha fondamento religioso e politico insie- me e nazionale^ onde egli i)one il Laterano come rappresen- tativo di Roma imperiale. Questa fusione non era una con- fusione, perchè discende dal concetto dei primi grandi pon- tetici, in cima ai quali sta san Gregorio Magno, che seppero preservare 1′ italianità e la supremazia morale e civile del- l’Italia trasformando ai)punto il cattolicismo politico di Roma in cattolicismo religioso, e sostituendo alla gloria dei guer- rieri quella dei martiri, agli eroi i santi. Verrà il tempo che questa unità sarà scissa, con l’esau. rimento della funzione politica e nazionale della Chiesa: ma nel secolo decimoterzo Roma è l’Italia, la religione di Cristo è fede e sentimento italiano. Bonvesin della Riva attinge il suo orgoglio municipale nella coscienza della grandezza della sua Milano, gelosa della propria libertà, tetragona ai colpi del nemico, spada ben temprata, egli dice, che può una volta piegarsi sino a toccarsi la punta col pomo, ma tosto balza 164 RASSEGNA CRITICA « si raddrizza e vibra e ferisce a morte. E quando egli dice che Milano è una seconda Roma e potrebbe farne le veci, non ha il pensiero alle cose esteriori , ma sorprende nelle profondità del suo cuore il sentimento che Milano può es. sere per l’ Italia quello che fu Roma. Con questa coscienza appunto la metropoli lombarda considerava la sua missione “neir epoca che allora si schiudeva , e la esprime per bocca di un cittadino che dell’antica e della nuova lingua si ser- viva in opere di civiltà e di fede : primo della serie gloriosa dei suoi scrittori che hanno onorato la patria e 1′ umanità. Milano allora era risorta dalle sue rovine con orgoglio ro- mano e italiano : e si compiaceva degli esametri di Stefa nardo da Yimercate nel tempo che sorgeva in Padova il classico Albertino Mussato. Nelle sue mura avrebbe trovato di lì a poco lungo riposo e agi il padre dell’ umanesimo, Francesco Petrarca. Possiamo noi credere a coloro che con- siderano questo sentimento italiano e romano come una cosa fiitta di ricordi, quando esso sostanziato di giustizia e di sa- pienza e di ardimento ha prima condotto l’ Italia a rifarsi dalle sue rovine , poi a ripigliare il suo ftitale cammino ; quando esso vibra da tanti e tanti secoli in una città come questa, dove non ci sono i ruderi I La sua forza millenaria è così viva e fresca che ora stringe e sospinge un esercito di eroi nella gesta suprema che rivendicherà Roma e l’Ita- lia, e coronerà la storia di Milano vittorosa iniziatrice delle guerre sante della nostra indipendenza. Nicola Zingabelli LE SATIRE DELL’ ARIOSTO *) 1.° Il contenuto. Sommario. — Il poeta si ri vola : 1.” affettuoso; modesto; frugale; amante dell’ onore ; della libertà ; della quiete operosa ; 2.^ dispre- giatore dei preti e dei frati ingordi o ambiziosi ; dei cortigiani adu- latori e disonesti ; degli uomini scialacquatori, spilorci, intriganti, prepotenti, falsificatori, sozzi ; degli idolatri dell’antichità ; dei ne- mici della religione; 3.*” senza troppo fiducia in chi sta in alto; 4.” ostile alle donne ciarliere, avido di ricchezze e di lusso ; bene- volo verso quelle virtuose. — Conclusione. Non aggiungo acqua al mare, legna al bosco ; accanto al vecchio, rielaborato, pongo proprio il nuovo. Nello studio delle opere di Loiovico Ariosto, reggiano di nascita (settembre 1474), ma ferrarese per costumi, giac- che a Ferrara visse e morì (luglio 1533), convien distinguere 1′ Orlando Furioso dal grupi)0 delle minori : Commedie, Rime, Satire. Come uno specchio riproduce nitidamente la persona, così queste ultime, in numero di sette, scritte alla spiccio- lata, tra il 1514 e il 1531, nel metro della terzina, e uscite postume l’anno 1534^ svelano il poeta : il suo cuore e i .suoi casi. È affettuoso. Don Giovanni Fusari, il vecchio sacerdote di S. Agata, nella diocesi di Faenza, temendo di morire av- velenato, per opera d’ un tale che aspirava al beneficio, pregò il nostro perchè si recasse a Roma ad ottenere la bolla di successione. L’ A. non vuol saperne ; egli non è nato per fare il prete. L’ altro supplica. Riflettendo poi che con l’accettare *) Da un volume d’ imminente pubblicazione: Le satire di L. Ano- slo, con introduzione e commento. 1(36 RASSEGNA CRITICA libererebbe dalla paura il pievano e solleverebbe le tìnaiize domestiche, prende gli ordini minori. Sennonché i suoi ob- blighi di gentiluouio della corte estense non gli permetteranna di reggere la chiesa , e allora ? Penserà di affidarla ad una persona « saggia e di costumi onesti » [Sat. I). Rimasto senza padre, e primo di dieci, cinque maschi e cinque femmine, ben intende la gravità del posto. Può se- guire nel vescovado d’Agria il cardinal Ippolito? Gli occorre un maestro i)er il Aglio Virginio, e si rivolge a Pietro Bembo. Come deve essere 1 Dotto sì, ma specialmente buono (Sai. VI) : Dottrina abbia e bontà, ma principale Sia la bontà, cliè non vi essendo questa Né molto quella, alla mia estima, vale. Questa bontà egli fa sentire nella terzina con cui ram- menta il suo illustre precettore Gregorio da Spoleto ; nei rapidi cenni all’amor suo per Alessandra Benucci , vedova di Tito Strozzi, che conobbe a Firenze nel 1513, e sposò di nascosto, per non perdere il provento di certi benefici eccle- siastici, dopo il 1527 ; nel ricordo della madre, delle sorelle,^ dei fratelli ; sovra tutto nella costante indulgenza verso le debolezze- e i difetti dell’umana natura (8at. IV): Io non uccido, io non percuoto e pungo. Io non do noia altrui Non nutre ambizione di sorta; e però gli desta nausea lo spettacolo di tanti uomini , che, per la smania di salire, sacrificano la libertà e la dignità {Sai. III) : Chi brama onor di sprone o di cappello, Serva re, duca, cardinale, o papa. Io no, che poco curo e questo e quello, dichiara al cugino Maleguzzi. Si domanda : quando ho quel che abbisogna per tirar innanzi, cibo per non soffrire, fuoco e tetto per ripararmi dal freddo o dal sole , che mi può dare pili di questo 1′ essere io o papa o sultano (Sat. Ili) ! Anche nel vitto serba frugalità. Poche stanze, comode per abitarvi ; DELLA LETTERATURA ITALIANA 167 uii materasso ben sprimacciato; un po’ di cucina; mezzo bicchiere di vino con acqua , ecco tutto. Altri faccia di sé letame, il poeta non è di questi ; mangia per vivere, e non vive per mangiare. Non ha gusti raffinati, né cerca nemmeno di raffinarli. Che desidera invece I Tre beni : 1′ onore, la li- bertà , la quiete. L’ onore consiste nel mantenersi integro. Apparirlo soltanto torna pericoloso, perchè presto la bugia verrà a scoprirsi, e il prossimo taglierà i panni addosso al mal cauto {Sai. Ili) : Il vero onore è eh’ uom da ben ti tenga Ciascuno, e che tu sia ; che, non essendo, Forza è che la bugia tosto si spenga. Meglio è vestire di fustagno , ed avere 1′ anima pulita^ che vestir d’ oro e aver nota di baro o di traditore ; minor colpa è andare a cavallo senza pompa che farsi pagare dal vassallo la raccomandazione al principe. Credere che si gua- dagni 1′ onore abitando in corte, è stoltezza ; per conto suo^ del resto, ha tutto V onore che brama, né aspira a volerne di più. Una cosa gli piace : vivere libero (Sai. I) : Se a perder s’ ha la libertà, non stimo 11 più ricco cappel che in Roma sia. A mezzo del fratello Alessandro e del compar suo Di Ba- gno, informa Ippolito d’ Este che se il doverlo servire signi- fica piena schiavitù, preferisce V indigenza {Sai. II) : Non gli lasciate aver questa credenza. Ditegli che piuttosto eh’ esser servo, Torrò la povertade in pazienza. Che vale la ricchezza in confronto della libertà ? Nulla (8at. III). In casa mia mi sa meglio una rapa Ch’ io cuoca, . , Che air altrui mensa tordo, starna, o porco Selvaggio. 168 RASSEGNA CRITICA Una volta dice : se lo studio non nutre il corpo nutre la mente {Sat. II) : E fa che la ricchezza si non ami Che (li mia libertà por suo amor esca ; un’ altra volta ripete : di ricchezza (Sat. VII) : Sol tanta ne vorrei che viver, sanza Chiederne altrui, potessi in libertade. Il poeta auia la quiete dell’anima e delle membra {Sat. II) : Piuttosto elle arricchir voglio quiete. Ribadisce {Sa,t. Ili; : E più mi piace di posar le poltre Membra, che di vantarle che agli Sciti Sien state, agli Indi, agli Etiopi, od oltre. Vero esempio d’ operosità, egli non invoca la quiete per rimanersene in ozio, bensì per dedicarsi a’ « suoi dolci studi », alla cara compagnia delle « dee di Permesso » {Sat. IV). Oh ! quanto invidia , mentre sprona e sferza, mutando bestie e guide, e corre per monti e balze, in nome del cardinale, chi abita entro le domestiche pareti ! Come sospira, nei tre anni che custodi il « gregge garfognin » , la villa del suo Male- guzzi, il lucido lago del giardino ! Un animo buono, mode- sto , frugale, sollecito dell’ onore, della libertà, della quiete operosa, s’ intende come avversi’ tutto ciò che contrasta con la sua natura. Riprende l’ ingordigia dei frati ; biasima l’avi- dità degli ecclesiastici, o si esplichi nell’ assillante travaglio di ammassar danaro , o nella brama insaziabile di raggiun- gere i più. alti gradi ; fustiga la durezza del loro cuore. C è da meravigliarsene ? I preti sono « crudel canaglia » , sono « lupi ed asini indiscreti » {Sat. V), perchè la mancanza della moglie a lato li rende ignari di quel che « vaglia la caritade ». Passano i cortigiani. Tutta la loro miseria l’Ariosto cono- sce e compiange : essi devono sempre scoprirsi il capo, pie- gar le ginocchia, adulare. Oh ! l’ adulazione quanto è mai DELLA LETTERATURA ITALIANA 169 vergognosa ! Non risparmia quindi il suo disprezzo a coloro, che, pur d’ingraziarsi il principe, arrivano ad applaudirgli qualunque baggianata , non esclusa quella d’ aver visto il giorno « pieno di stelle , e a mezzanotte il sole » {Sat. II). Altro vizio dei cortigiani è la disonestà. O venuto per dado o per la macchia, poco importa, basta d’ avere il gruzzolo ! Borna riflette : è poi gran male se ti si vien sussurrando alle spalle : sei 1′ uccisore di tuo fratello t Ove « cortigiano » si interpreti « uomo di corte », nel senso etimologico e storico del vocabolo, tale fu davvero l’A. ; ove « cortigiano » s’in- terpreti « piaggiatore di princijii », nel significato non bello che 1′ uso sovrappose al vocabolo , allora 1′ Ariosto va sot- tratto alla vii razza. Stette presso Ippolito d’ Este dal 1503 al 1517; lo mise ne’ suoi versi latini e italiani, ma non si piegò al punto da rimetterci del proprio decoro, o da soffo- care ogni giusto risentimento. Un giorno, chiamato dal car- dinale perchè si preparasse a seguirlo in Ungheria, il nostro, stanco del duro servizio, disse di no a viso aperto. Pur con- fessando che « fora meglio a nessuno esser sotto », accettò, pel bisogno, d’allogarsi, nel 1518, presso Alfonso. Vistosi sospeso, per ragioni di guerra, lo stipendio ducale, nel 1522, assunse, in nome dell’ estense, 1′ ufficio di governatore della Garfagnana ; ma non appena ebbe di che vivere, con quanto giubilo , nel 1525 , diede addio alla carica e alla corte per ritirarsi in una casetta compratasi a Ferrara ! Così uon en- trano nella sua simpatia gli spilorci, gli scialacquatori , gli armeggioni , i prepotenti, i falsificatori, i sozzi, i vanesi, i nemici della fede cristiana, gli idolatri dell’antichità. L’uomo deve essere onesto, buono, rispettoso, senza bacchettoneria, della religione in cui nacque ; ammiratore degli antichi, senza fanatismo. Non ha fiducia in coloro , che stanno in su, o principi, o cardinali, o papi, perchè sa , purtroppo , che la fortuna, qualunque erge in alto, « il tuffa prima in Lete », nel fiume dell’oblio. Sì, la donna è fragile creatura, ma ricono- sce anche che accanto alle sfacciate stanno le virtuose, e che il matrimonio , ove la moglie sia ben scelta e sorretta dal- l’uomo, è fonte d’alta dignità. Elena non distrugge Penelope, 170 RIVISTA CRITICA Alle virtuose il poeta offre la sua devozione ; per le altre- abbozza invece un riso^ il quale significa : alla larga ! Il contenuto attesta dunque nell’Ariosto un’anima espertissima degli uomini e delle cose ; acuta nella osservazione morale ; indulgente, modesta, piena di rettitudine. Anzi, come anima, preannunzia (liuseppe Parini e Alessandro Manzoni. II. L’arte. Sommario. – Il poeta manifesta l’arte sua: 1° nella pittura dei vi- ziosi e dei malvagi ; 2″ nella collocazione d’ arguti apologhi e di briose narrazioncelle nel cuore o in fondo alla satira ; 3* nel passaggio dall’ intonazione satirica a quella lirica ; 4″ nella viva- cità del linguaggio ; 5° nell’ uso dell’ ironia. — L’ arte fa dimenti- care i difetti delle satire. L’ arte si manifesta nella realistica vivacità onde il i)oeta colorisce i viziosi e i malvagi. Sono immortali le figure di fra’ Cipolla e di fra’ Timoteo, ma anche il nostro sa dipingere, in poche linee, il monaco di simil stam])o. Gozzoviglia {Sat. I): …… mentre fuor il popolo digiuno Lo aspetta eh’ egli esponga gli evangeli ; poi, pasciuto e bevuto, monta {Sat. 1) : sul pergamo più d’ uno Gambero cotto, rosso, e fa un rumore e un minacciare così implacabile che spa- venta tutti. Sfilano i preti. Ecco qua l’avido. Prima è in grande affanno per procacciarsi il titolo di vescovo ; eletto vescovo, da mattina a sera sta ad aguzzarsi il cervello sul modo di spendere. Addio libri sacri ! {Sat. I) : Non è il suo studio né in Matteo né in Marco, Ma specula e contempla a far la spesa. Sì che il troppo tirar non spezzi 1′ arco. Ecco il prete vanesio, che, pur « non avendo piìi pel d’una cocuzza », incede solenne con la mitrin in testa, mentre do- DELLA LETTERATURA ITALIANA 171 vrebbe vergognarsi del come l’ha acquistata (/Sat. III). Ecco- l’ ipocrita. Predica virtù, e intanto {Sat. IV) : si tien la scroffa E già a’ ha due bastardi eh’ io conosco ; ecco il padre canonico, a cui cade, tra via, il fiasco di vino rubato in convento (Sat. VII). Vien la volta dei borghesi. Chi è colui che sempre ingozza? E’ un villano rifatto. Dimentico che un giorno si cibava di pane e d’aglio, adesso {Sat. I):- vuol fagiani, or tortorelle, or starne, Che sempre un cibo usar par che 1′ annoi. Rinieri è il folle scialacquatore {Sat. IVj : Non vuol che in ben vestire altri lo avanzi ; Spenditor, scalco, falconiere, cuoco, Vuol chi lo scalzi, chi gli tagli innanzi. Oggi uno e diman vende un altro loco, Quel che in molti anni acquistar gli avi e i patri Getta a man piene, e non a pòco a poco. Grande armeggione è Solonnio {Sat. IV) : Solonnio di faccende si gran soma Tolie a portar, clie ne saria già morto Il più forte somier che vada a Roma. Laurino poi , a furia di parteggiare , s’ è fatto padrone della patria {Sat. IV) : Ed in privato il pubblico converte, Tre ne confina, e a sei ne taglia il capo ; Comincia volpe, indi con forze aperte Esce leon, poi eh’ ha il popol sedutto Con licenze, con doni e con offerte ; L’ iniqui alzando, e deprimendo in lutto Li buoni, acquista titolo di saggio. Di furti, stupri, ed omicidi brutto. !Non manca neppure 1′ accenno allo spagnuolo borioso,, che, al j)overo uomo implorante d’essere ammesso alla pre- senza di monsignore, risponde nella lingua nativa : a que- 172 RIVISTA CRITICA st’ ora non si può , ed è meglio che torniate domattina ! A paragone di quella del seicento, la satira del cinquecento fu mite con gli stranieri, ma è anche innegabile che quest’ul- tima , per ciò che riguarda il tipo dello spagnuolo , seppe coglierne ed esagerarne con spirito tutta la goffaggine. L’arte si esplica nell’opportunità con cui il poeta colloca, o nel mezzo o in fine del componimento, ora l’apologo ed ora la narrazioncella. Così la satira aggiunge rilievo a’ suoi propositi e acqui- sta maggior interesse. Vero, verissimo: aver di che pascersi quando si ha fame, è una gran bella cosa ! Ma se per l’epa si deve poi rinunciare alla propria libertà, non è preferibile la magrezza ? A suggello del suo pensiero pone la favola di sapore oraziano : « Un asino fu già » ( Sat. II, 247 – 261 ). Giovanni de’ Medici, prima ancora d’essere papa, onorò della sua amicizia il poeta. Assunto alla tiara, col nome di Leone X, il nostro corse a Roma per rendergli omaggio. Adesso diven- terai vescovo ! finge che qualcuno gli mormori all’ orecchio. Risponde subito con 1′ apologo del pastore e della gazza, la quale, se aspetta a dissetarsi dopo che si son serviti la fa- miglia e 1′ armento, può ben morire ! {Sat. Ili, 109-150j. Tra gli amici del pontefice è il poeta, ma, a differenza degli altri che i)ortano le « spoglie rosse », veste dimessamente. E’ le- cito in cotale assetto aspettarsi beneficio ? La speranza ora di tanto scende di quanto un tempo s’ era innalzata. Ravviva il contrasto la favoletta del pero e della zucca ; il pero simbo- leggia il poeta, la zucca la speranza (Sat. VII, 70-88). L’Ariosto suggerisce al cugino, sulla scelta della moglie , questo con- siglio: vigila, affinchè non ti tradisca! Ad illustrazione del precetto, e ad efficace chiusa della satira, rinfresca la no- vella del pittore, che, invoca, in sogno, dal diavolo, come premio d’avergli dato sembianze d’angelo, il mezzo per vivere sicuro della sua donna. La narrazioncella ha il torto di sdrucciolare nell’osceno ! (Sat. V, 298 320). Nemmeno la for- tuna concede requie. L’autore riferisce subito la leggenda dei valligiani. Per aver osservato costoro più volte la luna splen- dere, or scema or tonda, sulla cima del monte, certissimi di portarla via, deliberarono un giorno di salirlo. Ahinìè ! cad- DBLLA I.BTTBRATURA ITALIANA 173 dero lassi, « bramando invan d’ esser rimasti giù » {Sat. III,. 208-231). Reggere una provincia non è occupazione per uà letterato , e d’ una provincia poi come la Garfagnana ! II dono del duca Alfonso è bello, ma non è adatto a lui. Vuol convincersene il lettore ? Ecco il brioso racconto del vene- ziano e del cavallo {Sat. IV, 208-228). L’arte spicca quando il poeta, a tempo debito, passa dall’ intonazione satirica alla lirica, senza sbalzi improvvisi, che mal convengono all’ indole del discorso. L’Ariosto è buono ; la bontà gli vieta di ina- sprirsi, di prorompere. Sennonché l’uomo e il poeta qualche volta si commovono più del consueto, qualche volta ascol- tano che il cuore batte con forza. Che opera un tale stato ? Maggior pienezza di canto, la quale ha bisogno d^ un’ espres- sione alta, ma escludente, in grazia dell’ ingenita bontà del cantore, ogni grido d’odio o di sarcasmo. La nuova espres- sione non può essere che lirica, e questa va spontaneamente dal tono agitato al dolce, dal flebile al gagliardo. Nella satira prima, a proposito del papa, che tramerà a danno dell’ Italia, s’ incontra uno squarcio non indegno di Dante (217 – 228). A un certo punto della satira terza, là dove è detto che cos’ è il « vero onore » , le terzine vibrano di calda since- rità (259 – 273). Nel ricordo dei fratelli e della madre la voce si fa elegiaca per buona parte della satira seconda (196 – 216) j talvolta, come nella satira quarta, trilla gioiosa per mo- rire in un rimpianto (118-132); tal’ altra levasi, nella satira quinta, soave esortatrice d’affetto verso la moglie (252-261). L’ arte si palesa nel brio del linguaggio. Di questo due sono le cause : 1′ essersi 1′ autore valso, con discernimento, del parlare del popolo, sempre agile e fresco, senza cadere nella sciatteria o nella volgarità ; l’ essersi appigliato, con misura, alla metafora. Giova qualche esempio. O Galasso (Sat. 1) : Stanza per quattro bestie m’apparecchia Contando me per due ; io devo proprio veder Roma, perchè {Sat. I) : non mi siano tolti Pel viver mio certi baiocchi. 174 RIVISTA CRITICA O improvvisatore di versi latini, Andrea Marone, ami un consiglio ! {8at. II) : tuoi versi getta Con la lira in un cesso, e un’ arte impara, Se benefici vuoi, che sia più accetta. Glii la natura ha fatto libero, mal s’adatta al ‘^ogo{8at. Ili): Mal può durare il rosignolo in gabbia, Più vi sta il cardellino e più il fanello, La rondine in un di vi muor di rabbia. Occorre, prima di prender moglie, assicurarsi se essa nasce da madre onesta o no, giacché {Sat. V) : Di vacca nascer cerva non vedesti, Né mai colomba d’ aquila. Quale sventura la morte <ìel padre ! (Sat. VI) : Mi more il padre, e da Maria il pensiero Dietro a Marta bisogna eh' io rivolga, Ch' io muti in squarci e in vacchette Omero. Ma quale più duro destino quello di servire il cardinal Ippolito ! L' arte si manifesta, da ultimo, nel!' uso dell' ironia. Il poeta porta nelle sue satire uomini pieni di vizi e donne non sempre virtuose. Scivolerebbe nel pessimismo se non si lasciasse egli stesso sorreggere e illuminare, oltre che dal proprio equilibrio , dalla ferma convinzione che aecanto ai cattivi stanno i buoni, che accanto al male prospera il bene. La virtti, la giustizia, l'amore, non sono fantasmi, ma bril- lano nelle opere degli onesti , gli unici al mondo dei quali bisogna curarsi. Bomba gracchia : sempre ho visto riverire le ricchezze piìi che la virtìi ! Piano. I ribaldi bestemmiano Cristo {8at. Ili) : Ma li onesti e li buoni dicon mal di Te, e dicon ver L'Ariosto si colloca nel mezzo della società per compiere due operazioni: per rappresentarla e per giudicarla. Dap- DELLA LETTERATURA ITALIANA 175 prima sorprende i diversi tipi coll'obbiettività del fotografo, e con P occhio vigile del psicologo , senza caricatura ; poi detta il suo giudizio, non a stomaco guasto, non in rapporto a questo o a quel sistema morale , bensì candidamente , in conformità, della legge eterna : fa il tuo dovere. Com' è, al- lora, la rappresentazione e il giudizio ? Pur non secernendo bile, pur perdonando, il poeta non può trattenersi dal colorir la rai>presentazioiie degli uomini e il giudizio su loro d’una ironia alle volte piìi alle volte meno acuta , ma sempre bo- naria, genuina rivelatrice del buon senso di fronte alle gof- taggini o ai vizi. L’ironia è nell’uso accorto della perifrasi. In memoria del fatto che tagliò l’orecchio a Malco, mentre questi, con gli altri soldati, stava per aggredire Cristo, chiama San Pietro {^at. I) : quel prete valente che 1′ orecchio A Malco allontanar fé’ dalla chioma ; e così determina le ore allegre dei monsignori [ISat. I) : Quelle ore che comandano i prelati Al loro usciei* che alcuno entrar non lassi. Che abile si»adaccino è quel San Pietro ! par che sot- tolinei, nel primo esempio, il nostro. E come sanno vivere quei ministri della Chiesa ! mormora nel secondo. L’ ironia scocca dalhi doppia signitìcazione della frase. Nella sat. II scrive: egli l’ha detto; i versi miei posso a mia posta Mandar al Culiseo per lo suggello. Ora 1′ ultimo verso, costruito sull’ equivoco del vocabolo «Culiseo», suona: posso i miei versi adoperarli per quel tal servizio ! Nella sat. Ili dice : Per questo parrà altrui cosa leggiera Che stando in Roma già m’ avesse posta La cresta dentro verde, e di fuor nera. Il cappello vescovile è internamente verde, esteriormente nero ; ma que.1 sostantivo « cresta », ossia tricorno, ben al- 176 RIVISTA CRI rie A lude alla furba sveltezza del prete, vero gallo, non cappone, dentro e fuori del pollaio della sua sagrestia. Kella Sat. VII nota : Venne il di che la Chiesa fu per moglie Data a Leone Queste parole , tutt’ altro che mistiche , lasciano capir chiaro: quale commedia è il papato, anzi che commercio! L’ ironia si esprime nel sospiro con cui il poeta constata qualche amara verità. Ahimè ! la poesia non gli frutta tanto da comprarsi un mantello {Sat. II) : Apollo, tua mercè, tua mercè, santo Collegio delle Muse, io non possiedo Tanto per voi eh’ io possa farmi un manto. Un giorno va a, Roma con la speranza di veder adem- piute le i)romesse dell’ amico Leone X. Triste delusione , dovette andarsene a cena all’ osteria, con il solo bacio sulle guance ! {Sat. III) : Piegogsi a me dalla beata sede ; La mano e poi le gote ambo mi prese, E il santo bacio in amendue mi diede. Con venatura d’ ironia interroga gli umanisti : o vendi- tori di chiacchiere, che vi frulla in testa di non voler cre- dere a Dio come 1′ altra gente (Sat. VI) 1 Ma tu, del qual lo studio è tutto umano, E sono tuoi soggetti i boschi e i colli, Il mormorar d’ un rio che righi il piano, Cantar antichi gesti, e render molli Con prieghi animi duri, e far sovente Di false lodi i principi satolli ; Dimmi che trovi tu, che sì la mente Ti debba avviluppar, si tórre il senno, Che tu non creda come 1′ altra gente ? L’ ironia sfavilla negli apologhi, nelle narrazioncelU, a cai l’Ariosto, già si <> avvertito, volentieri ricorre per porgere DELLA LBTTBEATURA ITALIANA 177 rilievo a’ suoi intendimenti. L’ arte amabile, viva, semplice, ma non disadorna, fa dimenticare i difetti delle satire : certa lunghezza ; V indecenza di alcune terzine ; la ripetizione di taluni motivi, del suo amore per la frugalità, del suo ancor più grande amore per la libertà; qualche latinismo; qualche forma dialettale ; qualche troppo crudo iperbato. III. II valore delle satire. Sommario. — 1 sette componimenti non si possono dir « satire * per- chè mancano del « satiresco ghigno ». — La parte soggettiva delle satire non esclude la varia rappresentazione della società. — La impersonalità delle satire. — La loro originalità. — Il loro ideale. La satira del Einascimento oscilla, come genere lette- rario, tra Orazio e Giovenale. Ma in verità questi sette com- ponimenti mancano del « satiresco ghigno » ; convien dun- que chiamarli « epistole ». Da una j)arte l’ ingenita bontà, dall’ altra la consapevolezza che accanto ai cattivi stanno i virtuosi, vietano al poeta la violenza del sentire, o subito V attutiscono, se caso mai essa insorge, con il farmaco del compatimento, col ricordo di quel che è bene. La satira riesce piacevole sfogo , non acrimonia. Pensa male chi afferma che non si devono chiamar « satire » per il fatto che rispecchiano V autore e poco la società , contraria mente all’ indole del genere satirico , il qual esige che 1′ autore dimentichi se stesso per immergersi nella folla. Il nostro parla di se nelle satire ; tuttavia è innegabile che 1′ io del poeta serve di pretesto bello e buono a non brevi conversazioni or sull’ uno or sull’ altro vizio ; a vivaci pit- ture di questo o di quel tipo, di questa o di quella classe. Come il centro descrive la circonferenza, cosi l’Ariosto traccia intorno al proprio io un largo cerchio di personaggi : donne allegre ; frati crapuloni ; preti immorali ; borghesi o scialacqua- tori, o avari, o mestatori, o falsihcatori, o sozzi; vili corti- giani ; letterati vanesi ; un principe, un cardinale, un papa. Forse parrà meglio notare che lo scrittore ci rappresenta la realtà in quanto ha rapporti con il suo tenor di vita : alla Rasa. Crii., XXIL 12 178 rivista’ CRITICA Tsua frugalità contrappone l’incontinenza di Vorano e di Ciur- la ; alla consuetudine di leggere nelle ore libere del giorno la gozzoviglia degli ecclesiastici ; alla sua noncuranza per le ricchezze e per le cariche il tormentoso agitarsi degli avidi ; al suo gran culto dell’ onore la trai)poleria di Borna e di Bomba ; alla preoccupazione di mostrarsi schietto V astuzia 4i quanti vogliono apparire ciò che non sono ; alla sua re- pugnanza per 1′ adulazione la piaggeria dei cortigiani ‘ alla miscredenza dei letterati il suo rispetto a Dio. Ma poiché l’anima ^lell’ Ariosto, come quella d’ogni grande poeta, è un mondo, e i vincoli di lei con la società non possono essere angusti; ]>oichò i diversi casi della vita — come segretario e ambascia- tore del cardinale Ippolito presso il Vaticano ; come gover- natore della (rarfagnana in nome del duca Alfonso ; come <;ultore della poesia e degli studi — pongono il nostro in con- tatto con uomini di differente senno e grado, scaturisce che il quadro della realtà è tutt' altro che ristretto. Egli drizza il viso in misura bastevole a rendere vano 1' appunto che non è lecito dir « satire » questi componimenti anche per- itile essi })eccano d' estremo soggettivismo. La satira poi col- j)isce il tipo e non la persona. All' impersonalità concorrono : 1' indulgenza del poeta ; il suo desiderio di vivere e di lasciar vivere, inondi meno l' impersonalità non è tale da sottrarre alle figure linee e colori, da ridurle a povere ombre. Ci si accorge subito che 1' artista, per porgercele, ha fissato dap- prima il suo occhio in quello specchio vasto e magico che è la realtà ; indi ha scelto con destrezza gli elementi, dai quali, riplasmando ed elaborando, sarebbe dovuta balzar netta l' in- carnazione del vizio, senza offesa per chicchessia. Introduce sì il cardinal Ippolito, Leone X, il duca Alfonso ; ma 1 pri- mi due, anche se l' ironia variamente guizza intorno a loro, per lamentarsi delmodo con cui 1' hanno trattato, o col tra- sformarlo di poeta in cavallaro, o col pascerlo di vento ; il terzo , pur non tacendo che , composta la guerra , avrebbe dovuto corrispondergli lo stipendio sospeso, per ringraziarlo di questo : d' averlo di rado tolto da Ferrara, e d'averlo poi «occorso nel bisogno. È originale la satira t Qualcuno, avendo DELLA LETTERATURA ITALIANA 179 osservato che i sette componimenti svolgono i soliti motivi della poesia satirica — antichiesastico, anticuriale, antifemmi- nile, del costume — giudica le satire spoglie d' ogni valore. Se così si riaffermasse, si mostrerebbe d' aver capovolto il canocchiale della critica, di ignorare che, per la valutazione estetica, importa la forma e non la sostanza ; che la poesia non è la cosa , bensì 1' espressione con cui il poeta 1' offre. E della forma, dell'espressione, bisogna, in particolar modo, tener conto nella satira , perchè questa , dovendo essere lo specchio della turpe realtà, e la dichiarazione di quanto su- scita la medesima — fatto obbiettivo dunque, non bel sogno fantastico ! — sottrae ai poeti il pregio d' una contenenza nuova. Giovenale e Persio si occupano della stessa materia ; la stessa trattano Salvator Kosa, Benedetto Menzini, Lodo- vico Adimari ; Y identica, a distanza di tempo , se non di luogo, il Regnier nel secolo XVI, il Boileau nel XYII ; la medesima Tommaso Xash, Giovanni JJoiin, Giovanni Cle- velaiul , nel periodo della lotta fra i Rappresentanti della Chiesa stabilita e i Puritani. È ragionevole asserire che l'uno- copia dall'altro i L'Ariosto restituì, pertanto, i vecchi motivi all' audizione altrui in una maniera personale. Sciolse la sa- tira dall' asma predicatoria, imprimendole più naturalezza e serietà ; l' illeggiadri con V ironia, con la vivace pittura di ligure e di figurine reali, con il brio del linguaggio ; si valse, a temi)o debito, dell' apologo e della narrazioucella per dar maggior risalto a' suoi propositi ; nella pienezza degli affetti, o ricordo o rimpianto, sostituì al tono satirico il lirico; notò i vizi non solo garbatamente, ma con esperta conoscenza del cuore umano ; sparse , in giusta misura , belle osservazioni morali. Gian Vincenzo Gravina e Giuseppe Giusti ammirano le satire , le magnifica Ugo Foscolo ; certo sono la miglior corona appesa da un poeta del cinquecento alla dea Talia. Xeppiir distrugge 1' originalità la lettura d' Orazio. Orazio e l'Ariosto, a distanza di secoli, sembrano fatti apposta per guar- darsi in faccia e intendersi. L' imitazione del secondo non riesce quindi un ricalco del primo, bensì somiglianza d'anima e d'ingegno. Somiglianza, che non impedisce al poeta latino 180 RIVISTA CRITICA d' esprimersi iii do maggiore, e d' innalzare a norma le sue riflessioni, al poeta italiano di discorrere familiarmente, senza preoccuparsi che i suoi consigli assurgano a vero eterno ; ad Orazio di atteggiare le labbra ad un sorriso signorile, ma non molto spontaneo^ all'Ariosto di sottolineare i vizi con ironia altrettanto bonaria quanto franca. Orazio e Ariosto corrono il rischio di perdere la libertà , per aver accettato P uno i doni di Mecenate, l'altro i doni d'Ippolito. Orazio finge di restituirli {Sat. I, vii, 35-9). Nec somnum, plebis laudo satur aUilium, nec Olia divitiis Arabum Uberrima muto Inspice, si possum donala reponere laetus ; Ariosto confessa {8at. II) : che se il sacro Cardinal comprato avermi stima Con li suoi doni, non mi è acerbo ed acro Renderli, e tòr la libertà mia prima. Identica è la situazione ; ma il primo parla composta- mente, il secondo con rudezza. La tranquilla e frugale vita campestre forma il nostalgico sospiro così di Orazio che dell'Ariosto. Orazio interroga (Lib. II, vii, 60 sgg.) : 0 rus, quando ego te adspiciam ? quandoque licebil Nunc velerum, libris, nunc somnum. et inertibus horis Ducere sollicilae jucunda oblivia vitae ì 0 quando faba Pythagorae cognata simulque Uncta satis pingui ponentur oluhucula lardo ? L'Ariosto dichiara {Sat. Ili) : In casa mia mi sa meglio una rapa Ch' io cuoca, e cotta su' n stecco m' inforco, E mondo e spargo poi di aceto e sapa, Che all' altrui mensa tordo o starna o porco Selvaggio, e cosi sotto una vii coltre. Come di seta e d' oro, ben mi corco. Anche qui istessa è l' idea, diverso lo svolgimento. In Orazio si riscontra l' intonazione commossa , nell' Ariosto DBLLA LBTTERATURA ITALIANA 181 V intonazione è semplice ; in Orazio più concetti s' avvi- luppano intorno al motivo fondamentale, nell'Ariosto due soli : il cibo e il sonno. Orazio canta {Od. I, i, 23 sgg.): Sunt quos curnculo pulverem olympicum Collegisse juvant Multos castra juvant L'Ariosto detta {8at. Ili) : Degli uomini son vari gli appetiti A chi piace la chierca, a chi la spada, A chi la patria, a chi li estranei liti. Orazio dubita {Lih. I, Sat. Ili , 19-20) : Niinc aliquis dicat mihi : quid tu ? Nullane habes vitia ? Immo alia et fortasse minora. L'Ariosto afferma (Sai. lY; : Perciò non dico, né a difender tolgo Che non sia fallo il mio, ma non si grave Che di vie più non ne perdoni il volgo. Qual' è l'ideale delle satire? Tolto il quadro del ponti- ficato di Alessandro VI con la rovina d' Italia e la profa- nazione d' ogni cosa sacra {Sai. I) ; tolto il rapido cenno alla boria spagnuola {Sat. I), e alla frolla poesia degli umanisti {8at. VI) , la satira dell' Ariosto è di carattere morale. Nel poema domina l'ideale estetico; nelle satire è esclusi va- mente etico : volgere gli animi alla rettitudine e delle ope- re, sollevare sul fango della corruzione la lampada dell'one- stà. Le satire sono proprio dilettevoli perchè in simpatica forma chiudono un contenuto vivo ; sono consolatrici perchè ricordano, innanzitutto, che quaggiù non mancano i buoni, e che 1' onore sgorga dall' adempimento del bene ; perchè am- moniscono, in secondo luogo, che l'uomo è l'essere costituito d' angelo e di bruto, dinnanzi a cui sta aperto 1' abisso come 1' azzurro immortale del cielo. Cirillo Berakdi DI [TN MANOSCRITTO DIMENTICATO DI RIME DI DANTE DELLA BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI Potrà sorprendere, e forse anche destare un sentimento di diffidenza, la notizia che alle ansiose e pertinaci ricerche del Barbi e d'altri sia sfuggito un piccolo codice di Rime di Bante, che si conserva nella Nazionale di Napoli. Non si tratta veramente d' un imboscato o d' un trovatello, perchè proprio sotto la voce « Dante » lo registra V Indice alfabetico del manoscritti. Quando quel catalogo sia stato compilato la prima volta (qua e là si trova qualche aggiunzione di mano recente) non mi è riuscito sapere con precisione ; ma ho tro- vato tuttavia che il ms. delle Rime di Dante, con lo stesso indice di posizione che ha nel catalogo e che oggi un car- tellino dalla Nazionale applicatogli sul dorso conserva, cioè XIII, D, 04, se ne stava tranquillamente al suo posto certo nel 1850, come ci viene attestato > relativo o consecutivo ; e due lineette inclinate, che chiudono spesso la vocale « e » , quando è verbo. E molto raramente infine il copista, per maggior chiarezza, ha creduto necessario di se- gnare il punto sulla vocale « i ». Contiene II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV XXV I (ce. P-S”). ( 3*- 4:^). ( 5*- 7’^). ( 7«-lP). (1P-13-). (IS^-IS*»). (15^-16^). (16^-18*). (18”-20’»). (20^-22”). (22’*-26*). (26*^-28”). (28^-30’^). (3P-34”). (34^-37*). (37* -38^). (39MP). (41a.43a)^ 43^-43^). (43b.44a), (44a.44b) (44b.45H) (45»-45b). (45”-l6’»). (46b-47«) Cosi . nelmio . pah I lare . voglio . es j sere . ASPRO : V]oi chentendendol terzo cel mouete A]Mor che nella mente mia ragiona L]e dolze rime, damor chic solea A]More che~muoui tua uirtu dalcelo I]o sento sidamor lag-ran possanza A]l poco giorno et algra-n cerchio dombra AJMor tu uedi ben che questa donna I]o son uenuto alpuncto della reta E]i mincn^sce dime simalamente PJoscia fhamor deltutto ma lasciato L]a disp[i§tata mente che] pur mira T]Re donne intorno alcor mison uenute DJoglia iiiirecha ne locore ardire A]Mor da che conuien pur chimidoglia DJonne chauete intellecto damore l)]onna i)[ietj()sa [et di nouella etate] G]LÌocchi dolenti per pietà delcuore A] ciascuna alma presa et gentil core 0] voi che perlauia damor passate P]iangete amanti poiché piange amore M]orte uillana et di pietà nimica C]Aualcando laltrier perun cammino B]Allata io uo eh© tu ritruoui amore Tjvtti limiei pensier parlani damore DELLA LETTERATURA ITALIANA 18§ XXVI (47*-47’*). C]on laltre donne mia uista gabbate XXVII (47”-47^). C]io che micontra nella mente more XXVIII (47^-48^). SJpesse fiate ueg-nonmi alla mente XXIX (48M8”). A]Mor elcor gentil sono una cosa XXX (48*’-49*). NjEgliocchi porta lamia donna amore XXXI (49^-49*). V]oi che portate lasembianza humile XXXII (49M9^). S]Etu colui chai tractato souente XXXIII (49*^-50′). I]o mi senti suegliar dentro dalcore XXXIV (f^O’^-SO^). TjAnto gentile et tanto honesta pare XXXV (50*^-51*). V]Ede perfectamente ogni salute XXXVI (5P-51*). S]i lunghamente ma tenuto amore XXXVII (51^-51^). VjEnite attender lisospiri miei XXXVIII (5l”-52*). Qjvantunque uolte lapso mirimembra XXXIX (52^-52”). EJ si raccoglie nelli miei sospiri XL (52^ 52^). E]Ra uenuta nella mente mia (52^ 53^). EJRa uenuta nella mente mia Sono dunque 40 componimenti , o per meglio dire , 40 creduti componimenti ; cioè le 15 canz. della cosi detta tra- dizione boccaccesca, le 3 canz. della V.N., e 22 componimenti piìi brevi, pur della Y. N., nell’ ordine che in essa hanno, e senza lacune ; se non si tien conto del fatto, che sono state spostate le 3 canz., e accodate alle altre 15. -Della F. N. re- stano però escluse da questa raccolta le rime dell’ « Episodio della donna gentile » e del « Ritorno a Beatrice », cioè gli ultimi sette sonetti, che avrebbero potuto trovare ospitalità nelle carte rimaste bianche. E su codesta singolarissima esclusione , è più facile fantasticare che trovare e addurre una causa probabile. Dal trovarsi tutto le Rime della V . ^T., meno gli ultimi sette son., trascritte secondo 1′ ordine che esse hanno nel * libello » (salvo le tre canz., accodate alle quindici, « diste- se >^ o « morali » che siano da chiamare) , saremmo indotti a pensare che il ms. della Naz. di Napoli, o il suo archetipo, abbia estratto le sue rime da un cod. che conteneva tatta la y. JV., o tutte le rime di questa, e le quindici canzoni neir ordine della tradizione boccaccesca. Perchè , se non è 190 RASSEGNA CRITICA impossibile , è tuttavia poco probabile che il copista abbia fatto capo a due idss. per mettere insieme la sua raccoltina. Per la concordanza esterna occorre dunque, e sarà anche suf- ficiente, tener conto dei mss. che ci danno la V. N., o tutte le rime di essa ordinatamente, e le quindici canz. nell’ordine della tradizione del Boccaccio. Hanno la V. JSf, e le 15 canz. così ordinate : Chig. L, V, 176; Laur. XL, 42 ; Laur. XC sup. 136; Magi. VII, 1103; Pai. 561 ; Pane. 9 ; Naz. di Firenze, Conv. B, 2, 1267 ; Rice. 1050; Capit. di Toledo 104, 6 (1). (1) Trivulz. 1050 e Naz. di Nap. XIII, C, 9 contengono la V.N.^ e 15 canz.; ma in primo luogo, aggiungendo alle 14 di Braid. AG XI, 5, Marc. ital. IX, 491 e Ithaca, D,51 la canz. Le dolci rime fra Amor- che movi e Io sento, non tolgono che In parte il disordine di questi tre ultimi mss.; in socondo luogo, Do^f^m mi reca è sostituita in tutti codesti cod. da Voi che savele. Ecco l’ordine di Braid. e se- guaci di fronte a Naz. di Nap. XIII, D, 64, che d’ora innanzi indi- cherò con la sigla Nr., por distinguerlo dal suo conterraneo, il quale, sebbene più pingue, dovrà contentarsi di N. soltanto. Br. 1. -2, 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. Nr. 1. 2. 3. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 12. » 13. 15. 11. In Br. e seguaci manca 4 e 14 di Nr. i^Le dolci rime e Doglia mi reca), e vi è in più Voi che savele alla II.” sede. In Tr. e N. r ordine è questo di Ironie a Nr. : Tr. N. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. Nr. 1. 2. 3. 5. 4. 6. 7. 8. 9. 10. 12. » 13. 15. 11. Oxford 114 ha, oltre la V.N., rime scelte, il cui ordinamento pare molto vicino a Nr. (Oif. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. (Nr. 1. 16. 17. 18. 20. 24. 28. 29. 38-39. 40 » » 2. 3. 4. (Oxf. 16. 17. 18. 19. 20. 31. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. (Nr. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. » » Di Oxf. \ De peregrini; 12 Oltre la spera; 27 lo mi son par- , goletta ; 28 Ai fals ris. Ed anche Gas. d, V, 5 ; (Ca«. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. (Nr. 16. 2. 1. 3. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 4. 11. 12. 13. 14. 15. » » DELLA LETTERATURA ITALIANA 191 Ed hanno tutte le rime della F. N’., e le 15 canz. nel- 1′ ordine solito che conserva il codicetto di Xapoli : Naz. di Firenze II, ii, 40 ; Magi: VII, 1076 ; Rice. 1108; B. Civ. di Ro- vereto (Dante, Opere rms.) ; e Xaz. di Parigi, ital. 545 ; i quali tutti però fanno seguire, non precedere alle rime della V. N. le 15 canzoni, e a queste regalano il codicillo di Ai fals ri8 e Io mi son pargoletta (il primo, Io mi son e Ai fals) (1). (Cas. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 2.5, 26. 27. 28. 29. 30. 31. 32. 33. (Nr. 17. 20. 22. 24. 18. 37. 38-39. 19. » 21. 23. 25. 26. 27. 28. (Gas. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43. 44-50. (Nr. 29. 30. 31. 32. .33. 34. 35. 36. 37. 40. » > Di Gas. 17 Ai fals vis, 18 Poscia eh’ io ho perdufo, 21 Vedesti al mio parere (« Risposta de lo Amico ») ; è ripetuto in 24 e 42 il 37 di Nr.; 44-50 sono sode degli ultimi 7 son. della Y.N. (I) Non aggiungo Naz. di Far., ital. 548, che lia la stessa com- posizione di questi cinque niss., perché in esso Artior tu vedi precede, non segue Al poco giorno. Né credo sia il caso di richiamare qui Magi. VII, 722, che ha prima rime scelte dalla V.N., poi ordinata- mente le 15 canz. col solito codazzo di Io mi son pargoletta e Ai fals ris, e poi le altre rime della V. X. Insomma, le 15 canz. sono compatte e ordinate, ma le rime della V. N. sono scompigliate oltre che tagliato in due tronconi, .fra i quali si piantano le 15 canz. e il loro codazzo. Né Laur. Strozz. 170, affatto simile ad esso, salvo due piccole differenze t non ha Ai fals Hs, e non ripete nel secondo troncone Ballala io vo’). E neppure fa al nostro caso Laur. Red. 184, che ha prima ordinatamente le 15 canz., a cui però aggiunge 0 pa- tria degna, poi (ma dopo le Rime e i Trionfi del Petrarca) le rime della V. X., e di esse prima le canzoni e poi i sonetti, appunto come Nr. Percliè in primo luogo vi mancano Donne c7i’aue/e, A ciascun’al- ìna. Ballala io vo’ e S/ lungaìuente : e in secondo luogo , le rime della V. N. non si trovano in serie ordinata, e la serie, che in Laur. Red. hanno, s’interrompe hen sette volte per dar luogo a rime estra- nee al « libello ». Ecco l’ordine di Laur. Red. di fronte a Nr. ( LR 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16 …. ( Nr. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. » ( LR. 17. 18. 19. 20 …. 21. 22. 23. 24. 25. 26 …. 27 28 …. 29. Nr. 17. 18. 31. 32 25. 27. 29. 30. 33. 35 26 38(39). 20. ( LK. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40 …. 41. 42 …. 43. ( Nr. 22. 21. 2«. 34. 37. 40. » > » ». 23. » * 192 RASSEGNA CRITICA Sono quattordici codici che risalgono tutti alla tradizione manoscritta del Boccaccio. Sicché dai soli caratteri esterni si può fin d’ ora conchiudere , che il nuovo ms. di Bime è piccolo rampollo di quella prolifica famiglia che ebbe per patriarca il buon Certaldese. Ma non è copia di nessuno di essi. Cominciamo per 1′ esame interno, dalle rime della V. W., della quale si ha già, se non una definitiva, certo una molto approssimativa classificazione dei testi (1). Di LR. 16 è sede di 0 patria degna; 36-40 e 42-43 dei sette ul- timi son. della V. ]\ Mancano in L R., come abbiamo detto, i nn. 16. 19. 24 e 36 di Nr. Viciniori a Nr. sono invece Vat. lat. 3198, Rice. 1117 e Marc, ital. IX, 333, che alle 15 canz. aggiungono Ai fals vis, e poi le rime della y. N. Ma anche in essi vi è qualche lacuna; manca il primo son. A ciascun’ alma. In Marc. ital. IX, 352 le rime sono così di- sposte di fronte a Nr. : ( M. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. … 19. … 28. 29. Nr. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 13. 16. 17. 18. 38. 19. 20. ( M. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43. 44. ( Nr. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. !29. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 37. i M. 45. 46. 47. 48. 49. 50. 51. 52 54. 55. 56. 57. ( Nr. 40. » » » » » » » 11. 12. 14. 15. Mancano in Marc, i nn. 36 e 38-39 di Nr.; i nn. 46-52 di Marc, sono dei sette ultimi son. della V. N. E Univers. di Strasb., L, ital. 7, che ha, oltre le rime scelte, anche la V. N. , presenta di fronte a Nr. cosi inquadrate e rotte in due tronconi le 15 canz.: ( Str. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. ( Nr. 16. 17. 1. 2. 3. 4. 18. 20. 24. 28. 29.38-39.40. » » 5. 6. ( Str. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 36. 27. 28. ( Nr. 7. 8. 9. 10. II. 12. 13. 14. 15. » » I nn. 14 e 15 di Str. sono sede di Deh peregrini e Olire la spe- ra ; e xm. 21 e 28 di lo mi son pargoletta e Ai fals ris. (1) Mi valgo delle esplorazioni del Barbi, pubblicate nell’ ediz. crii, della V. N. e negli St, s. Canz. ; e più in là, anche dell’ ediz. crii, della y. N. del Bbck, opere già citate. DELLA LETTERATURA ITALlVxa 193 Dei quattro gruj)pi (b, k, x, s) in cui il Barbi (livide i uiss. della V. N’., non pare che negli ultimi tre possa trovare il nostro ms. buona accoglienza. Esso ha appunto le lezioni ca- ratteristiche proprie di b, cioè della tradizione boccaccesca. (Cfr. B. V. X., t. 1 : indico i singoli componimenti col nu- mero d’ ordine che hanno nella tavola del nostro ms.). XX G k a; s tormento, h Nr. dolore; XXIV 12 Si com’ io credo è ver di me adirata, omesso tutto il verso inh e in Nr. ; XXVI 7 amor quando, quando amor; XXVlII 5-6 subitanamente | sì che la uita, sì subitamente j che la mia uita ; XXXI 11 qual che sia, h che che sia Nr. quel che sia ; XXXII 14 piangendo morta, caduta nìorta ; XXXVII 8 sfog-asser, h sfogarei Nr. sfogherei ; XXXIX 9 grande, et grande. Tutte dunque (meno forse la variante di XXXI 11) le caratteristiche del gruppo b concordano col nuovo ms. di Xapoli. Sicché potremmo senz’altro conchiudere che qualun- que legame di parentela tra Nr. e i gruppi k, x, s sia da escludere. Ma codesto potrebbe parere, e sarebbe davvero, un giudizio troppo sbrigativo. Quel gruzzoletto di concordanze non è poi gran cosa ; ed il fatto che in un luogo Xr. si ac- corda forse piuttosto con k, x, s che con b, potrebbe inge- nerar qualche sospetto. Per maggior chiarezza confrontiamo dunque le varianti caratteristiche di ciascuno di codesti tre gruppi, che intendiamo sequestrar fuori dalla ricca sì, ma un po’ saccente e di pochi scrupoli , famiglia boccaccesca , alla quale, come era da aspettarsi, appartiene Xr. I codici di k sono due, Chig. L, Vili, 305 (Ch.) e Trivulz. 1058 (Tr.); ed hanno due aggregati. Magi. VII, 722 e Laur. Strozz. 170 (1). I primi due hanno le seguenti lezioni co- (lì Di Magi. VII, 722 e Laur. Str. 170 abbiamo già detto (p. 191 n.). Ghig. L, Vili, 305 ha, oltre la . N., le rime così disposte di fronte a Nr. : (Ch. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. (Nr. ti. 3. » 10. 7. » 9. 8. 5. 1. 12. » 13. 4. 6. 2. 15. ìtass. Crii.. XXIL 13 194 RASSEGNA CRÌTICA muni di fronte a Nr. (chiudo in parentesi quadra la lez. degli altri gruppi, quando sia differente da Nr.; cfr. B. V. N., t. 38): XXIY 24: eh. Tr. non mutol colore {Tr. om. non) , IxsNr. non mutol core; XXVIII 12-14 guardar nel core | emisi comincia uno terremuoto I che lanima dali polsi fa partire, guardare | nel cor misi comincia un terremoto | che fa de [da] polsi lanima par- tire ; XVI 48 auere adonna, adonna hauer ; 55 C7i. Lei Tr. a ley, uoi le; XXX 9 ed ongne penserò, ogni pensiero [ogne penserò] ; XXXII 8 pur lui, ben lui ; XVII 21 aueder lo mio, adueder mio ; 43 donne dubitose, cose dubitose ; 67-68 Ck. quando la uedea schorta | uedea Tr. quando scorta uedea, et^ quando lauea scor- ta I uedea ; XXXIII 12, Ecosi chome. Et sicome ; XVIII 7 Perche, et perche. Lezioni caratteristiche dei due aggregati Magi. VII, 722 e Laur. Str. 170 di fronte a l!^r. (cfr. B. V. N’., p. CLXXXVii) : XIX 3 Mffl. Laiir.-Str. lor paruente, Nr. suo paruente ; 4 chS volere {ma è corr.), uolere ; XXIV 8 6′ vuo lauldare S uuoi laudar {marg. andar), uuogli andar, [uuoli] ; 17 C auete questa S arai està {marg. al’ chiesta), haurai (està probabilmenie) [auerai chesta] ; XXV 8 C di patir S di paura {marg. al’ di patir), di paura; 13 chonuenesi, conuienmi, [conuenemi] ; XXVII 8 di- can, gridin ; Il sidoglia, mi doglia, [li] ; 12 aucide {Sperò corr. ancide), uccide, [ancide] ; XVI 25 nostra spene, Nr. omette tutto il verso, [nostra speme] ; 32 quando , che quando ; 33 chori hu- mani {Smarg. al’ uillani), cori uillani, [cor] ; 36 C ouer morria S et si morria {marg. al’ ouer morria), o si morria ; 38 che proua, quei pruoua, [proua] ; 53 a qual loro ag-uatati {Smarg. al’ aquale allor li guati), aqual che lor glig*uati, [allor la guati , aquale- milaguata, allor liguati b ; 56 nel qual non , la u non [la oue non, oue non, la u non ìf ; 67 et chon, o con ; XXIX 6 C cha- gione S ragione, magione ; 7 dentro dal qual, {Nr. è guasto, ma alla è sicuro e quasi anche dentro), [dentro la q., d. alla q., d. al q.] ; XXXI 10 chon mecho, qui meco ; XXXII 3 assomigli, ri- somigli; XVII 54 roche, fioco ; 71 nel chor {S marg. al’ neldolor), nel dolor ; XXXIII 6 enciascuna , et ciascuna ; 8 oue {S marg. al’ onde), onde; XXXIV 4 ghuatare, guardare; XXXV 3 et quelle, quelle ; XXXVI 7 alma, anima ; XVIII 54 C letto S lamento {marg. al’ lecto), lamento ; XXXVII 2 voi chor, o cor , [oi cor) ; 8 sfo- gasse, sfogherei, [sfogasser, sfogherei Z»] ; XL CS omettono il primo eominc.^ Nr. lo conserva al suo posto (1). (1) A Vat, Capp. 262 o Univ. di Strasb. L, ital. 7 si annodano Laur. Red. 184, di cui v. p. 191, n. e Laur. XL, 44, che, dopo molte DELLA LETTERATURA ITALIANA 197 E pel Martelli (M), che, col binomio ora esaminato, com- pleta il sottogruppo y, abbiamo (cfr. B. V. JV., t. 52 ; chiudo in parentesi quadra la lez. degli altri mss. quando difterisce da Xr.) : XX 18 M sua manchanza, JVr. loro mancanza, [Altre tradi- zioni lor] ; XXI 9 face, fece ; 10 ludi, 1 uidi ; XXIV 17 liaurai, che haurai, [auerai] ; 24 pensate lui, pensate uoi, [pensatoi uoi]; 27 ampronto, madonna (1), [lanpronto, lonpronta, lo pronta, la pronta, la pronto»^] ; 35 che donni pietà echiaue, che dogni pietà chiaue; XXV 4 fosse, folle; XXV14 quandio, quando; XXV11I8 e che, et quel , [e que] ; XVI 14 da dir con altrui, da parlarne altrui, [ma s con altrui] ; 23 chedimanda intenda, che di madonna intende ; 33 uillandamore, uillani amore ; 39 seli auen, che gli adiuien, [che li auen] ; 44 essere possa, esser può (2) ; 53 aqua- lemilaguata, a qual che lor gli guati, [allor la] ; XXXI 12 li uo- stri occhi, bocchi nostri ; XXXII 10 nonne conforta, ne conforta ; XVII 40 uertu, uerita ; 42 dunqua pur morraite, pur morrati morrati ; 46 andare donne . donne andar ; 54 et uno, et homo, [ed’ omo] ; 78 fede, n fede, [in fede]; XXXIV 5 Et la siua. Ella sen uà, (si uà] ; XXXVI 3 era, mera ; 10 che li miei suspiri sento gire, che fa lispirti miei andar parlando , [sospiri , spiriti, spirti] ; XVIII 14 amor meo {interi, cor) dolente, amor meco do- lente; 16 pace ano, anno pace ; 23 che fa mirauigliar, che fé ma- rauigliar ; 38 mauea tristitia, ma uien tristitia, [uen] (3). rime di Dante (alcune però gli sono attribuite a torto), ha ordinata- mente tutte le poesie della V. N. , meno Negli occhi porta, già tra- scritto a e. 1.* (1) È cosi trascritto in Nr. tutto il passo: 25 Dille madonna lo sito core e stato con si fermala fede chauoi seruir madonna otjni pensiero tosto fu nostro et inai non fu smagato se ella non ti crede | di che dimandi allor seglie uero. (2) Anche le altre tradiz. esser può ; ma il Barbi preferisce es- ser pò, seguito in ciò anche dallo ScHERiLLo(Z/a V. iV., Milano, Hoe- pb, 1911). (3) Affine a Martelli è Vat. Barb. lat. 4036, che fra molte rime di vari autori ha (pp. 121-130 e 189-192) ordinatamente tutte le rime della Y. N., eccetto Ballata io vo Donne eh’ avete, Donna pietosa, Gli ocelli dolenti. Quantunque volle e Gentil pensiero. 198 RASSEGNA CRITICA Come si vede , Xr. si tiene prudentemente lontano dai rappresentanti del gemello Castor ; pare abbia piìi simpatia o meno indifferenza verso i rappresentanti del gemello Oasto- ris. Del secondo sottogruppo di x (z) i cod. Pes., Lincei 44, E, 34 e Magi. VI, 30 hanno una speciale tradizione, che qui mettiamo a fronte di Nr. (cfr. B. V.N’., t. 54 ; chiudo in pa- rentesi quadra la lez. delle altre trad. quando è discordante da Nr.) : XX 16 Pes., Line, in g-uisa che dire Maffl. In guisa si che dir, Nr. inguisa che didir; XXIII 10 ueggio, ueggio, [uegno] ; XXIV 30 omettono che ne sa il nero, seglie nero ; 44 in tal punto, in quel puncto ; XXVI 10 quali aucide e quai , et quale ancide et qual ; XXVII4 Line, Maffl. partir li Pes. partirle, partir te, [perir te] ; 6 poi sappoia, douunque sappoia, [pò, può] ; 12 Pes a uede (in marg. uccide) Line, uede {in marff. . uccide) Magi. uccide, uccide, [ancide, uccide Z»] ; XXIX 3 senza lun laltro esser, esser lun senza laltro ; 5 quando era amorosa, quando e amoro- sa ; XXX 8 aitateme uoi donno, aiutatemi donne; Il beato, iV^. /orji? beato, [lau lato, S p’.rò beato] ; XXXI 4 si humile, simile; 12 chio ueggio, Io ueggio ; XXXII 4 ci par, non par , [ne par, ma S marg. al’ ci par] ; 9 Or lascia, Lascia, [/S Or lascia] ; Il Pes. ludiran [marg. udimmo) Line, ludinunno Magi, ludino, ludimo ; 13 uoluto parlare {Pes. marg. mirare), uoluta mirare, [uoluto] ; XVII 10 farsi {Magi, ‘però farli), farmi ; 11 E qual dicea non, qual dicea non ; 21 et era, egli era ; 24 diciea luna alaltra , pregaua luna laltra {^Smarg. al’ diceua luna ad laltra] ; 37 et eran si sma- gati, et furon si smagati, [e fuoron, ma S marg. al’ et eran sisma- ghati] ; 12 augelli, gli augelli [li] ; 54 maparue, apparue ; 80 mi parti, mi partia {^Smarg. al’ mi parti] ; XVIII 25 languisce, lo giunse, [la] ; XXXIX 10 pero chelcielo, che perlo celo ^Smarg. al’ pero chel cielo] ; 13 si ueii gentile, si uè gentile. Dai tre luoghi sopra riportati XXIII 10, XXVIl 4 e XXX 11, non pare che il codicetto napoletano mostri ecces- siva ostilit«à verso codesta frazione del gemello di Castore. Ma il Barbi ha già notato, che quivi c’è mischianza di le- zioni con b ; e in tali contaminazioni P, accordo di Kr. con la frazione di z è più sensibile (cfr. B. K^., t. 57): DELLA LETTERATURA ITALIANA 199 XXIV 34 è” ubidir bon seruidore, Pes. bene ubidir ser. cor- retto in ubidir buon ser., Line, Magi, ubidir bon ser., Xr. ubi- dire ben ser. ; XVI 27 J^ dira nellonferno amalnati, Line, Magi. diran nell’ inferno i malnati, ma Pes dira nell’ inferno a malnati, Nr. dira allonferno amalnati ; XXXIl 14 h caduta morta , Pes. , Line, piang-endo morta {ma Pes. ha in marg. caduta). Magi, ca- duto morta, Nr. caduta morta; XXXVI 10 è li spirti miei andar, e così Line, e Magi., Pes. li miei sospiri gir {ma V altra lez. è agg. fra le linee), Nr. li spirti miei andar ; XXXVII 8 b sfoghe- rei, e così Pes., Line, Magi, e Nr. (1). L’altro membro del gruppetto z è Laur. Ash. 843 (A), in cui pare che non sia passata nessuna delle varianti spe- ciali degli altri membri della famigliuola. Mettiamo qui di fronte a Xr. le sue lezioni particolari, e così ci saremo sba- razzati di tutti i componenti, personaggi alquanto misteriosi, dell’incognita algebrica x (cfr. B. F.A^,, t. ó8; chiudo in pa- rentesi quadra le altre tradizioni, quando difteriscano da Nr.) : XX 15 A povero moro, Nr. pouer dimoro ; XXI 7 che’n donna è da lodare, chalmondo e da lodare; 13 omesso già, già locata ; XXIV 3 pena, scusa; 7 Doneresti in tucte parte ardire, douresti hauere in tutte parti ardire, [douresti in tutte parti auere ardire, ovvero auere in tutte parti ardire]; 27 scriuere, seruir, [seruire, ma C scriuere] ; 29 et sella, se elUi, [sed ella] ; 3:^ che sei perdo- nar lì fussi , lo perdonar se le fusse, |lo perdonare se le fosse] ; XXV 6 piacer, pianger; XXVI 7 amor sapresso quando auoi, quando amor sipresso anni, [amor quando si presso, quando amor si presso b’ ; XXVII 1 Io che mirò contra, C]io che micontra, [mincontra]; 6 che tramortische ouunche poi sapoia, che tramortendo douunque sappoia, [ouunque può, poi] ; 8 paion che gridio, par che gridin ; XVI 21 chiama mercede, grida merzede ; 38 a ueder, di ueder ; 45 Et poi lasguarda, poi languir da, [poi la riguarda] ; (1) Caratteristiche differenziali tra Pos. e Line. -Magi, di fronte a Nr. (cfr. B. Y. N., t. 56): XX 6 Pes. ostelle chiane, Line, liostale chìaue Magi, u’ sta le cLiaue, Xr. hostello et chiane ; 18 Pes. la mancanza, Line. Magi, lor mancanza, Xr. loro mancanza ; XXIX 7 si posa, si riposa, si riposa ; XXXVIII X3 attiitt*, astioso, aschioso. 200 RASSEGNA CRITICA 51 come quella, come chella; XXXI 10 meco qui, qui meco; 13 scolorate, sfigurato, [sfigurate] ; XXXII 10 che fa, et fa ; XVCI28 chome diceroll.o, donne dicerollo ; 67 lebbi scorta, lauea scorta, [k la uedea] ; 73 dissi, dicea ; 80 consumando, consumato ; XXXV 3 Che uan per uia con lei et son tenute, quelle che uanno con lei son tenute; XXXVI 6 mi par, par; XVIII 2 da lachrimar, dila- 8″ ri mar ; 6 conuien di, conuienmi di ; 43 sospir sì forte, sospiri forte; 45 chellamor a diuiso, che mal cor diuiso ; 53 uergogniare mi pare, uergogna mi parte; 51 del mio, nemio, [nel mio]; 69 qual se sia, qual chio sia ; XL 14 fu lanno, fa lanno. Ed anche Laur. Ash. 843 presenta, come l’altra frazione di z, alcune lezioni proprie di b ; le quali, salvo qualcuna, occorrono anche in ìsv. (cfr. B. V. X., t. 59) : XX ^ Ab Nr. dolore ; XXIV 34 A e una frazione di V^ al ser- uitore , Nr. ben seruidore ; XXVI Ah cacchia , Nr. caccia ; XXVIII 5-6 Ai Nr. sì subitamente | che la mia ulta; XVII 23 A ¥ Nr. confortiam ; XXXIV Q A e frazione di ¥ di onesta, Nr. {sposta il verso portandolo alla ottava sede ; della parola benigna- mente resta solo V occhietto inferiore del g) dhumilta ; XXXIX 9 A h Nr. et grande. Meno da fare ci darà il gruppo s formato da due soli rappresentanti, che non hanno, come pare, ne pi-ossimi pa- renti, uè caldi nò tepidi seguaci. Essi sono Capit. di Verona 445 e Magi. VI, 143 (1). Le seguenti sono le loro caratte- ristiche comuni di fronte a T^r. (cfr. B. F. iV., t. 60: chiudo in parentesi quadra la lez. degli altri mss., quando è diversa da Nr.): XX 13 Ver., Magi, questa, Nr. tutta; XXIV 30 chesalouero, s’eglie nero, [sed egli e uero hk C S , che ne sai nero MA’] ; 43 omesso gentil, non omesso; 43 mia pur quando, mia quand© ; (1) Gap. di Ver. contiene la Y. N. e rime di vari autori; Magi., dopo la V. N. anch’esso rime di vari autori, e fra queste le 15 canz. di D., che hanno quest’ordine: ^ Mgl. 1, 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15, … 17. (Nr. 1. 8. 6. 9. 10. II. 12. 18. 14. 2. 4. 3. 7. 5. 15. 2. DELLA LETTERATURA ITALIANA 201 XXVIII 4 uienelli, adiiiene eg:li, [auiene elli] ; XVI 14 parlare con altrui , parlarne altrui, [Pes. parlare altrui , il!/’ dir con altrui]; 52 nescono, escono; 58 poi cheo, quando, [quand’ io, ma h A quan- do] ; 68 lauia, perlauia ; XXXI 2 eluiso basso, cog-liocchi bassi ; XXXII 1 tracto {Magi. corr. di 2^ m. tractato) , tracto {corr. di 1^ m. tractato) ; XVII 46 uedea, ueder ; XVIII 25 gli giunse, lo giunse. Assicuratici così con prova e controprova che il nuovo ms. di Rìi,e non ebbe nascimento dai gruppi k, x, 8, ci re- sta vedere da qua! sottogruppo della tradizione boccaccesca egli ripeta i suoi non troppo fortunati natali. Il Barbi forma tre sottogruppi di b. Non pare che Nr. mostri segni di affi iiità con i due primi b* e b-. Il primo comprende due mss. : Magi. VI, 187 e Eicc. 1050 (1), che hanno in comune le se- guenti lezioni, estranee a ^SJr. (cfr. B. F.A^., t. 2 : in parentesi quadra la lez. degli altri mss. del gruppo b, quando differi- sca da Kr.) : XX 20 Magi., Rice, distruggo, Nr., gli altri mss. di b mi- struggo ; XXIV 35 E di aque, Et di ad colui, [E di a colui] ; 40 huomo, seruo ; XXX 14 tanfe nono, sie nuouo, [nono] ; XXXI 13 tornare, uenir; XXXII 8 mutar, celare, [celar] ; XVIII 42 Magi. eie tolta Jiicc. ce tolta, ne tolta ; 50 pietà, pena. Il secondo , cioè b’, è formato anch’ esso di due mss. , Magi, VII, 1103 e Pane. 9 ; ma, al contrario di b^, che non ha aderenti, il primo di b’ s’impingua di tre manoscritti, Vat. lat. 3198, Rice. 1117 e Marc. ital. IX, 333 ; e al secondo tiene bordone Marc. ital. IX, 352 (2). Metto qui a confronto con Nr. prima le caratteristiche di Pane. 9, poi le caratteristiche di Magi. VII, 1103 ; e chiudo, secondo il solito , in parentesi quadra la lez. del gruppo h, (1) Magi, ha la V. N., non le canzoni; e Rice, oltre la V. N. ha, secondo l’ordine di Nr., le 15 canzoni. (2) Di Magi. VII, 1103 e Pane. 9 abbiamo già detto che hanno la V. N. e le 15 canz. ordinatamente secondo Nr. Per gli altri t. a p. 192 ri. 202 DELLA LETTERATURA ITALIANA quando essa differisca da Nr. (cfr. B. V.N., t. 4 e 5 ; e per PaflBnità dei due ni ss. v. ]). oxxvii) : XIX 2 Pane. 9 E nel cospetto , Nr. b nel cui conspecto ; 6 e riluciente , ene lucente, [nelucente] ; XXIII 14 et Io non so, et non maccorsi ; XXIV 26 ferma, fermata; XXV 3 ualore, uoler ; 12 racchontanza, accordanza ; XXVI 2 guardate, pensate ; XXVII 9 Pecchato fu. Peccato fa ; 13 Laqual, loqual ; XVI lo chiamo di diuino, chiama induino, [chiaman diuino); 22 disciende, difende; 35 farlo auedere, starla auedere ; 70 alley, allui ; XXIX 12 talora chostui , tallora in costui ; XVII 16 Era sirotta, et recta si, [et rocta si] ; 37 manchati, smagati ; 54 maparue, apparue; 63 dicie- uano amor, diceua amor ; 84 omesso ùoi, oion omesso; XXXVl 12 per darmi salute, perdarmi più salute ; XVIII 21-22 omessi, che luce della sua humilitate | passo liceli contanta uirtute; 48 locore {corretto in locolo), locolor; 74 vscite, usate; XXX.IX4 ailor si- uolson , Allei si uolser ; XL -4: il primo cornine, è trascritto in fine, vv. JÒ-J8, Nr. lascia le cose a posto. XX 10 Maffl. VII 1103 senti, .Vr. b sentia ; XXI 12 riguar- da, riguardaua; XXII 10 perche frallu gente, perche alla gente, [giente] ; XXIII 3 nel mero, inmezo; XXIV 23 altrui, altra; 41 omesso g-li perdona, non omesso; XXV 5 miporta, mapporta, [ma- porta] ; 14 om. e agg. in marg. 2^ m. madonna la pietà che n)i difenda, wo?^ omesso; XXVII 4 selpartire, selpartir, [sei perir]; 6 tramortisce, tramortendo ; 9 fa chi tal’ allor {ma tal è stato agg. poi), fa chi ailnrn, [fu chi allop] ; 13 si crin (ma pare rifatto sulla lez. si era, come leggono i suoi affini l’ut. 3198, Ilice. HIT e Marc. IX, 333: V. B. V.N., p. exxxv, n. L), si cria; XXVIII 12 sio pur leuo, se io lieuo, [se ileuo] ; XVI 11 di suo stato , del suo stato ; 37 truouo, truoua ; 56 doue, la u ; 59 tammunischo chio to, tamunisco per chio to^ [tamunischo perchetto] ; XXX 3 ognun per lei, ognhuom uer lei; XXXI 11 A quel che sia, et quel che sia, [Ecche chessia] ; 13 omesso, et uegyioui uenir sisfigurato, [sfi- gurate] ; XXXII l chatracto sisouente, chai tracto souente {ma corr. di P m. tractato), [chatrattato souente) ; 8 morte, mente ; XVII 79 richiede, ti chiede ; XXXVI 14 si humil chosa e, Et si e cosa humil che ; XVIII 32 mentre ne ragiona, quando ne ra- giona ; 49 Et quando immaginar, quando lonmaginar, |E quando lon.] ; XXXVIII 4 Dando dolore, tanto dolore, [t. dolor] ; 13 qua- RASSEGNA CRITICA 203 lunqup, qualunque, [chiunque] ; XL (2° com.) 3 chel suo gran ualore , che il suo ualore; 8 sipartia, senpartia. Quanto agli aggregati a questi due codici che formano il sottogruppo r, si noti che in Marc. IX, 352 il testo delle poesie è stato sottoposto, prima della trascrizione a un vero rifacimento; così che in esso abbiamo (cfr. B.F.JV., p. cxxxiii): XX 4 Marc. IX, 352 prego sei creder me soflFriate, Nr. et preg-ho sol chaudir mi soffriate; 7 per la mia gran ben tate, per mia poca bontade ; XXIV 12 bara piacere desser uisitata, sosti- tuito al verso mancante nel gruppo b e in Nr. « sì com’ io credo è ver di me adirata»; XVII 32 L’anima mia allor si fu smar rita, perche lanima mia fu si smarrita ; 55 el qual mi disse non sai tu nouella, dicendomi che fai non sai nouella ; XVII 14 Ma isfog-ar mi conuiene il gran dolore, bora sio uoglio sfogar lodo- lore ; 16 In quel regno che gli angeli hanno pace, nel reame oue glìangeli anno pace. E infine , i tre aggregati a Magi. VII , 1 103 hanno in comune le seguenti lezioni caratteristicbe (cfr. B. V. N. , p. cxxxiv) : XVI 21 Vat. 3198— Rice. 1117 — Mar. IX, 333 a ciaschun, Nr. et ciaschun ; XXXII 3 cui risomigli, tu ri somigli ; XVII 23 consolici costui, de confortiam costui. Abbiamo fin qui esplorato con la compagnia del codi- cetto di Rime di Napoli le tre prime categorie in cui si ag- grujìpauo i mss. della V.N. ; e della quarta ed ultima cate- goria abbiamo pure esaminato le sue due branche b* e b”. Non resta adunque che la coda b^ : ma è una coda piuttosto lunga e alquanto ribelle, un vero codazzo di ben 48 mano- scritti, come dall’esiguo numero di codici degli altri agglo- merati era da prevedere. E naturalmente occorrerà dividere il già partito, e sezionare il già diviso, e bisezionare il già sezionato, e infine frazionare quest’ultimo prodotto, per poter ottenere classificazioni sempre piti omogenee. Il terzo sottogruppo della famiglia boccaccesca comprende 204 RASSEGNA CRITICA i seguenti 17 mss., senza per ora tener conto degli aggregati (altri 31 mss.), e per sempre di Pane. 10 , che manca delle poesie: Chig. L, V, 176; Pai. 561; Laur. Ash. 679 ; Pai. 204 ; Naz. di Nap. XIII, C, 9 ; Triv. 1050 ; Marc. ital. IX , 191 5 Ithaca D, 51 ; Rice. 1118 ; Braid. AG, XI, 5 ; Marc. ital. IX, 491 ; Marc. ital. X, 26 ; Oxford Can. ital. 114 ; Laiir. XL, 31 ; Laur. XL, 42 ; Laur. XC sup. 137 ; ì^az. di Firenze, Conv. B. 2, 1267 (1). Tutta codesta falange, o forse meglio lolla, di mss. ha le sue lezioni caratteristiche , le quali tutte, nessuna eccet- tuata, si trovano in Xr. (cfr. B. V.X., t. 7 ; chiudo in paren- tesi quadra la lez. degli altri mss. di b) : XIX 6 ¥ e nel lucente, Nr. enelucente, [nelucente] ; XVI 27 a malnati, amalnati, [o malnati] ; 49 om. « eli’ è quanto di ben può far natura » {non om. però in R. 1118, Br., M. IX 491 e Ash. 679), omesso anche in Nr. ; XXXI 4 pietra (ma M. X 26, 0.114 e R. 1118 pietà), pietra, [pietà]; XVII 7 Et l’altre, et laltre, • [e altre] ; 23 confortiam, confortiam, [consoliam] ; XXXIII 13 questa e primauera, questa e primauera, [quella e pfimauera]; XVIII 6 conuiemmi di parlar, conuienmi di parlar, [conuenemi parlar]. La concordanza di Xr. con b’ è dunque perfetta ; perchè nella prima e nell’ultima lezione si tratterà di variante piut- tosto grafica che fonetica. (1) Di Ch. L,V, 176, Pai. 561, Laur. XL, 42 e Conv. B, 2, 1267 si è già detto che hanno, oltre la V.N., le 15 canz. ordinate secondo Nr. — Di Braid., Ithaca, Marc. 491, Nap. XIIl, C, 9, Triv. 1050 e Oxf. 114 si è dato lo schema delle canzoni a p. 190 n.— Lo schema delle c^nz. di Marc. IX, 191 è questo: (M. 1. 2. 3. 4. .5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. (Nr. 4. 1. 13. 14. 11. 9. 2. 5. 16. 3. 6. 10. 12. 8. 7. 17. 18. (M. 18. 19. 20. 21. 22. (Nr. 15. 24. » » » Di M. 20. Poscia chHo ho perduta ogni speranza : 21. Verlù che’l ciel movesti a si bel pimlo ; 22. Voi che savele ragionar d’Amore, Negli altri mss, mancano lo canzoni. DELLA LETTERATURA ITALIANA 205 Ci T’osta vedere a quale divisione, o sezione, o frazione di b’ s’inserisce il nostro ms. Una prima partiz?^ne divide il sottogruppo b^ in due grandi branche ; la prima delle quali, che col Barbi chiameremo k^- mc, comprende 37 mss., e la seconda 11. Naturalmente k^- mc si suddivide prima in k” ed me ; poi k- forma due sezioni, la seconda delle quali offre 1′ ultima bipartizione ; compatta si presenta invece la seconda branca , più povera di mano- scritti (1). Esamineremo col confronto di Nr. ciascuna di codeste fratture a tipo dicotomico. A k”^-mc ^ippartengono i primi 18 mss. dei 17 sopra nominati ; essi hanno le seguenti varianti caratteristiche di fronte a 2!s^r. (cfr. B. V.N., t. 8) ; XXI 12 k^-mc riguarda, JVr. rig-uardaua ; XXVI 11 chel solo (chei solo), che solo ; XVI 40 cosa, offesa ; XVII 18 uoce uergo- gnosa, uista uergog’nosa ; XXXIV 6 Umilemente donesta uestuta, ::::g::::::e dhumilta uestuta {abbiamo già detto che il verso in Nr. è spostato), [Benignamente] ; XXXIX 10 si spande, spande. (1) In questa tavola sono rappresentati graficamente i vari ag- gruppamenti , col numero d’ ordino che i singoli mss. iianno nella descrizione che ne fa il Barbi nell’ Inlrocl. delia V. N. b» k^ – me 2. 18. 10. 17. 34. 28. 32. 38. 23. 26. 33. 31. 37. 21. 35. 37. 53. 54. 57-75. k-‘ me 2. 18. 10. 17. 31. 37. 21. 35 34. 28. 32. 38. 37. 53. 54. 57 23. 26. 33. -72. 73. 74. 75 Pai.N&c. 2. 18. 10 17. 34. 28. 32. 38. 23. 26. e 53. I ‘al. N 17. 34. 28 32. 38 23. 26 33 . 6. 7. 9. 21. 25. 42. 43. 44. 45. 46. 47. 15. 22. 16. 19. 48. 49. 50. 52. b’ vd. qui a lato 1. 27. 53. 54. y 5. 35. 3. z 39. 4. 13. 11. 30. 14. 206 RASSEGNA CRITICA Questa breve esplorazione nelle dense file di k^-mc ci consiglierebbe ad abbandonare ogni speranza di trovare nel suo poderoso accampamento buona aofioglienza per ì^v. Tut- tavia vediamo se nell’una (k~) o nell’altra (me) delle sue divisioni c’è posto, o almeno qualche segno di riconoscimento. E cominciamo con k’. Come si è detto, questa frazione si scinde in due sezioni ; e appartengono alla prima sezione i primi 3 mss. dei 17, cioè Cliig. L, V, 176 ; Pai. 561 ; Laur. Asb. 679 (nn. 2, 18, 10 della tav. di classif.) ; lo Stato Mag- giore, per dir così, della prima divisione. Il quale si mostra impenetrabile. Le lezioni caratteristiche che ci dà il Barbi per dimostrare l’affinità fra codesti tre mss., si riducono forse allo stringer dei conti ad una sola, che è poi della prosa ; e della prosa sono pure le lezioni comuni a Pai. 561 e Ash. 679 ; per le rime questi due mss. hanno in comune la sola variante XX 19 allegrezza , dove la rima richiede allegranza (Xr. allegranza) ; ed è poi significativo che mentre Pai. ha in XXII 15 ingnia invece di in gaia, Ash. ha In mia (Nr. in gaia) (1). Abbandoniamo dunque al suo destino codesta prima sezione di k”, e passiamo alla seconda. Ad essa appartengono Pai. 204; Xap. XIII, C, 9 ; Triv. 1050; Marc. 191; Ithaca D, 51 ; Rice. 1118 ; Braid. e Marc. 491 (nn. 17, 34, 28, 32, 38, 23, 26, 33) ; ed ha, oltre una bella sigia di ragion com- merciale. Pai. – N&c, le seguenti caratteristiche (cfr. B. V. ¥., t. 14): XXI 8 Pai. suoura iVct-c. scura, Nr. suora; XXV 7 Pal-Nécc. Et se saccordan, Nr. et sol saccordano ; XVII 8 in mezzo piangia, meco piang-ia ; XL {2° com.) 11 dolenti, dogliose. Ma per la tendenza birifrangente del sottogruppo, anche la ditta si scinde ; e Pai. 204 mantiene in proprio le seguenti varianti ed omissioni (cfr. B. V.K., t. 15 : in parentesi quadra le altre tradiz. che differiscano da Nr.) : XVI 14 Pai. 204 dir con altrui, Nr. da parlarne altrui ; 16 (1) Ash. 679 del resto, o meglio un suo ascendente smarrito, ha rifatto il testo delle poesie sulla Giuntina; v. B. Y.N., p. CLxi, t. 10. bELLA LETTERATURA ITALIANA 207 spano Manco invece di sire, Nr. siri ; 23 spazio Manco invece di Dio, I^r. idio ; 43 Dice sei amor. Dico di lei amor, [dice] ; XVII 73 dolce teg-no, dolce titeg-no ; XXXIII 10 la uisiera, lauiera, [la ouio era] , XVIII 63 per eh’ io uedesse, pur chio uolesse. N&c. da parte sua ])resenta queste caratteristiche (cfr. B. F. JV., t. 16): XX 15 Nifcc. preso, Ni’, pouer ; XXI 8 del su honore, dello- nore ; XXII 7 nemica, mendica; 18 le sue proprietà son cono- sciute, per le proprietà sue conosciute (1) ; XXIV 7 Hauer doure- sti, douresti hauere ; XVI 3 speri, creda; XXXIII 14 quell’altra, et quella; XXXIV 4 mirare, g-uardare ; XXXVI 5 il suo ualore, si ilualore ; XVIII 21 humanitate , humilitate ; 61 sommo cielo, secol nouo ; XXXVIII 7 patirai, porterai. Come si vede , ne la prima ne la seconda particola di quest’ ultima frazione di k^ vuole averci che fare con Nr. Sicché bisogaa rassegnarsi a lasciare da parte la caterva al quanto anarchica capitanata dal Chig. L, V, 176. E passiamo al secondo termine di k^- me, alla suddivi- sione me, capitanata dal Marc. X ital. 26, a cui si unisce Oxford 114 (nn. 31. 37: cfr. B. F. JV,, t. 22; in parentesi (1) Il Beck (non nell’ediz. critica del 1896, ma in Bibl. romanica 40) ed il Babbi, ed anche Io Scherillo, preferiscono stampare ‘ca- nosciute’, mentre è più probabile che D. dal lat. ‘ cognosco ‘ abbia scritto invece ‘conosciute’, come del resto hanno tutti i rass., eccetto Chig. L, Vili, 305. Ma codesta fantasia del preteso colore arcaico da dare, o da lasciare, alla V. N., non ha spesso altro fondamento che nella fonetica o nella grafia dei singoli copisti. Il Beck, peres., nel solo primo paragrafo della Y.N. stampa {Bibl. rom., 40): giragione, sacretissima, chamera, perce^oni, spegialmente, innangi dicho, sen- gnoreggiò , singnoria , imaginatione , cercliasse , puerigia , filgluola, mecho, baldanza, regesse sanga, consilglio, palagrafi. E mi corrono alla mente i versi di Catullo (Carm. lxxxiv ; cito dalla bella ediz. crit. del Pascal) : Chommoda dicebat, si quando commoda vellet Dìcere, et insidias Àrrius hinsìdias, Et tnm mirifice sperabat se esse locutum, Cum quantum poterat dìxerat binsidias. 208 RASSEGNA CRITICA quadra la lez. degli altri mss. di b’, quando è discordante da Nr.) : XXI 12 Marc. 26, Oxf. 114 poi rig-oarda, Nr. et rig-uar- dava, [k riguarda, Pal-N^c. risguardaua] ; XXIV 34 al servitore, ben seruidore [J^ ben (bon)] ; 35 colei , colui ; XVII 72 fermata {ma Marc, sovrappone un o ad e), formata; XXXV 11 per se, per lei; XXXVI 7 uita {Marc, in marg. di 1.^ m. al’ anima), anima ; 10 gli spiriti andar {ma aggiungono di 2.^ m. miei), li- spirti miei andar; XXXVII 9 lei, lor; XXXIX 2-3 un sono di pietà che uà chiamando ] la morte tutta uia, iui son di pietate | che uà chiamando morte tuttauia, {un sono] ; 7 Marc, che la suo biltate {Oxf. nobiltate, ma no è cancellato), della sua beliate ; 13 sino, siue. Nr. dunque si allontana anche dai capilista di me, pur tenendosi sempre stretto a b^. Ma vediamo nei rapporti tra Marc. X, 26 e Oxford 114 , da quale dei due egli si scosti di meno (cfr. B. V.N., t. 23) : XIX 5 Oxf. atterrate, Marc, atterzate, Nr. aterzate ; XXII 20 speri mai dauer, speri mai auer, speri mai ueder ; XVI 29 disiata in sommo cielo, disiata inlaltro cielo, disiatan sommo celo ; 66 se puoi esser, se puoi desser, se puoi desser ; XXXI 6 suo dipinto, suo dipianto, suo dipianto; XXXII 8 tanto, punto, puncto ; XVII 8 chenmezo, che meco, che meco ; 83 lieta, bella, bella ; XXXVI 5 omesso in Oxf., Nr. ha Pero quando mitolle si ilualore. Di codesti nove luoghi, in sette Nr. sta con Marc, in uno con Oxf. e in un altro discorda da tutti e due. A codesta sezione (me) della prima branca (k”-mc) di b^ si innestano 1 numerosi codici di Rime scelte (1); perchè (1) Le poesie della V.N. chiamate qui /2iwe sceZ^e, sono queste e in quest’ ordine : R8C. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. ) Nr. 16. 17. 18. 20. 24. 28. 29. 38-39. 40. » » I nn. 10 e 11 sono sede di Beh peregrini e Olire la spera. Hanno codeste Rime se. e lo 15 canz. della tradiz. bocc. e, quasi tutti, an- che Io mi son pargolella e Ai fals ris, i numeri 57-72 della tav. di DELLA LETTERATURA ITALIANA 209 tutti leggono XXTY 84 al serultore (Nr. ben seruidoré) ; e ge- neralmente, XVI 67 con ■momin cortese (Xr. con hnomini cor- tese) ; XXXIX 13 sine gentile (Nr. sme gentile, come anche Triv. 1052). Veramente tutto codesto sciame di ms. di raccolte di rime non ha nulla che vedere con Nr., come si può giudicare dai caratteri esterni, fatta eccezione per i numeri 21, 35 e 37 che hanno anche la V. N. Tuttavia essi potrebbero far capo a un ms. smarrito, dal quale Xr. ci conserverebbe una tra- dizione , forse più genuina , certamente più completa e più ordinata. A ogni modo, fondamentalmente, dice il Barbi classif. ; cioè: Laur. med. pai. 85; Naz. di Fir. II, iv, 102; e II, iv, 126 ; Pai. 182; Rice. 1127, 1144, 1340, 1040, 2823; Comun. di Siena I, vili, 36 ; Cliig. M, IV, 79 e VII, LIV ; Comun. di Bologna C, IL 22 ; Trlv. 1052; Oxford 50 e 99. E 1 numeri 21, 35, 37, 53 e 54 (Naz. di Fir. Conv. B, 2, 1267 ; Univ. di Strasb. L, it. 7 ; Oxf. 114 ; Magi. VII, 722 e Laur. Strozz. 170), dei quali si è già detto. I numeri 73, 74 e 75 (Naz. di Fir. Conv. F, 5, 859; Rice. 1143; Laur. Stro/.z. 171) hanno anch’essi Rime se, ma in quest’ordine: 173. 1. 2. 3. 4. 5, 6. 7, 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. ^Nr. 1. 16. 17. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 18. 10. 11. 12. 13. 14. 15. f73. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. ( Nr. » 38. 20. 24. 28. 29. 40. » » ». II n.° 19 è sede di Ai fals vis ; 26 di Beh peregrini; 27 di Oltre la spera; e 28 di lu mi san pargoletta. Come in 73, sono disposte le rime anche in 74 ; occorre in 75 una piccola variante ; fra Am,or da che convien (18^ di 73) e Ai fals ris (19.*) è inserita lo non posso celare, che nei primi due cod. è fuori di serie. Si avvicina a questa classe di mss. Marc. it. Z, 63, ora n. 4753 (v. Catal. dei Codici Marc, it. a cura della Direz. della Bibl. di S. Marco, Modena, 1909, voi. I, p. 59 sgg.), le cui rime, « Canzon moral. de Dante», hanno questo ordine : ( Marc. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10, 11. 12. 13. 14. 15. 16. ^Nr. 16. 17. 18.38-^9. 2. 3. 5. 6. 1. 8. 7. 9. 10. 11. 4. 13. (Marc. 17. 18. 19. 20. 21. «Nr. 12. 14. 15. » . II n.° 20 è sede di Ha faos ris, e 21 di Una dongella humille e piatossa. Rass. Crit., XXII. 14 210 RASSEGNA CRITICA (p. CLXi sg.), hanno tutti la lezione di b^ (e di Nr.) : (XVI 27 a malnati ; 49 omesso ; XVII 23 confortiam ; XVIII 6 con- uiemmi di parlar); anzi, soggiunge il critico, di k^ – me (XVI 40 cosa^ ma Nr. offesa ; XVTI 18 noce uergognosa, ma ìfr. uista uergognosa), e codesta sarebbe una riprova che Nr. si allontana da essi. Ma si è detto fondamentalmente, perchè codeste lezioni di b^ e particolarmente di k^-mc, non sono di tutti i ms. di Rime se. (cfr. B. F.iV., t. 25) : 37 legge infatti e malnati, 35 i malnati, 63 « mal dannati ; 35, 73-75 cosa, ma tutti gli altri offesa (37, 65 cosa e in marg. offesa); XVI 49 è omesso solo in 73-75; noce uergognosa è solo di 37, 73-75, gli altri hanno uista; 35 e 61 hanno consoliam, non confortiam; 67 Conuiemmi riparlar, 61 conuiemi parlar, 58 conuien di parlar. Insomma, a me pare di poter conchiudere con tranquilla coscienza, che, se Nr., come par certo, appartiene a b^, non s’inserisce tuttavia in nessuna delle fratture di k^-mc. E così resta fuori combattimento tutta la grande armata dell’ ala destra. Non restano che pochi codici ; e se neppure con essi vuole direttamente averci che fare il codicetto di Napoli, diremo che, se non gli è accaduto, contro sua volontà, di restare imboscato, gli accadrà senza dubbio, forse anche contro il suo volere, di farsi trattare per un originale ; il che, spe- cialmente nei tempi che corrono, non sarà piccolo vantaggio. Comunque, ci resta da esplorare 1′ ala sinistra di b’^, la se- conda divisione principale, formata di cinque codici che amano piuttosto vita solitaria [1). Essi sono : Laur. XL, 31 ; Laur. XL, 42 ; Laur. XC sup, Ì37 ; Naz. di Firenze, Conv. B, 2, 1267 ; cioè, gli ultimi quat- tro dei 17 di b^; a cui si aggiunge Frammento dell’ Arch. di Stato fior. (nn. 6. 7. 9. 21. 25). (1) B. V. N., p. CLxvi : «Questi cinque codici che restano fuori del gruppo principale di b^ non hanno lezioni a comune da far sup- porre che costituiscano un gruppo speciale di fronte a k^-mc , e il loro aiuto per la ricostituzione critica di b’ è quindi più efficace». Per la loro composizione v. p, 204 n. DELLA LETTBRATURA ITALIANA 211 Lezioni caratteristiche di Laur, XC snp. 137 di fronte a Xr. (cfr. B. V. N., t. 27): XIX 8 Laur. honore, jr. ho ito re ; 13 paurosa, pauentosa ; XX 9 intucta, inuita ; XVI 4 sforzar, i sfoga r ; XVII 52 parlare, per laere ; XVIII 1 pro[>rieta, per pietà; 20 g-ratia benignitate, gran benignitate. E di Conv. B, 2, 1267 (cfr. B. V. y., t. 28) : XIX 2 Co7W. pronto, Nr. presente; XXI 5 uilla mòto, uillana morte; XXII 15 Magia giouintute, ingaia iuuentute ; XXXIII 4 allegro che, allegro si ch(apena) ; XXXIV 10 cheapre, che da per ; XXIV 1 Ballata inonuo, BJallata io uo ; XXXI 4 diuentato, diuenuto ; XXXV 14 di dolcecca, in dolceza ; XXXVII 7 lascio lo piangner, lasso dipianger ; 9 lo chiamar, lor chiamar. Pare che vi sia qualche -affinità tra codesti due mss., per- <3hè hanno alcune lezioni comuni, che sono poi soltanto della prosa. E pare anche che proprio a Conv. B, 2, 1267 (il quale, avendo a parte le Rime se. e le 15 canz. col solito codicillo di Io mi son pargoletta e Ai fals ris, nella V. X. dà soltanto di codeste rime scelte il primo versoj, pare, dico, che pro- prio a Conv. B, 2, 1267 si congiungano i sei mss. di sole rime (nn. 42-47), di cui abbiamo già fatto cenno; i quali certamente per la loro formazione sono i soli codici più vi- cini a Nr. Essi sono : Xaz. di Fir. II, li, 40, che ha ordinatamente tutte le poesie della V. N., più le 15 canz., Zo mi son pargo- letta e Ai fals ris : Magi. VII, 1076 ; Rice. 1108 ; Civ. di Rovereto ; Naz. di Par., ital. 545, che hanno anch'essi ordi- natamente tutte le i)oesie della V. N., più le 15 canz.. Ai fals ris e Io mi son pargoletta ; e infine Xaz. di Par., ital. 548, , che è come il precedente, salvo che Amor tu vedi precede, non segue Al poco giorno. Ed hanno in comune le seguenti lezioni speciali di fronte a Nr. (cfr. B, V. y., p. clxy) : XXV 2 ueritate, A>, uarietate ; XXX 7 fuggendo innanzi, fugge dinanzi; XVII 19 uolto, uiso ; XXXII I 9 uenna, uanna. 212 RASSEGNA CRITICA E tutti, meno Civ. di Rovereto, concordano anche in que- ste altre lezioni : XXII 7 nemica, Ar. mendica ; XVIII 62 potesse, sapesse ; XL (2° com.) 3 omesso che il suo ualore di Nr. Non pare dunque che Nr., salvo alcuni caratteri esterni, abbia niente di comune con codesti codici di sole rime. Che essi tuttavia appartengano a b, anzi a b^, il Barbi (p. clxv) afferma non esserci alcun dubbio ; perchè occorrono in essi tutte le lezioni caratteristiche di quegli aggruppamenti, seb- bene sia reintegrato il testo in XVI 49. E che d’altra parte, fra i mss. di b^ abbiano più stretta affinità con Oonv. B, 2, 1267, è dimostrato dalle seguenti lezioni che hanno in co- mune con esso : XXXI 4 diuentato ; XXXIV 10 che apregli (Naz. di Fir. II, ii, 40 : uà per gli) ; XXXVII 7 lascio lo ; 9 lo chiamar y estranee tutte, ‘ come abbiamo veduto, a Nr. » A Laur. XL, 31 è affine il Framm. fior., che non c’in- teressa. C interessano invece le lezioni caretteristiche del primo. Le quali sono (cfr. B. F. iV., t. 29; di fronte è posta la lez. di Nr. ed in parentesi quadra la lez. degli altri mss. discorde da Nr.) : XXI 5 Laur. mente, Nr. morte ; XXIII 1 altero per uon, lal- trier per un; XXVI 6 più trame, più centra a me; XVI 43-56 omessa tutta la stanza in Laur., solo il v. 49 in Nr. ; XVII 56 morta era, morta e ; 57 Lauaua, Leuere, [Leuaua] ; XL (2’* com.) 7 osospi ri,’ asospiri. Tutto chiuso in sé resta Laur. XL, 42, perchè né ha fatto sue le caratteristiche di alcuno dei mss. coi quali si trova accomunato, né delle sue caratteristiche si trova trac- cia in alcuno di essi. Le quali sono (cfr. B. V. N., t. 30) ; XXIII 13 si gran pianto, Nr. sigran parte; XXIV, 26 chon si ferma, Nr. con si fermata ; XXXVIII 4 misembra, in Nr. è illeggibile, [masembra]. • Esplorate così a parte a parte le tre diramazioni di b, DELL V LETTERATURA ITALIANA 213 ci corre 1′ obbligo di dire qualche cosa intorno ai mss. che formano, per così dire, il tronco del grande albero boccac- cesco. Essi sono : Oapit. di Toledo, 104, 6 ; Laur. XC sup. 136 ; e Kicc. 1054 (1). Ciascuno ha lezioni speciali ed è in- dipendente. Esse sono appena tre o quattro nel Toledano, tutte della prosa ; in buon numero negli altri due (Barbi, V. N’., p. CLXVi) ; ma delle rime della V. N., il Laur. XC s. 136 ne ha due sole : XVI 23 duna donna (gli altri mss. di b e Nr. dimadonna) ; e 27 dica allonferno (gii altri mss. di b dira nellonferno, Nr. dira allonferno) : e il Rice. 1054 altri due : XX 1 pensate (gli altri mss. di b e Nr. passate) ; e lA da mio (altri mss. di b e Nr. damoroso). Pare, secondo le conclusioni del Barbi, che b* b”~ b^ e Laur. XC s. 136 formino, di fronte al Toledano, un gruppo a se, b*. Ma il ms. di Toledo non deriva da b* ; proba- bilmente b* deriva dal Toledano , che verosimilmente è di mano del Boccaccio. E il ms. di Rime della Naz. di Napoli ? Se di Laur. XC s. 136 non ha duna donna, ha però allonferno. Ma vedremo meglio dopo l’esame delle quindici canzoni (2). I confronti che a questo punto faremo pel testo delle canzoni morali o distese, tra alcuni codici e il nuovo ms. di (1) Dei primi due abbiamo già detto che hanno, oltre la V. N., le 15 canz. senza codicillo, e nell’ordine di Nr. Il terzo, Rice. 1054, contiene un frammento della V. N. e sei canz. : Cosi nel mio parlar, Voi che intendendo. Amor che nella mente, Le dolci rime. Amor che muovi, Tre donne. (2; Ai codici di’ filiazione incerta (v. B. V. N., p. ccxlv sgg.) ap- partiene Gas. d, V, 5, la cui tavola delle rime è a p. 190 n. Esso ha 1.”: lezioni di b Nr. : XX 6 dolore ; XXXI 11 che che sia (Nr. quel che sia); XXXIl 14 caduta moria ; XXX VII 8 5/b^/ie>’ei; ma non manca come b e come Nr. di XXIV 12 ‘ Si com’ io credo è ver di me adi- rata’ ; ha 2.° : varianti speciali di b» Nr. : XVI 27 amalnati ; XXXI 4 pietra ; XVII 7 Et V altre ; ma si discosta da b-‘ Nr. in XIX Q n’ è lucente (Nr. ene lucente j XVI 49 non omesso (‘Nr. omesso) ; XVII 23 consoliam (Nr. confortiam) ; XXXIII 13 Quella è primavera (Nr. que- sta e primauera) ; XVIII f> Conv^ìnmene parlar (Nr. conuienmi di parlar); ha 3″: lezioni di b* : XXX 14 TanV e nouo {ìiv. sie nuouo); 214 RASSEGNA CRITICA Rime, confermano le conclusioni a cui siamo venuti per le= rime della V. N. Varianti della Stampa Veneta del 1518, che provengono^ da Marc. ital. IX, 191 e suoi affini, cioè Oxf. 101, Triv. 1053, Laur. pai. 118 (1) (cfr. B. 8t. s. Ganz., p. 84 sg.). 125 Ven. Di rodermi lo cor a scorza a scorza, Nr. rordermi cosil core ascorza ascorza ; 33 Ond’ ogni nel penser bruca (ma Marc. Onde og-ni pensier), ciò che nel pensier bruca; 34 La sua uertu si eh’ io abbandono l’opra, la mia uirtu siche nallenta lo- XXXI 13 tornar (Nv. uenir) ; ha 4″ : varianti caratteristiche di k^-mc : XXVI 11 cWe solo (Nr. siche solo) ; XVI 40 cosa (Nr. offesa) ; XXXIV 6 Humilemente d’honesta (Nr. [beni}g[,iameuf}e dhumiUa) ; XXXIX 10 si spande (Nr. spande) ; anzi 5″ : di N«fec. : XXII 18 Che le sue pro- prietà son conosciiite (Nr. che perle proprietà sue conosciute); XXXIII 14 quell’ altra ha nome ( Nr. et quella a nome) ; XXXVIIl 7 patirai (Nr. portemi ) ; ed infine 6″ : offre qualche variante anche dell’ ala sinistra di b« (nn. 42-47): XXXI 4 par diuentato (Nr. par diuenuto). (I) Di Marc. IX, 191 v. p. 204 n. : é il n.^^ 32 della tav. di clas- sif., od appartiene a N&c, ultima frazione di b^ Oxf. 101 contiene le stesse canz. e nello stesso ordine di Marc. IX, 191, salvo che omette la 22.” : Triv. 1053 contiene anch’ esso le stesse rime e nello stesso ordine di Marc; ma omette la 21.* e la 22.- cioè Vertù che H del mouesti e Voi che sauete. Laur. pai. 118 ha invece le canz. in quest’or- dine e con queste omissioni : i Lp. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18 INr. 1 4. 1. 12. 8. 17. 11. 9. 5. 16. 3. 14. 6. 10. 13, 18. » » Mancano i nn. 2, 7, ISdiNr.; probabilmente il n. 1 era rappre- sentato da uno di questi tre. I nn. 17 e 18 di Lp. sono sede di Ai fals ris e Io non posso celare. — E la Ven. 1518 {Canzoni di Dante, Madngalidel detto, ecc.) ha questo schema: Vsn. 1. 2, 3. 4. 5. 6, 7. 8, 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. … 23. Nr. 1. 2. 3 4. 5. 6, 8. 10. 9. 13. 16. » » 17. 18. 15. 7. S Ven. 24. 25. 26. … ( Nr. 12. » , Manca 11 Poscia eh’ amor, e 14 Doglia mi reca. I nn. 12, 13, 25 « 26 della Ven. sono sode di lo miro i crespi. La bella stella. Io non pensava, Poscia eh’ io ho perduto. DELLA LETTERATURA ITALIANA 215 pra ; 35 Ch’ ella ma messo, el ma percosso; 48 Et poi mi, eg-lì mi ; 54 Lo cor di quella, lo core alla ; 58 scherana micidiaia k latra (ma Marc, e Oxf. humicidiaia, Triv. humicidaia, Laur. jml. micidiale), scherana micidiale et latra ; 61 Che tosto diceria, che tosto g-riderrei ; 73 Vendeta ne farei {ma Laur. pai. uendecta n» faria), io mi vendicherei ; 77 Et uingereimi del lo fuggir che sface {ma Marc, e Oxf. Per uendicar il strugger, e Oxf. in marg. lo fuggir; Triv. E uengieriemi del fuggir; Laur. pai. Et vendi- creami delfuggir) , per uendicar lo fuggir che misface ; XVI 17 Merauiglia d’un atto, marauiglia nellacto ; 18 D’un angiola che {ma Triv. in anima che, Laur. pai. duna anima che), duna anima che ; 19 II ciel che non ha più altro {ma Laur. pai. lo cielo che nona altro diffecto), lo celo che non haue nitro difecto ; 23 Et parla Dio, che parla idio ; 25 fìa quando mi piace [ma Marc, sia quand’ a me , Oxf. sia quaiido mi , Marc, e Oxf. in marg. fìa quanto a me, Triv. e Laur. pai. fìa quando mi), omesso tutto il V. in Nr. ; 26-28 È nel mondo un che perdendo lei intende | D’an- dar giù ne r inferno agli mal nati | E ueder la speranza de’beati {così nel testo anche i tre mss. Marc. Oxf. e Triv., salvo che leg- gono nello inferno invece di giù ne 1′ inferno ; Marc, e Oxf. hanno pure a pie di pagina la lez. genuina, e questa è altresì nel testo di Laur. pai. elli uè alcun che perdar, che dira nellinferno ali- malnati), laoue alcun che perder lei sattende | et che dira allon- ferno amalnati | io uidi lasperanza debeati ; 33 ne cor uillan d’Amor un gelo, necori uillani amore un gelo ; 53 Che gli occhi fieren a qual huom la guati {ma Triv. gli occhi fierono a qual hon> gli guati, Marc, e Orf. sono tornati alla lez. genuina, e Laur. fai. ha che fieron gliocchi aqualgliaguatati), che fieron glioccni aqual che lor gliguati ; XII 18 Per soccorrer suo seruo , per soccorrere al seruo ; 30 Ch’ io son condutto al fin di mia possanza, chio sono adfine della mia possanza ; 31 Et ciò dovete uui conoscer, et ciò conoscer uoi douete ; 39 Che morte uia tosto ed è più amara {Laur. pai. che morte napiu tosto e più amara), che [morte na] p[iu tosto e] più amara ; 41 Et che dar mi potete {ma Laur. pai. far), et che far mi potete ; 42 più si posa, più riposa ; 44 che ‘n uoi honor, chauoi honor ; 47 E ‘1 si e ‘1 no di ciò in uostra mana {Marc, di no, Laur. pai. i si elno di uoi), chel si elno tututto in uostra mano ; 48-49 Ond’ io grande m’ ingegno | La fede eh’ io mantegno {ma Marc, ond’ io grande, mantegno e suW a. di man è posto un ì La, fede eh’ io mantegno e in marg. ui assegno; Triv. 216 RASSEGNA CRITICA grande mcn tegno | La fede eh’ io mantengo ; Oxf. Ond’ io grande m’ integno | La fede eh’ io niantegno e in marg. u’assegno ; Laur. pai. grande mi tegno | La fede chio nassegno), ondio grande mi- tegno I la fede chio uassegno ; 51 che certo chi ui mira {Marc, Oxf. e Laur. pai. hanno la lez. comune), che ciaschum che ui mi- ra ; 53 Dunque uostra piotate {Laur pai. , Marc. marg. e Oxf. marg. salute), Dunque uostra salute; 56 Ma sapiate chel suo en- trar si troua {Mao-C. Oxf. Triv. Ma sappiate eh’ al suo entrar , Marc, e Oxf. in marg. anche la lez. comune, Laur. pai. Ma sappi che lentrar di lei si troua), ma sappi challentrar di lui sitroua ; 59 Si che 1′ entrar {Laur. pai. Perche lentrar) , perche a tutti lontra re. Varianti di :N^az. di Nap. XIII, C, 9 e Triv. 1050 nella canz. Le dolci rime, aggiunta in questi due mss. alle 14 del gruppo ìf&c, di fronte a Nr. (cfr. B. St. s. Canz., p. 236 n. : in parentesi quadra , quando sia discordante da IS^r., è ag- giunta la lez. di Laur. XC inf. 37, « che è conforme a quella dei codici autografi del Boccaccio, così del capostipite di To- ledo, come del Chig. L, V, 176 ») (1): IV 35 Nap. XIll, C, 9 ; Triv. 1050 che può dicer i fui, Nr. 1 qual può dire io fui , [il qual] ; 41 Chi difinisce huom legno animato, Chi difiìnisce legno huomo animato ; 43 Et doppo ‘1 falso, poi dopol falso, [dopo il] ; 44 Ma più forse non uede, ma forse più non uede ; 45 fu che tenne impero, fa chi tenne impero, [fej ; 46 In diffinire errato , in correggere errato ; 70 Che sien tutti gentili , che tutti sien gentili ; 74 Perche antelletti sani , chaglintellecti sani ; 77 Et dallor mi ri mono, et ad ciò mi rimuo- uo, [Et da ciò] ; 78 Et dicer uogjio homai si come sento, et uo- glio dire ornai comio sento, [Et uoglo dire homai come io sento]; 79 e da che uene, et donde uiene, [et onde] ; 94 Per eh’ un me- li) V. p. 19U n.— Nap. XIII, C. 9 e Triv. 1050 sono rappresentati dai nn. 34 e 28 nella tav. di classif., nell’ultima Vii’ifrazione di b^ : Tolodano e Chig L, V, 176 dai nn. 36 o 2, il primo nel tronco di b, ed il secondo nella S.’^ birifrazione di b» ; Laur. XC inf. 37 (cfr. Bandini, Calai. V, 435) non ha niente della V. N. ; ha le 15 canz. nel rordkie di Nr., alle quali seguono altre quattro, 16 /o non posso celar, 17 Non spero che f/iainmai, 18 Alta speranza , 19 0 patria degna. DELLA LETTERATURA 1TALLA.NA 2 17 desmo detto, che per- medesino decto ; 98 l’una ual ciò che l’al- tra uale, ma se pur luna quanto laltra uale , [luna ual quanto altri uale] ; 111 Ouer il g-ener lor chio misi auanti , ouer dal g^ener loro chio misi auanti, [missi] ; 127 acconcia di beltate, adorna dibiltate, [biltade] ; 132 Et ne la sua senetta, poi nella sua senecta ; 143 In parte doue sia, in luogo doue sia ; 145 Tu le puoi dir, omesso tutto il v. in Ni’., [Potrale dir]. p]videntemeute il codicetto di Rime si scosta dal suo conterraneo più i)iugue e più fortunato, e dal più fedele se- guace di lui, e risale proprio alla migliore tradizione boccac- cesca. Se questa sia impura e 1′ altra (a cui hanno fatto capo per la canz. Xe dolci rime , il Napol. e il Triv.) sia « più pura », è altro discorso. E ciò è confermato dal fatto che alcune lezioni, proba- bilmente congetturali, i)er non dire arbitrarie, notate dal Boc- caccio nei margini di Chig. L, V, 176 , si trovano nei mss. di Nifec. (ed anche in Laur. XC inf. 37 e Naz. di Par. 554 (1) ) introdotte nel testo in luogo delle lezioni legittime, mentre Xr. conserva le legittime lezioni (cfr. B. 8t. s. Ganz., p. 241 n.) : VI 7 Ch. pur chio uog’lio e in marg. e. quanto io uog’lo, NS:c. quanto uog-lio {Laur. Par. quantio uoglio), Nr. più chio uog-lio ; XII 47 Ch. no tututto in uostra e in marg. in corrispondenza di * tututto ‘ si ha uel di me, Nécc. Laur. Par. no di me in uo- •stra, Nr. no tututto inuostra ; XIII 25 Ch. la treccia lag-rimosa e in marg. uel faccia. Nóce. Laur. Par. la faccia lacrimosa , Nr. la treza lag-rimosa. Ed è degno di nota che, mentre Ohig. L, V, 176 concorda con tutti codesti mss. di sapore aragonese nella falsa lezione di IX 5 Allo raggio lucente, Nr. ha per lo raggio lucente, ed inoltre si)08ta i vv. 5 e 6 scrivendo : 5 si ditrauerso chelle si/a uelo I per lo raggio lucente che lanforca. Ed un’ altra conferma si ha in ciò , che degli errori e (1) N&c. , Laur. XC inf. 37 e Par. 554 sambra che derivino dalla Race. arag. (v. Barbi, St. s. Canz., p. 228 sgg.). Di Laur. ab- biamo detto nella nota precedente : Par. è, quanto alla sezione dan- tesca, come Laur. 218 RASSEGNA CRITICA delle lacune di N&c, Laur. XC inf. 37 e Par. 554, nel nuovo ms. non vi è traccia (cfr. B. 8t. s. Canz., p. 241 sg.: segno in parentesi quadra la lez. di Toledano, Rice. 1083, 1085 e 1035^ Laur. Red. 184, e Chig. L, V, 176, quando differisca da Nr. in qualche particolare). Ili 68 iVttc. Laur. Pai’, qual donna intende sua biltate, Nr. qual donna sente sua biltade, [biltate] ; 77 Nttc. Hor di chel ciel Laur. Par. Dice chel ciel sempre , Nr. dico chel ciel sempre; V 45 nel effecto poter , nelleffecto parer, [nello effecto] ; XIII 55 Nckc. amor un pò più tardo Laur. Par. amor un poco più tardo, Nr. amore un poco tardo, [Laur. Bed. Ferinno amore i sospiri vn pò tardo, Nr. Fenno i sospiri]; 57 che pria furon satolli, che prima furon folli ; 87-88 in N&c. Laur. Par. omessi , Nr. che morte al- pecto ma posto le chiane | onde sio hebbi colpa, [posta la]. Se le cose stanno (come par certo che stieno) per la Raccolta aragonese come vuole il Barbi, che cioè le 15 can- zoni fossero in quella antologia nella lezione conservataci da N&c, Laur. XC inf, 37 e Par. 554, il nuovo ms. di Rime non ha nulla da spartire col famoso Libro di Ragona. Le discrepanze tra Chig. L, Vili, 305 (gruppo k) ed il nuovo ms. di Napoli per le canz. sono tante, che non vi é quasi verso che non offra qualche varietà di lezione. Nella tavola seguente segnerò le piìi caratteristiche. I 6 Chiff. per lei, Nr. per lui (= G. S. Cas. ha per esso) (1) ; 14 scudo (= G. S.), schermo (= Cas.); 33-34 ciò e chel pensier (1) G. = Giuntina ; S. = Sermartelli ; Cas. = Casanatense. La Giuntina (Sonelli e Canzoni di diversi autori toscani in dieci libri raccolte, Firenze per li lieredi di Philippe di Giunta, M. D. XXVII) ha nel primo libro tutte le rime della V. N. nell’ordine che in essa hanno, non escluse le canzoni ; nel terzo (« Canzoni amorose e mo- rali ») nove canzoni, e nel quarto libro f« Canzoni morali ») le altre sei, in quest’ ordine : ( G. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. ( Nr. 1. 5. 6. 10. 12. 15. 7. 9. 8. 2, 3. 4. 11. 14. 13. L’edlz. Sermartelli (V. N. di D. A. Con XV canz. del medesi- DELLA LETTERATURA ITALIANA 219 brucha | la lor uertu, ciò che nel pensier bruca | la mia uirtu (=■&, S. ; Cas. con M. 0. T. ha Onde ogni pensier bruca | La sua uer- tu) (1); 46 correndo giunge, fuggendo corre (= 0, S. Cas.); 52 anci chel , prima chel (= G. S. Cas.) ; 53 lei (:= S. Cas.), lui (= G.) ; 54 a quel crudele (— S. Gas.), alla crudel (= 6^.) ; 59 oi me che non latra (= G. S. Gas.), oìnesso ; 65 piacerele, satie- remi (= G. S. Cas.) ; 66 belle, bionde (= G. S. Gas.) ; 74 Ancor nelgli, et suoi begli [G. S. Cas. E’ s. b.) ; 76 guarderei presso e fiso (= G. S. Gas.), omesso; [77 Chiff. qui d’ accordo con JS’r. G. S. ha per uendicar, mentre Gas. M. 0. T. leggono E uengieremi. Similmente, 34 Chig. Nr. G. S. nallenta, mentre Gas. ha ralenta] ; 80 feruto e morto, rubato et morto (= NAc; T. Gas. rubato ‘1 core, G. S. ferito il core) ; II 2 che nel meo, che nel mio {G. S. Gas. eh’ è nel, N&c. de lo) ; 7 omesso, et diparlar della uita chio prouo {^NAc. ; G. S. Cas. Onde ‘1) ; 8 rirri dengnamente {=-.Cas. drizzi), dirizi drictamente {■= G. S. drizzi drittam.) ; 12 spirito contra lei (= G. S. spirto), spirto contro le (Cas. spirto d’ amor) ; 18 Di cui (= G. S. Cas.) , dian ; 40 smarrita , sbigottita (= G. S. Gas.); [41 Chig. d’ accordo con Nr. G. S. ha anima nostra, mentre Nóce. Cas. leggono anima trista] ; 44 mente , uita {= G. S. Cas.) ; 50^ noui, alti (= G. S. Cas.) ; 53 i so che (= M. 0. T. Cas. ched e), io credo che (= G. S. io) ; 60 pietosa, dilecta (= G. S. Gas. dilet- ta) ; 61 tenete, ponete (=:rG^. S. Cas.) ; III 3 moue cose di lei meco souente {=G. S. ; Cas. tanto souentej X>. Cas. Et noi in donne), et non indonne et inuirtu ; 127 acchoncia, adorna (= G. S. Cas.) ; 141 Contra li erranti mia chancon nandrai (= Cas.), (ontro agli erranti mia tu tenanderai (= G. S. Contra gli, ne andrai); l45 tulle puoi dir per certo (= Cas. ; G. S. Potrale dir), omesso ; V 20 Onda uita un disio, onde ha ulta un pensier (= G. ; /S. Cas. Onde aiuta un pensier) ; 26 fiamma, foco (== G. S. Cas.) ; 28 tuoi, tuoi (ma il t è su rasura, prima era s ; N&c. suoi ; G. S. Cas. tuoi) ; 30 tuoi (= N&.C.), suoi (= G. S. Cas.) ; [31 ‘Jhig. d’accordo con Nr. G. S. Cas. nellesser suo ; N&c. negli atti suoi. Similmente^ 33 Chig. Nr. G. S. che non si posa, N&c. Cas. che mai non posa ; e 34 Chig. Nr. G. S. Cas. tadorna, N&c. La donna ; e 44 Chig. Nr. G. S. in altro, M. 0. T. Cas. in alto] ; 37 dalli tua uertu, della tua uirtu (= S, ; G. da la tua u<;rtute, Cas. da la sua uertute) : 42 che del sol, che il sol {G. S. che è il ; Gas. eh' è lo) ; 43 lo quale allui non da netto, la qual non da allui ne to (-^ S. ; G. Cas. Lo qual); 53 mi fa nel core auer troppa, mi fa sentir nel cor tanta {G. Mi fa sentire a '1 cor troppa, S. Mi far sentir nel -cor troppa, Gas. Mi face hauer nel cor troppa) ; 70 da questa, in DBLLA LETTERATURA ITALIANA 221 questa (= G-. S. Cas.) ; 72 non darle dong-ni ben grande compa- gnia, di darle degni ben gran compagna (= Cr. S. Cas., ma com- pagnia); 73 come quella che fu al mondo, come adcolei che fu nel mondo (= G. S. Cas., ma a colei) ; VI [4 Chig. Nr. G. S. si pure auanza; M. 0. T. Cas. sempre s'auanza] ; 7 più chio non uolglo, più chio uoglio (= G. 8. ; NS:c. Cas. quant' io uoglio) ; 10 Noi sosterria perchelle infinita (— - Cas., ma pero ch'ella è finita), noi sofi'erria pero chelle finita (= G. S., ma ch'ella è); 11 ma questo, et questo (= G. S. Cas.) ; 13 e se, ma se (= G. Cas.; S. Mia se); 15 dalgli occhi che nel lor bello, a quei begli occhi il cui dolce (:= G. S. Cas.) ; 16 portan conforto ouuiique sento dolore, porta conforto ouunche io sento amore (= G. S. ; Cas. portan) ; [22 Chig. Nr. G. 8. amor lasciaro, Cas. amor passaro] ; 31 uolesse , cre- dessi (= G. 8. ; Cas. credesse, iVifec. potessi) ; 38 face sentire per ben seruir, face piacer per seruire ((?. 8. Cas. face piacer per ben seruire); 42 che nel bel uiso dongni ben, che nel uiso dogni bilta {■=8. N&c. ; G. Che ne 'l bel uiso d' ogni bel , M. 0. T. Cas. Ch' è nel bel uiso ond' ogni ben); 47 io spero tempo che ragion (r= Triv. 1058), aspecto tempo che più ragion (= G. 8. ; M. 0. T. Cas. spero anchor tempo che più ragion) ; 51 cha ben far tira (==:(r. 8. Cas.), cha pensar tira ; 55 del parere, del piacere (= G. 8. Cas.) ; 56 si fa prouar , si fai seruir (= G. 8. Cas.) ; 80 al punto, al tempo (= G. 8. Cas. ; Nóce, l'hora) ; 81 sgg. Chig. ha due congedi: prima ' Canzon mia hello' ; poi Canzon ' a tre tìuti rei ' (= M. 0. T. Cas. Triv. 1058), Nr. solo ' Canzone a tre men rei ' (= G. 8.) (1) ; 89 que la teme, che quegli teme (= G. 8. Cas.) ; 90 assichura (= Cas.), si cura (= G. 8.) ; VII 3 nel color dellerba, locolor nellerba (= G. S. Cas.) ; 10 riscalda (= G. 8. Cas.), ne scalda ; 16 li uiene, uiuiene (= G. 8. Cas.) ; 17 serrata intra, serrati tra (= G. 8. Cas. serrate tra) ; 19 la sua bellecQa a più uertu che pietra (G. 8. Cas. Le sue bellezze han), omesso ; 23 ed al suo (= Cas. Et dal suo) , onde al suo (= G. S.) ; 26 messa, messo (— G. 8. Cas. ; NJi:c. mosso); 35 ed ire, et gir (= G. 8. Cas.) ; 36 per ueder oue panni suoi , sol per uedere du suoi panni (^= G. S. u suoi ; Cas. ueder u e suoi) , 39 la fa spare- (1) Cfr. Barbi, St. s. Cam., pp. 355 n., 360, 361 n., 382. Nella ediz. MooRE {Tutte le opere di D., Oxford, 1897; il cong. Canzone a* tre men rei è dato alla V [A/nor che muovi). 222 RASSEONA CRITICA -chom uom pietra, gli fa sparer come petra (= G. S. sparir come pietra ; Cas. La fa sparer come petra) ; Vili [4 Chig. Nr. 0, S. et poi saccorse, M. 0. T. Cas. Poi che s' accorse] ; 5 per tuo raggio, per lo tuo raggio (= G. S. ; 0. Cas. Per Io suo raggio) ; 9 lo giorno caldo , lo tempo caldo (r- Cas. ; G. S. lo caldo tempo) ; 16 tummi desti com a pietra, mi feristi come petra (= G. S. Cas.) ; 20 0 a splendor di sole od a sua , o da uirtu di sole o da sua (=z G. S. ; Cas. di sua); 31» no uà (=0. T. Cas. non), non e (~ G. S.; 43 Beigli occhi suoi mi uen la dolce luce (= G. S. Cas. Dagli), omesso ; 46-47 di nocte e di luce | solo per lei ser- uire e luogho e tempo (= G. Cas.), che nocte sia luce [ diquel pensier che più maccorcial tempo (= iVcfcc. S.) 55 lo tu forte, lo tuo forte (=: G. S. ; 0. Cas. lo suo) ; 57 tortare, coricar (= G. S. Cas.) ; 61 i o per te, io porto (= G. S. Cas.) ; 63 onde , oue ogni (^^ G. S. Cas.) ; 66 che non fu mai pensata, che mai non fu posata (= G. S. Cas., ma pensata) ; IX 5-6 per lo raggio lu- cente che lanforcha | si di trauerso chella si fa uelo (=iVcl'C., ma k o e G. S. Cas., ma che le), si di trauerso chelle si fa uelo | per lo raggio lucente che lanforca ; 19 chiude tutta salda, chiude et tutto scalda (G. C. Cas. chiude et tutto salda); 22 satrista tutto e piange {— M. 0. T. Cas., ma piagne), satrista et tutto piagne (= G. S., ma piange) ; 24 le tira in alto per lo uento che poggia, ritira alciel per lo uerno che piog-gia (= Cas., ma pog- gia ; e G. S., ma uento che poggia) ; 35 loro spiriti, illor spiriti {G. S. lor spirito, Cas. lo spirto loro); [38 Chig. Nr. G. S per uolta di, Cas. per uoltar di] ; 43 ramo di folgla uerde non sa- sconde (= Cas.), et ogni ramo uerde a noi sasconde (= G. S.) ; [46 Chiff. Nr. G. S. Cas. forte, iVXr. fera] ; 48 le quali non puote colorar la brina, li quai non puote colorar la brina (= iVAc. ; S. non posson ; G. Gli guai non posson tollerar ; Cas. Li quai non posson tolerar) ; 49 e la crudele spina, et lamorosa spina (= G. S. Cas.); 50 pero del cuor amor nolla mi tragge, amor di cor- pore non lamitragge (= Cas. Amor di cor però ; G. S. Amor però di cor) ; 51 ondio son certo , perchio son fermo (= G. S. ; Cas. Ond' io) ; [72 CJiiff. Nr. G. S. per core un, Cas. un cor di] ; X I si duramente, si malamente (= G. S. Cas.) ; 15 Noi darem (= G. S. Cos.), Poi darem; 20 uolta, tolta (~ G. S. Cas.) ; [32 Chiff. Nr. G. S. ella si moue, M. 0. T. Cas. Ella si parte] ; 38 E quella, et quiui (= G. S. Cas,) ; 40 e spessamente, st spesse uolte (= G. S. Cas.) ; [42 Chig. Nr. G. S. Cas. la lor, Aci-c. lu DELLA LETTERATURA ITALIANA 223 sua] ; 43 si uede, siede {=^ G. S. Cas.) ; 45 la uè la puose quei •che fu, oue lapose amor chera (= G. S. Cas.) ; 49 Ed apre gì occhi, et alza li occhi (== G. S. Cas.) ; [55 Chiff. Nr. G S. Cas sentire, N&.C. seruire] ; 65 luce che nel cuor, uoce che locor (= G S. Cas., ma che nel) ; 70 ma or non cresce, hora nencresce (= G S. Cas) ; [84 Chig. Nr. G. ò'. fia piacer, Cas. fia in piacer. Si milmente, 88 Chiff. Nr. G. S. Cas. perche, N^c. Pero]; XI 3 aue- ne, hauea (= G. S. Cas.) ; [12 Chiff. Nr. G. S. bella, Cas. de- gna] ; 14 cholui {z= G.), cola i= ò'. Cas. ) ; 21 22 credon potere ) chapere doue. credon chapere | ualcr cola doue (== S. Cas. ; G. là doue) ; 28 sauere e fora a fuggiriano il danno (= G. -S'., ma Sa- uere fora), sauer fura et fuggi rienol danno {Cas. Sauere fora mag- giore et fuggir danno) ; 35 si douesse, si uolesse (::= G. S. Cas); 37 chaltrui (Cas. Ch'altre), perche (= G. S.); 38 senno e li genti (=G. S. Gas., ma gentil), sonno et li gentil; 41 giudicati (= G. ò'.), iudiciiti (Nike. Cas. riputati) ; 43 uegendo rider {=G. S.), uedendo rider (Cas. Udendo dicer) ; 44 lontellecto ciecho non, linctellecto ancora non (= G. S. Cas,); 46-47 spiacenti | che dal uui^ho sian mirati, spiacenti | contenti che daluulgo sien lodati (= G. S. Cas.); 55 E non pero, non pero (= G. S. ; Cas. Non già) ; 58 sgg. Chiff. ha qui la si. ' Ancor che del con eielo a cui segue la si. ' Non e pura iteriu ' ; Nr. d' accordo con G. S. Cas. ' Noìi e pura uirtu ' , a cui segm ' Ancor che cel con celo ' ; 65-67 mischiata | causata da più cose ] perche queste conuene che dasse uesta, mischiata | ad più cose che questa | conuien che dise uesta (S. mischiata | Cansata di più cose perche ; G. causata | Mischiata di più cose perche ; Cas. mischiata | Carisata a più cose perche); 74 col cielo acchui, cornei sole al cui (= G. S. Cas.) ; 82 la mostraua (= G. S.) , la monstraua (M. 0. T. Cas. la de- mostra) ; 109 co bei sembianti | et cho begli atti noui (= Gas., ma et noui), col bel sollazo | et coi begli acti et nuoui (= S. ; G. atti nuoui ; inoltre Cas. S. G. non sdoppiano erroneamente il verso) ; 111 a chi ben, a chi lui (= G. S. Cas.) ; 120 in su dilecto, in ciò dilecto (= G. S. Cas.) ; 123-124 e sue nouelle son leggiadre e belle , et sue nouelle | tutte quante son belle (= G. S. ; Cas. N&c. et son nouelle) ; 131 franchig-ia, francheza (= G. S. Cas.) ; XII 7 ne dentro i sento tanto, dentro dallui sento tanto (G. S. Ne dentro a lui sent' io tanto, := Cas., ma- sento tanto) ; 12 piac- •ciauallui mandar, piacciaui dimandar (= G. S. Cas.) ; 19 par lui ■ma su honor (= G. S. Cos., ma pur lui ma '1) , pur lui malsuo 224 RASSEGNA CRITICA signor; 31 potete, douete {G. S. Cas. deuetej ; 47 el no di m» {= Cas.), elno tututto (= G. S.) ; 56 sappia^ sappi (= G. S, ; Cas. saggia); 59 Perciie lentrar a tuttaltri (=: G S. Ca*.),. perche a tutti lentrare ; 64 sed ella fosse sanca, sella uenisse sanza (=(r. S. Cas. senza) ; 66 il tu chammino, il tuo andar (= G. S. Cas.) ; 67 pocho tempo, picciol tempQ (= G. S. Cas.) ; XIII 12 ne che vmilita ne senno, et cui uirtute nobiltà (= G., ma uertute e ; S. Cas. Et cui uertute ne beltà) ; [25 Chiff. S. Nr. treza lag-rimosa ; G. Cas. faccia lagrimosa ; N&c. faccia ha lagrimosaj ; 36 affama,, adfame (=— - ìV&c. S. a fame; G. Cas. a panni); 41 di si piacer, si dipianger (= G. S. Cas.) ; 43 più nel doler (r=G. S. Cas., ma dolor), più dolor ; 44 atte non duol , hor non ti duol (= G. S. Cas.) ; 45 e poi rispuose come sauer, poi comincio si come saper (=: G. S. ; Cas. sauer) ; 48 tolg-le a la terra d3l giuncho, toglie la terra dal uinco (= G. S. Cas., ma alla); 55 Fur me sospir amor un poco, Fenno isospiri amore un poco (^ G. S. Cas. ; N&c. un pò più); 70 siemo puniti, siamo hor puncti (= Q. S. Cas.); 71-72 saremo e tornerà g-ente | che questo dardo farà , saremo et pur trouerren g-ente | che questo dardo farà (= G,. ma trouerrem, S. in tutto come Nr.; M. 0. T. Cas. torneran genti ] Che questi dardi faran) ; 77 che se fortuna o forca, et se iudicio et forza {G. S. Cas. E se giudicio o forza) ; 80 co buoni (=: M. 0. T. Cas.), tra buoni (= G. S.) ; 81 Ma pero che dagli occhi miei bel sengno, et se degli occhi miei cosil bel segno (= 8. N&c. ; G. Cas. Et se non che degli occhi mie '1 bel) ; 94-100 niegha | ma se alchun mauene amico di uertute | ed e ti pregha fatti di color noui | e mostrali quel fior che bel di fuori | fa disiar -negli, niega | per cui ciascuno man piega (~ G. S. Cas.) et seuli aduien che tu mai alcun troui (= G. iS. auuien ; Cas. auen) | al mondo diuirtu et el ti prega (G. S, Amico di uertù ed ei ti ; Cas. Amico di uertute et el ti) | facti di color nuoui (= G. S. Cas.) | poi gli ti mostra elfior che bel di fuori (— G. S. ; Cas. fori) | fu disiar negli {G. S. Cas. Fa desiar) ; XV 16 uengna (= G. S. Cas.), ueggia ; 22 poi la riguarda (= G. S. Gas.), poi languire da {cfr. XI 2 45) ; 25 ondella stessa incende (= Triv. 1058, ma vndaella), oue la tri- sta incende (= S. Cas. ; G. ella) ; 27 la gran tempesta che in me, oue tanta tempesta inme (= G. S. Cas.) ; 42 dicere uie uia uedra (= G. S., ma uedrai ; Cas. dicer uia uia uedrai), dicer uiua ue- drai ; 43 ed io mi riuolgho, allor mi uolgo (= G. S. Cas.) ; 46 rimangho, diuegno (= Cas. ; G. S. diuegna) ; 47 salo tu non io DELLA LETTERATURA ITALIANA 225 t= S., ma Sailo), sailtu et non io (G. Sai contar tu non io, Cas. vBen lo sai tu non io) ; 52 chonn io risurgo e guato, quando ri- surgo et miro (= G. S. Cas.) ; 67 non genti (^^^^ G. S.; Cas. ne), non gente; 68 mi lamenti, incresca (= G. S.; Cas. rincresca); [70 Chiff. Nr. G. S. hauer soccorso, Cas. hauer conforto] ; 80 seuui uai dentro, se dentro uentri (= G. S. Cas.) ; [84 Chiff. Nr. G. S. qui libertate. Cas. più libertate]. Per la canz. Doglia mi reca, che manca in Chig. L, Vili, 305, si hanno queste varianti di Cas. in confronto di Xr. XIV 2 Cas. Et uoler (— M. 0. T.), aduoler {= G. S. A uo- ler) ; 12-13 Che se uertute a noi | Beltà fu data a uoi, che serui- tute adnoi | fu data et bilta aduoi (G. S. Che se beltate a uoi | Fu data e uertù a noi) ; 15 Voi non deureste amare (= G. S , ma doureste), uoi douerresti amare ; 20 donna di ragion (--=: G. S.), donna di uirtu ; 23 Huom non e ma più bestia; huomo no mabestia (G. S. Huomo non g-ia ma bestia); 30La'nsegnata eccellente(=>iS.), lansegnata excellente {G. La segna d’eccellente); 36 Per l’ac- corto {=M. 0. T.), per lo corto (= G. S.) ; 40 Colta nel, coltai nel (— G. S. Colt’ hai ne ‘1) ; 56 si che men (— M. 0. T.), perche men (^3; G. S.) ; 57 che rado sotto benda (= G. S.), che nido sotto herba ; 59 Pero con uoi trattar, perche parlare conuoi (.=; G. S.) ; 64 Chi seruo e come quel qual’ e seguace. Chi seruo e come quel che seguace (G. S. Chi è seruo e come quel eh’ è seguace) ; 65 Dietro a signore (= M. O. T.), ratto adsignore (^n G. S. a si« gnore); 74 Ecco giunta colei, ecco giuncti adcolei (3= G. S. giunti a) ; 84 tosto ti si fa lontano , tosto si farà lontano (= G. S.) , 86 si distringe (rt= G. S.) , si distrugge ; 93 cerchio ne cinge (= G. ; S. cercio), cerchio uipinge ; 103-104 paludi | Huomini a cui cotal uitio , paludi huomini nati | cui tal uitio (G. S. palu- di I Huomini innanzi a cui vizio) ; 107 nemici (= G. S.), amici ; 111 Poi che girata 1′ ha (= G. S., ma g’irato), poiché e giuncta la; 112 len’ cale, gliencale (= G. S.); 113 Ma quei (= G.), et quei (== S.) ; 119-120 i tre chi di Cas. sono sostituiti da tre qual in Nr. G. S. . 121 Volge ‘1 donare (= G. S.) , uolgliel donare; 130-131 Ma troppo è più anchor quel che s’ asconde | Per eh’ a dicer’ è lado (= G. S., ma dire), omessi ; 132 In ciascun uitio et in ciascuno (=: M. 0. T.), in ciascunp e inciascun uitio (= G. ; S. In ciascuno e ciaschuno uitio) ; 142 annumerar creder si potè, Rass. Crii., XXII. 15 226 RASSEGNA CRITICA annumerar creder si puote {G. S. annouerar creder si puone) ; 143 Essere amore (= M. 0. T.), chiamare amore (= S. G. Chia- mando) ; 146 Per naturai, da naturai (— G. S.) ; 147 0 crede, o crede {G. o il suo) non gli sarebbe stato inutile anche in altre occasioni di maggior rilievo. Certo non gli avrebbe lasciato sperare che la famosa que- stione dell’ epiciclo di Venere e della cronologia del secondo amore , fosse territorio scoperto da lui (cfr. p. 67 sgg. con p. 63 sgg. dei miei Studi) ; e , ben ponderata la cosa , non avrebbe posticipato di quattordici mesi il decorso dei ‘ trenta mesi ‘ del Coni-. (1). E neppure avrebbe il Santi creduto di (1) Queste pagine del S. ini danno l’impressione di appunti di scuola; nei quali, come ordinariamente avviene, lo scolare diligente raccoglie e poi raffazzona alla meglio o alla men peggio, la lezione del professore; che, da parte sua, forse per disdegno, qualche volta tace o dissimula la vera fonte del suo argomentare. Il S. per la ri- voluzione di Venere cita (dopo il Lubin) il Todeschini « seguito dal Barbi e da un anonimo inglese ». E cos’i egli riferisce la cosa. « Se- condo Alfragano, 1’ e p i e i e 1 o dantesco sarebbe di 225 giorni, e perciò l’apparizione della donna gentile andrebbe riportata al set- tembre del 1291. Queste, presso a poco, sono le conclusioni, alle quali essi [Todeschini , Barbi e anonimo inglese] pervennero. ‘ Ma ultimamente 1′ Angelitti ■ BuUett. della Soc. Dani. Hai., nuova ser., Vili, pagg. 215-217), studiando meglio Alfragano, as- seriva tutt’ altro. Infatti in quel libro si trova : — Revolvit epicyclum… Venus I Anno Persico, 7 mensibus et 9 diebus fere — »► Ora io non dico che non sia molto probabile che l’Angelitti abbia studiato meglio Alfragano ; nego che nel luogo citato dal S., l’An- gelitti parli di Alfragano , o citi ‘ quel libro’ , o si riferisca comun- que alla questione del Conv. Anche pel Dottrinale di Jacopo la ci- tazione non è esatta : Jacopo scrive (ediz. Crocioni, Città di Castello, Ì895) : « Venus in septo mesi | Et nove di compresi | II suo epiciclo agira » ; mentre il S. ha ‘sette’, ‘e’, ‘gira’. Il S. afferma (p. 8) che « questo lavoro sul Canzoniere di Danto s’ i m p o n e v a ». Io mi permetto di dubitarne. DELLA LETTERATURA ITALIANA 231 dire una novità , affermando risolutamente che nella canz, E’ m’ incresce di me si canta della Donna gentile (cfr. p. 95 sgg., spec. 121 sgg. con p. 87 sgg. dei miei St.). E avrebbe forse, ben ponderata la cosa, lasciato Beatrice dove nella can- zone veramente si trova, anche nella 5.* stanza ; e non avrebbe costretto la povera Gemma Donati a scacciare essa in esilio Dante. Il quale, per V ermeneutica del daltonismo, diciama così, erotico-sintetico a priori, avrebbe, prima dell’ esilio e nell’ esilio , fatto all’ amore in rima con una così spietosa,^ anzi inferocita, stavo per dire consorte, certo moglie e ma- dre ; la quale (come sa dirci il Santi a p. 149ì « anzi che occuparsi della famiglia, ])ensava a comparire »; ed è na- turale che « Chi ama veramente non pensa a comparire dinanzi agli altri». Naturalissimo poi, che il Poeta, siccome gli « p r e m e v a di camuffare sotto veste al- legorica » V amore per la nominata alias ‘ Pargoletta ‘, alias ‘ Pietra ‘ del Casentino, perchè « v’ era anche 1′ opinione pubblica che bisognava sfatare»; così «con astuzia», giacché « Non v’ era altro mezzo di riparazione che p r o v – vedervi artisticamente», dovesse confondere le rime per la moglie, le rime del « santo amore », con quelle dell’ «amore terribile e furibondo » (p. 43 sgg.); delle quali ultime poi non v’ è luogo a dubbi o incertezze^ perchè « sono collegate intimamente tra loro con un profondo filo psicologico» (p. 160). Il Santi spesso, molto spesso,^ troppo spesso forse, invoca il « buon senso », « un po’ di buon senso ». E in ciò consento pienamente con lui. Che qualche canzone non sia né allegorica né dottrinale^ é che quindi non sarebbe entrata nelle quattordici del Conv.^ è certo, ed è anche ovvio ; che anzi la canz. XII La dispie- tata mente sia proprio diretta dall’ esilio, per invocare ajuto e soccorso, forse a Gemma (il Santi crede alla « Pargoletta » del Casentino, per ottenere consolazioni carnali), è anche ve- rosimile. Ma si sconfinerebbe da ogni parte se si volesse esten- dere P identificazione con una donna reale in qualche poesia, a tutte le rime che cantan d’ amore. Che il Poeta abbia can- tato e nella V. N. e nella Commedia, poniamo, della Teolo- 232 RASSEGNA CRITICA già, o della Fede, o meglio della tendenza spirituale alla fede, al misticismo caldo e vaporoso d’ un’ anima ingenua e ardente d’amore, simbolo biblico la Sposa del Cantico, movendo dalla fanciulla amata, o avendo talvolta l’occhio alla Portinari, o ad altra fanciulla veramente morta in giovane età ; e della Donna pietosa e gentile o Filosoiìa (ma filosofia non come corpo di dottrine filosofiche, ma come esigenza spirituale del conoscere, del sapere, dell’uso senza limite della ragione, simbolo biblico la Sapienza di Salomone), pur movendo da un suo secondo amore carnale, o avendo talvolta l’occhio anche a Gemma ; a me pare la cosa più naturale di questo mondo, se si consideri la tendenza del Poeta, anzi di tutto il medio evo; a trovare analogie allegoriche dappertutto. Ma la critica, generalmente parlando, anche la critica seria e ponderata, sposta e confonde le questioni. Altro è dire che il Poèta, pel primo amore allego- rico, abbia avuto motivo o tratto partito da un suo candido amoretto o viva simpatia d’adolescente per una vera fanciulla fiorentina (cfr. i miei Studi, p. 28 1 sg.), altro che di codesta vera fanciulla appunto egli parli nella V.N’. e nella Commedia ; come altro è dire eh’ egli trovò Gemma prima pietosa consola- trice, causa poi di delusioni e forse d’amarezze, altro che nell’e- pisodio della V. N. e nelle canzoni allegoriche del Conv. parli veramente proprio di Gemma o d’altra donna amata d’amor carnale, e non della Filosofia (1). C’è insomma analogia, paralle- li) Non vorrei esser frainteso, perchè io aon ho nulla da mu- tare 0 correggere nei miei Studi del 1904. Nella ballata , probabil- mente di Gino, Si m’ ha conquiso la selvaggia gente, il De Geronimo, per es. (v. opuscolo cit., p. 7 sgg.ì, trova due motivi, politico e ci- vile l’uno, amoroso l’altro; l’uno nella lettera, l’altro nell’allegoria; che sarebbe davvero, come pasticcio, un bel pasticcio , e come ghi- rigoro, il più perfetto dei ghirigori, perchè indecifrabile. La lettera in funzione dell’ allegoria (ripeto qui) non ha alcun valore per se, non è espressione di alcun motivo diverso dal motivo che dissimula per dargli più efficacia. Nella ball, di Gino non e’ è neppur l’ombra dell’allegoria ; è una rima di argomento civile e politico, come tutti hanno sempre giudicato e non è infarcita né di simboli né d’alle- gorie. Soltanto potrebbe ammettersi un bisticcio nell’ espressione * selvaggia gente’ in confronto della ‘ gentil Selvaggia ‘. E non oc- corre avvertire che i giuochi di [)arole, le frasi a doppio senso , e simili espedienti stilistici, nulla hanno che vedere coli’ allegoria. DELLA LETTERATURA ITALIANA 233 lismo, coincidenza tra i due amori reali e i due amori allegorici, non identità, così che questi possano dirsi un trucco di quelli. E per r analogia basta qualche punto di contatto , qualche interferenza , una posizione fondamentalmente identica , o qualche caratteristica comune ; basta pel parallelismo la coin- cidenza nel tempo, o qualche concomitanza significativa. Nella figura allegorica così germogliata restano obliterati, e sono muti quasi del tutto, anche se inconsciamente operanti, i motivi del ravvicinamento analogico, perchè la ‘ vera inten- zione ‘ del Poeta è di parlare della donna allegorica , non della donna reale. E del resto, codesti motivi sono piuttosto una nostra ijwtesi, un po’ pettegola invero, che una neces- saria esigenza della produzione fantastica ; giacché il Poeta ha tale potenza di rappresentazione che, appena intuita, la figura allegorica balza viva e radiosa nella sua massima con- cretezza e realtà fantastica. E dovrebbe essere molto istrut- tiva , almeno per chi fosse disposto a lasciarsi persuadere, oltre la Commedia, la canz. Tre donne intorno al cor. Ma di ciò, se i fati lo permetteranno, di proposito un’ altra volta. Settembre 1917. E. VlNOBNZO Zappia ANCORA PER UNA RECENSIONE Il prof. A. Gustarelli, colto in flagrante delitto, smasche- rato e messo alla gogna dalla mia recensione (cfr. questa Eass. , XXI , pp. 92-104^ or tenta di discolparsi ricorrendo a mille scappatoie (cfr. Ibid., 1917, f. 7-12, pp. 44-64). Osserva . ad esempio, che non costituisce delitto imi)a- dronirsi del metodo estetico del Cesareo perchè « esso è fi- nito per diventare (la colpa è del metodo, poveretto !, e non del prof. G. ) parte indissolubile del suo pensiero, della sua cultura, della sua attività letteraria » (p. 58). Ma il prof. G. deve ricordare d’ aver dichiarato , nella prefazione della sua Storia, eh’ egli ha soltanto « tratto pro- fitto » così dal Rossi come, indifferentemente, dal Cesareo o dal De Sanctis ; deve ricordare d’ aver detto, in quella me- desima prefazione, eh’ egli s’ era proposto di « offrire a gio- vani già prossimi ad entrar nella vita non dei notiziari sche- letrici e aridi, ma bensì delle idee dalle quali essi nella vita » avrebbero saputo « facilmente derivare altre idee utili al loro intelletto -, e (niente di manco ! ) il metodo, soprattutto, col quale si possano rintracciare e spiegare il bello e il brutto di’ (scusate s’ è poco !j qualsiasi opera della fantasia umana »; e deve ricordare, in fine , d’ avere accennato, in quella me- desima prefazione , non so a quali « molte difficoltà incon- trate per via », a quali « problemi e incertezze e scrupoli » che lo hanno « travagliato per due lunghissimi anni d’ ininter- rotto lavoro ». Or, che va cianciando, egli, d’ idee, di metodo, di difficoltà , di problemi , d’ incertezze e , peggio ancora , di scrupoli, se tutto ciò — come confessa egli medesimo — appar- tiene al Cesareo f DELLA LETTERATURA IT A LA INA 235 Inoltre, io mi spiego il discepolo intelligente e volente- roso che , compreso ed assimilato il metodo del maestro, lo applichi ad opere nuove o a scrittori nuovi, o almeno a opere e a scrittori che il maestro non abbia esaminato fino in fondo; ma non capisco un discepolo il quale, dopo la Storia del maestro, ne faccia un’ altra seguendo fedelissimamente il metodo, l’ architettura, la partizion de’ capitoli, l’ atteggia- mento della forma e fin le parole di quello : e di nuovo mi parli di razze e di rapporti di causalità fra queste e la no- stra letteratura ; di nuovo mi parli di fattori e di motivi lirici ; allo stesso modo mi giudichi tutti gli scrittori nostri da Dante ai « contemporanei », come li chiama il Cesareo,^ o ai « modernissimi ‘^, come li chiama — tanto per variare ! — il prof. G. ; e mi scopra nel Rinascimento , nel Secentismo, nell’ Arcadia e nel Romanticismo le stesse poetiche scoperte dal Cesareo. Ma se il prof. G. approvava pienamente il metodo, le idee, 1′ architettura, la partizion de’ capitoli e fin le parole con cui il Cesareo aveva condotto la sua Storia, che bisogno aveva egli di metter fuori un fac-simile? Questa è opera non di storico ma di editore, non di critico ma di copista, non di discepolo ma di plagiario. Poiché il plagio non sta soltanto nel ripetere le altrui parole con astute variazioni, ma anche, e soprattutto, nel ripetere pedissequamente, spacciandolo per proprio, il pensiero che altri ha conquistato non dopo due, ma dopo trent’ anni di travaglio interiore ! — Ma io — egli dice aggrappandosi al ridicolo — ho sco- perto di nuovo che non « sette » — come voleva il mio mae- stro— ma « cinque » sono i motivi lirici della nostra anti- chissima poesia d’ amore ! (p. 49). Oh, la nuova, la grande, la mirabolante scoperta dell’ illustrissimo prof. G! Il quale — se pur non si dimenticò di mettercene altri due — non avrà cajuto tuttavia quanto sia sciocco ridurre a cinque o a sette , come i peccati mortali , i motivi lirici di tutto un secolo il cui movimento spirituale non si esaurisce con i canti tii cinque o sette individui tramandati alla storia o perchè imperatori , o perchè cancellieri, o perchè letterati. 236 RASSEGNA CRITICA E che sia così , lo bau provato le recenti scoi)erte di Ezio Levi, il quale altri motivi lirici ha trovato nella poesia del medioevo che non aveva trovati il Cesareo , e molti altri ancora se ne troveranno in quelP epoca non del tutto svelata in cinquant’ anni d’ indagini’ erudite. Ma il prof. G. non sa nulla di tutto questo , intento, com’ è , ad ammucchiare tonnellate di carta stampata e a farne la « reclame » anche in quella sua miseranda risposta : né poteva comprendere , anche se ne avesse sentito discor- rere in casa d’ altri, quanto gravi fossero state le obiezioni mosse dal Croce a quel principio de’ caratteri delle razze e de’ fattori della letteratura italiana ; quanto valide possano essere state le argomentazioni del Pirandello su Cecco An- giolieri, anche se ne avesse letto qualcosa in un mio libro col quale ricambiai una volta un suo dono di certi opusco- letti di grammatica latina; quanto malsicura sia la ricostru- zione che il Cesareo fa della Vita Nuova ; quante difficili quistioni siano state sollevate e siano ancora da sollevare a proposito , per esempio , del romanticismo nonostante gli studi recenti di tanti valentuomini come il Galletti e il Fa- rinelli. 11 prof. G. una sola cosa sa fare: rubacchiare di qua e di là con astuzia e mostrare ai gonzi d’ intendersi, in tre anni che traffica con la letteratura italiana , del Metastasio e del Manzoni, del Guicciardini e del Marino, del Pellico e del Benelli , di stilistica per le scuole tecniche e di dieci secoli di letterat’ira italiana, di lingua provenzale (1) e di lingua cinese. — Ma io — egli aggiunge aggrappandosi un’ altra volta al ridicolo — io non ho rubato dalla Storia del C. : ho sem- plicemente copiato , e se le virgolette mancano — come in quei luoghi in cui discorresi di romanticismo — gli è perchè… dimenticai di mettercele ! (p. 01). ^1) Il prof. G., ohe non ha mai studiato il provenzale, presenta tuttavia a pag. 26 del 1.” voi. della sua Storia una traduzione, che gabella per propria, del Compianto di Sordello per la morto di ser Blacatz ; ma la traduzione è trascritta da quella del Perticari che il G. forse conobbe neW Antologia di O. Targioni Tozzetti, Livorno, pp. 5-6. DELLA LETTERATURA ITALIANA 237 Ma no: egli non ha dimenticato nulla: le parole, infatti ^ non sono le stesse : sono…. maliziosamente variate e mutate di posto. CAto una seconda volta : Cesarko « Anche in Italia il romanti- cismo non fu, secondo che ten- dono molti , una nuova forma dell’ arte ; fu una nuova poeti- ca. In arte ogni forma è indivi- duale e però è nuova sempre… La poetica del romanticismo fu più savia nella negazione della poetica classica.., » negazione la quale « era principalmente rivol- ta contro il precetto dell’ imita- zione e contro le regole aristoteli- che.’E qui certo aveva ragione : r imitazione importa rinunzia alla forma originale, vale a dire alla fantasia propria. La poetica del romanticismo non fu più spregiudicata di quella a cui si opponeva Assai men consi- stente è la parte positiva » se- condo la quale si esigeva « il vero per oggetto, Yutile per fine e r interessante per mezzo. E sono tre errori… La verità sto- rica è il fine della conoscenza, non già della fantasia… L’ utile è il fine della volontà, non già della fantasia » e « anche il con- tenuto immorale può venire ela- borato da una gran fantasia e trasformarsi in un’opera d’arte. Ogni contenuto, poi, può essere interessante secondo le condizioni di spirito di ciascun lettore E come si fa a sapere il gusto del maggior numero dei lettori ? » (HI, 77-9). GUSTARELLI Il romanticismo, insomma, non fu una nuova forma d’arte, per- chè essendo questa personale, ogni autore ha una forma d’ arte sua e, quindi, nuova : fu il ri- pristinamento di dottrine già pri- ma variamente lanciate e appli- cate , che ora venivano concre- tizzate con organicità e coscienza in una poetica. La quale, impo- nendo r abbandono della poesia classica, cioè delle regole aristo- teliche, della imitazione dei mo- delli della mitologia , ecc., mo- strava di avere trovato il difetto fondamentale delle poetiche pre- cedenti; ma nel dettare le norme della nuova letteratura cadeva anch’essa in errore. All’arte, in- fatti , che è pura bellezza , non può imporsi l’ ìitile, cioè il mo- rale, per scopo, perchè un grande poeta può scrivere un capolavoro anche trattando di un argomento immorale; non può imporsi il vero, cioè la verità storica , per sogg-etto, perchè la storia è pro- dotto della realtà e non può mai dare arte che è prodotto esclu- sivo della fantasia; né, infine, può imporsi 1′ interessante per mezzo perchè qualsiasi argomento può riuscire interessante a taluni e indifferente ad altri , e non è possibile indovinare il gusto non che di tutti, neppure della mag- gior parte dei lettori» (11,370-71). E invano egli , non potendo dimostrare che non siano rubati al C. i molti brani eh’ io riportai nella mia recensione, 238 RASSEGNA CRITICA s’ affanna a dimostrare la sua innocenza riportandone degli altri che apparentemente non corrispondono all’ originale ; anche li un lettore intelligente vi scopre il furto. Quando egli , per es., dice che V Arcadia del Sannazzaro « ebbe il plauso dei contemporanei » perchè per essi « riprodurre dagli antichi era far opera somma », e eh’ essa ha soltanto valore storico « perchè assomma i difetti della poetica del tempo » non rii)ete forse,, mutatis mutandis, il C. il quale giudica la stessa Areadia dello stesso Sannazzaro come il frutto « di queir estetica del Rinascimento che riponea nell’ imitazione degli antichi modelli il segreto della bellezza »? È vero : il C. non dice che 1′ Arcadia è « un mosaico di jìezzi altrui », ma lo dice il Flamini che giudica la stessa opera « un mo- saico di imitazioni ». Il C, è vero , non cita Calpurnio fra quegli scrittori latini dai quali il Sannazzaro imitò , ma lo cita il Rossi al quale potè esser noto in tanti anni di studi — ma non al primo venuto d’un Gustarelli qualsiasi ! — il raro latino di quello scrittore dopo quanto ne avevano scritto il Torraca {La materia dell’Arcadia del 8.; Città di Castello, Lapi, 1888), e lo Scherillo (pref. aW Arcadia di J. A., Torino, Loescher, 1888). E perchè mai trovò identità di parole e di qualche in- ciso anche nel giudizio che il i)rof. G. dà del Pellico (« Le liriche sono meno che mediocri; né diverso giudizio può farsi delle sue molte tragedie , non esclusa la Francesca da Uimini che gli diede la popolarità ») e in quello che dello stesso scrittore dà il Cesareo {« Le sue tragedie, non esclusa la Francesca da Rimini , di’ ebbe pur molta fama , sono me- diocri ; scinte e pedestri le Cantiche e 1′ altre poesie ») ! Perchè mai il prof. G. predilige l’ immagine del « fango » uel giudicar le pasquinate (« E quando morì papa Leone X, quel torso di statua decrepita fu coperto di rime infangate della più trista maldicenza che , senza ombra di rispetto e di pudore, travolse patria, religione, morale, uomini e cose: tutte le ire mal represse, le calunnie più sozze , il malcon- tento più spasimante del popolo romano si vuotarono i)resso palazzo Orsini, come in un’ immensa cloaca », I, p. 433;, DELLA LETTERATURA ITALIANA 239 dopo che il Cesareo aveva scritto: « Alla morte di Leone X fu proprio un torrente di fango che dilagò ricoprendo e in- sozzando uomini, istituzioni, ogni cosa: Pasquino impersonò veramente il malcontento e la satira di tutto il jwpolo »? La « cloaca », è vero, appartiene al prof. G. , ma il resto appartiene al suo maestro. E potrei continuare. Senonchè il prof. G. mi chiede, menandomi il can per 1′ aia : Dovevo io, dunque, per apparir nuovo , giudicar bello ciò eh’ è stato definitivamente giudi- cato brutto, e vi(;eversa ? Ècco: il pr(>f. G. ha, della novità in critica, un concetto assai grossolano : poiché essa non consiste , o non consiste soltanto nella diversità dell’ apprezzamento ma nel rivivere anche, e soprattutto, col « proprio spirito » la vita d’ una opera, d’arte per ripresentarla sotto altri aspetti, lumeggiarla più vivamente , ricostruirla piìi compiutamente degli altri. Un’ opera d’ arte, del resto, pel solo fatto eh’ è un prodotto dello spirito e che spiritualmente dev’essere rivissuta, non può presentarsi identica a due intelletti diversi. Dante è un poeta di fama indiscussa: tuttavia, quanti non hanno rive- lato atteggiamenti nuovi della bellezza del divino poeta? Quanti — dal De Sanctis a Enrico Thovez — non hanno ri- velato sotto aspetti sem})re nuovi la bellezza indiscussa della poesia leopardiana ? Ma nulla di tutto ([uesto nella novella kitoria del pro- fessor G. : il quale, come sembrami d’ aver dimostrato, non soltanto ha visto con gli occhi del suo maestro il valore di ogni opera d’ arte , ma lo ha anche , come sembrami pure d’ aver dimostrato, rivelato seguendo le parole e 1′ atteggia- mento della forma del maestro : contraftacendo, vale a dire, 1′ originale. Quand’egli, ad es., parla dell’incontro di Petrarca con Laura non finisce con lo stesso vivace svolazzo («…. la sua attenzione fu attratta da una giovane leggiadra e dal porta- mento signorile : era Laura », I, 48) con cui finisce anche il Cesareo (« vi trovò una donna giovane e bionda , che parea di alto legnaggio e ne fu subito preso : aveva nome 240 RASSEGNA CRITICA Laura », I, 78-9) ! Il prof. G. astutamente vuol far credere che così finisca anche il Rossi ; il quale, invece, non fa se- guire nessun nome alla notizia dell’ incontro , e comincia a discorrere di Laura a sei righe di distanza, dopo non pochi periodi e più d’ un punto fermo. Ma perchè mai debbo dilungarmi a dimostrare che il prof. G. è un plagiario, se lo stesso Cesareo — dal quale egli dice d’ essersi meritata tanta stima — e Io stesso editore Muglia hanno citato a giudizio 1′ editore della Storia e lo stesso prof. G. ! Tuttavia non posso non rispondere ancora a due sue considerazioni o insinuazioni. Egli, per discolparsi dei giudizii oltraggiosi lanciati con- tro il Bembo e contro tutti quei poeti che non ebbero la fortuna di non esser né Petrarca né Alfieri, etc, cita la mia Macellano Capuanae Bernardinaeque come esempio di turpi- loquio. Ma la citazione è inopportuna perchè il mio opuscolo, nonostante fosse stato processato dai Capuana e dagli spal- leggiatori di costoro, fu assolto da ogni accusa , e gli spal- leggiatori capuaneschi furono invece severamente condannati^ e perchè, anche, io mi scagliavo contro colpevoli vivi e veri in carne ed ossa e non contro degl’ innocenti — come fa il prof. G. — morti da parecchi secoli ! Egli, per difendersi dall’accusa di non aver mai letto — come dimostrano i plagi della sua Storia — né V Orlando Furioso né la Gerusalemme Liberata, ricorda non so che sup- plenza fatta da me , eh’ ero allora studente d’ università, in una sua terza ginnasiale. Ma egli deve ricordare che, nella stessa epoca, fu stampato col suo cognome un saggio intorno a un raffronto fra un episodio del Furioso o della Gerusa- lemme e un altro dell’Eneide .’ Quel saggio fu scritto da me, al quale egli, ordinario di lettere al ginnasio, ricorse pieto- samente in aiuto ! Francesco Biondolillo DELLA LETTERATURA ITALIANA 241 PER FINIRE Il prof. Biondolillo ha gran voglia di cianciare e tempo da perdere. Io no. Ed è fin troppo che io ci spenda queste altre poche e ultimissime parole. I. Il prof. Biondolillo aveva atfermato essere la mia sto- ria della letteratura italiana un plagio di quella del Cesareo ; ed io gli dimostrai, con precise documentazioni, ch’egli non diceva il vero e che. por giunta, era in mala fede. Adesso il prof. Biondolillo insiste uell’ accusa, senza infirmare, con fatti, nessuna delle mie documentazioni e conclusioni : le quali, per ciò, rimangono integre e intatte. II. Il prof. Biondolillo, assai minore di me per età, per studi, eccetera eccetera, nota in tono compassionevole che da soli tre anni io mi occupo di letteratura italiana. Se egli vorrà rovistare nelle riviste del 1904 , troverà articoli miei di letteratura italiana : quattordici anni addietro ; quando, cioè, il prof. Biondolillo era ancora, suppongo, un alunno di scuola ginnasiale ! III. Il prof. Biondolillo insinua, tra l’altro, che otto anni addietro fu stampato col mio cognome « un saggio » di cri tica fatto da lui. E perchè si limita a una insinuazione e non dimostra questo che sarebbe un vero furto ? E sa egli, dav- vero, ch’io abbia apposto il mio nome e cognome a una qua- lunque scempiaggine scritta da lui I E dunque !… Piuttosto il prof. Biondolillo fa male a ricordare la nostra relazione di anni fa, quando egli mi diceva e scriveva — in lettere che conservo — di far grande stima del mio ingegno, quando egli mi regalava libri suoi con dediche untuosamente affettuose, (juaudo egli ricorreva a ogni ora alla mia amicizia per aiuti
  • i giudica per quel che vale, senza dannose esagerazioni, la merce tedesca. Anzi tutto osserviamo che il quadro, delineato dal G., del- l’umanesimo meridionale è tutt’altro che completo. Fondandosi specialmente sull’ opera del Voigt e sulla monografìa pontaniana del Tallarigo, egli si è fermato specialmente sul Panormita e sul Fontano, indugiandosi qualche po’ sul Facio, sul Valla e sul Manetti , trattenendosi appena sul Sannazzaro umanista ; ma dimenticando del tutto le Rime del Chariteo e 1′ Arcadia e il Canzoniere di Sincero, evidentemente perchè l’opera di questi due- scrittori — i più notevoli, dopo il Fontano, del Rinascimento na- poletano—apparve in luce, tipograficamente, al princìpio o entro la prima metà del Cinquecento. Ma indiscutibilmente così il San- nazzaro, scrittore in volgare, come il barcellonese appartengono al quattrocento. Ed anche se non fosse così, come il G non ha pensata che l’opera dell’ umanesimo non si chiuse con 1′ ultimo anno del (1) Per 68., l’utile, per quanto farraginosa e scorretta pubblicazione di Camillo Minieri-Riccio, Biografie degli accademici alfonsini, detti poi pontaniani, dal 1442 al 1543 (s. a. uè I. di st., ma Napoli, 1880-82, estr. dal giornale politico V Italia reale) ; qualche lavoro del Capasso, ecc. DELLA LETTERATURA ITALIANA 247 secolo XV^? Lo scrittore tedesco, invece, si è fermato innanzi a quell’anno, come dinanzi ad un’impenetrabile porta di ferro, e non si è curato affatto di conoscere la letteratura della prima metà del Cinquecento napoletano. Se l’avesse fatto, si sarebbe di leggieri accorto che tutto ciò che si è prodotto letterariamente a Napoli sino al 1560 circa, sia in latino che in italiano, non è che frutto dell’opera umanistica del Fontano e del Sannazzaro, e di quella in volgare di quest’ ultimo e del Chariteo. Insomma Marc’ Antonio Epicuro, Luigi Tansillo, Berardino Rota, Vittoria Colonna, Galeazzo di Tarsia, Angiolo di Costanzo, Niccolò Franco e gli altri minori scrittori e scrittrici di versi e prose in italiano e latino, vissuti a Napoli .in quegli anni, sono gli epigoni di quel glorioso trium- virato umanistico-volgare. Il G., invece, benché si giovi larga- mente del Novellino di Masuccio salernitano e di qualche altra scrittura in volgare, non si occupa affatto della letteratura ita- liana di tutto quel periodo che va dal 1450 al 1550 (un secolo addirittura!), come se esso non riguardasse punto il Rinascimento. Il traduttore, se si fosse meglio accinto all’ opera sua, avreb- be dovuto avvertire tutte queste deficienze, e sopperire , nel mi- glior modo possibile, a tutte le omissioni dell’ autore tedesco : così la traduzione- (come spesso succede) avrebbe completato o ri- fatto addirittura il testo originale. Cosi com’è, invece, la presente pubblicazione è incompleta, monca, non è al corrente degli studi, e non può nemmeno servire, quindi, ad orientare lo studioso no- vellino, che da essa voglia attingere notizie del lavoro già com- piuto e di quello che dovrà farsi nell’ avvenire. Ecco ora un saggio di quanto ci venne fatto di osservare, percorrendo i sei capitoli di quest’ opera, e specialmente 1′ ultimo di essi, che è il più importante per noi, perchè riguarda esclusi- vamente gli umanisti napoletani e specialmente il Fontano, a cui è quasi tutto dedicato. (1) A p. 96, n. 2. Il biglietto del Compatre, in cui invita il San- nazzaro, per parte del Fontano, ad assistere alla vendemmia (Col- lezione Arditi), è un’evidente falsificazione del Meola. È quasi inutile avvertire che prima di ‘costui non vi è traccia di questo (1) Ecco i titoli messi dal G. ai suoi sei capitoli : « I Baroni »y « I seggi della città di Napoli », « La plebe », « Gli elementi stra- nieri », « Il clero e le condizioni religiose », « I principi e gli uma- nisti » ; ai quali capitoli il traduttore ha giustamente fatto precedere un sommario particolareggiato, e seguire, in fine del voi., un indice dei nomi. 248 RASSEGNA CRITICA documento, come degli altri fabbricati da lui, nei manoscritti e presso gli eruditi napoletani, che ricordano tante altre minute cose del Fontano e del Sannazzaro. A p. 101. Il G., parlando di Elisio Calenzio, che giudica il più importante poeta latino (?) vissuto a Napoli « dopo il Fontano 6 il Sannazzaro », si aug-ura che qualcuno ne ristampi « almeno le poesie migliori ». Il traduttore non ha avuto notizia che ciò è stato fatto in parte, per il solo poemetto eroicomico di lui, il Croacus, sulla guerra delle Rane e dei Topi, imitazione della Ba- tracomiomachia, opera giovanile (1448), che, rifatta circa quaran- tasette anni dopo (1495 o 1496), contiene una probabile allusione alla spedizione francese di Carlo Vili in Italia. Cfr. D. Gallo, Croacus: «un poema eroicomico nel 400», Bari, 1907. Il Gallo attendeva ad un lavoro generale sul Calenzio, di cui l’introd. a questo opuscoletto , dove ristampa tutto quel poemetto, non è che un modestissimo saggio ; ma sinora lo studio completo non è per anco venuto in luce. A p. 118 , sugi’ Inni alla Natura del Marullo era da citare uno studio di F. L. Ciceri , M. Marullo e i suoi « Hymni natu- rales » nel Giorn. stor. (LXIV, 1914, pp. 289 sug.). A p. 127, n. 4, è da avvertire, a proposito di quanto vi si dice degli schiavi nelle province napoletane durante il secolo XV, che il Fontano istesso, il Sannazzaro e il Charitep ne avevano. Cfr. Colangelo, Vita di G. Sannazaro, Napoli, 1819, pp. 240-1 ; Arcìi. stor. napol., XXIII, 399 sg-g. ecc. A p. 131. A proposito delle feste e delle rappresentazioni ì bene da raffig’U- rarlo nell’ingrato asino suo? A p. 257. Le lettere di Francesco Pucci, canonico fiorentino e discepolo del Poliziano, vissuto nella corte deg-li Arag-^nesi» sono note ed a stampa, e, quindi, non solo nella famosa « colle zione » ! V. i documenti pubblicati da me nell” Arch. stor. napol. (voli. XVIII e XIX) col titolo Artisti e scrittori aragonesi, a pp. 59-60 dell’ estr. A p. 260. Le « leg’g-iadrissime poesie amorose ed epigrammi » di Gabriele Altilio, pure esistenti, secondo il G. ed il P. (uni- camente ! ), nella suddetta collezione , non saranno altro che quelle ancora inedite del cod. 9977 della Imperiale di Vienna, delle quali io ho dato l’elenco e il principio nell’ Arch. stor. napolet. (XIX, 561 sg-g- ), nel cit. mio lavoro Artisti e scrittori aragonesi, pp. 78-83. Ibid. Tra g-li amici del Pontano non è neppur citato Bene- detto Gareth , che ha scritto con tanto affetto e venerazione del « g-ran Pontano » , del nuovo « Vergilio » , com’ ei lo chiama, cantandone il giorno natalizio ed nlogiandone tutte le poesie , e che r umanista umbro ha tanto volte ricordato nelle opere sue. V. la mia introd. alle Rime, già cit., del Chariteo, I, pp. fciv-ix. A p. 261. Il G. afferma che il poema latino di Pietro Gra- vina su Consalvo di Cordova, « non è giunto alla posterità ». Il vero è, invece, che ne possediamo a stampa tutto il primo libro (vv. 489) ed il principio del secondo (vv. 46). Cfr. G. Cag*none, P. G. umanista del sec. XVI, Catania, Giannotta, 1901, pp. 87 sgg. A p. 262. Le poesie scritte da A. de Ferrariis detto il Ga- lateo in morte del Pontano e conservateci, secondo il G., dalla predetta « Collezione », sono indubbiamente delle falsificazioni. Il Galateo, ini tante opere che ci ha lasciato , non si è mai provato a scrivere versi in italiano. Le lettere sue sul Pontano non sono soltanto nella biografia pontaniana del Colangelo e nella « col- lezione Arditi », ma furono ristampate nella nota edizione delle Opere del Galateo (Lecce, 1867-75, in « Collana di scrittori di Terra d’ Otranto », voli. II-IV, XVIII e XX). Dopo tutto quello che abbiamo detto ed osservato , si vede che un quadro completo del Rinascimento meridionale è ancora da fare; e che si potrà fare solo quando tutte le ricerche nelle biblio- teche e negli archivi verranno esaurite ; quando saranno stati studiati tutti gli scrittori, anche i minori e i minimi, così in la- 252 RASSEGNA CRITICA tino che in volgare, di quel periodo che non si limiterà all’ anno 1500, ma si estenderà sino ed oltre alla metà dei secolo seg-iiente. Il libro del G., ove si trovano molte acute e importanti osser- vazioni , non sarà del tutto inutile per quella ricostruzione , né sarà stata neanche del tutto vana la fatica del traduttore, il quale, allargando ad un più vasto cerchio di studiosi la conoscenza di quest’ opera, scritta, come giudicava un giudice competente (il Gaspary) « con splendore e genialità di forma », le ha dato una degna e bella veste. La traduzione è fatta con semplicità ed un certo brio, e si legge, quindi, con piacere, e non procura quella stanchezza e quella noia che danno molto spesso le opere di eru- dizione, e specialmente quelle tedesche. Erasmo Pèrcopo Francesco Biondolillo. — / jìoemi giocosi e satirici del Meli (Estr. dalla Riv. (Cltalia, XX, genn.). — Koma, 1917 (8.^ pp. 50). Acuto e coscenzioso critico si rivela il B. in questo saggio, nel quale si studiano i poemi giocosi del Meli, — la Fata G-alanti, il Doti Chiscìotti e Sanciu Panza e la Criazioni di lu Munnu, — con quel geniale accorgimento che caratterizza g-li altri suoi studi intorno ad altre opere meliane (1). I poemi sono diligentemente analizzati nei loro elementi costitutivi e nelle loro ragioni arti- stiche. Nessuno di essi, conclude il B., è perfetto, nemmeno quella Criazioni di lu Munnu, che parve un capolavoro al De Sanctis. La ragione è che « il Meli è un poeta dal respiro breve », la qua! cosa spiega bene perchè egli riesca « insuperabile nell’episodio ». Il B, giustamente osserva che il difetto di tutti e tre i poemi sta in questo che « la preponderanza dell’ intelletto turba la fusione che il poeta vuole operare fra sentimento e raziocinio, fra intui- zione e riflessione, fra gli elementi insomma di quell’arte umo- ristica che fu propria del Meli, ma in ben altre opere: nelle odi e pelle canzoni » (p. 46). Da quest’ ultima osservazione il B. trae la seguente naturale illazione: «Chi volesse cono.scere con anti- (1) Alludo ai seguenti suoi lavori : L’arte del Meli {Riv. d’ Italia, marzo 1912); I^ favole del Meli {Rie. d’Italia, nov. 1914); Fonti d’un , episodio del « Don Chisciotti e Sanciti Fama •» {Fanf. d. dom., 10 ott. 1915), DELLA LETTERATURA iTALIA>”A 253 cipo i caratteri o gli elementi della lirica del Meli non dovrebb» far altro che stare attento, nei tre poemi, piuttosto ai particolari che air insieme del racconto. L’ idillico, il comico, la caricatura, il realistico, il pessimistico ecc. , qui tutto trovasi sparso lungo la narrazione: elementi che poi…. si fonderanno nelle liriche » (Ivi). Fin qui d’ accordo. II male incomincia quando il B. , per voler troppo analizzare le ragioni estetiche del poeta, tira a indo- vinare e cade nell’ arbitrario e nel gratuito. Per la Fata Galanti, ad es. , il B. scopre quanto segue : « Il viaggio pei regni della « Farfantaria » era stato immaginato per mettere in caricatura tutta la passata poesia , la quale si divertiva a narrar cose fan- tastiche e vane, e invece ci troviamo subito davanti a un’allegra satira della società falsa e adulatrice » (pp. 4-5). Perchè mai un tale appunto? Dispiace al B. che la satira della società d’allora precede la caricatura della poesia, che troviamo nel secondo canto? Ma il poeta non è caduto in alcuna incoerenza ; egli non ha pro- messo nulla, come fa credere il B. (p. 8). Il Meli ha invece te- stualmente detto così (parla la Fata) : …. veni prima ‘nzeramula cu mia, Ti purtiroggiu in tempu di menz’ ara > A lu regnu di la Farfantaria ; Ddk truviremu li casi e li mura Carrichi di rainsogni, e pri la via Nni scuntriremu tanti…. (e. I, st. II.*). L’ incoerenza, dunque, non e’ è. Anche se ci fosse, bisog-ne- rebbe ricordare che tutti i poemi, non esclusi i maggiori, ne ri- boccano. Il torto del Meli sta piuttosto nell’ avere mal seguito r Ariosto in quel suo troncare a mezzo i vari racconti per ripren- derne il filo dopo avere inserito altri racconti. Il maggior torto del poeta sta poi nel non averci dato né un’efficace satira della società , né una vivace caricatura dei poeti che lo precedettero. Egli aveva perù , non dimentichiamolo , soltanto ventun anno quando compoiieva questo poema che pure — come il B, ammet- te— contiene episodi e descrizioni degni d’ un grande artista. Il B. a p. 9 seguita a dire che « finita la descrizione della fiera poetica — ch’era 1′ unico scopo del viaggio — si sarebbe do- vuto chiudere il poema…. ». Ma il B. dimentica che il viaggio verso il regno della « Farfantaria » rappresenta solo una tappa del cammino del poeta , il quale si propone di percorrere altre 254 RASSEGNA CRITICA ■plag-he e divertirsi — a mo’ dell’Ariosto — a narrare dell’altro, la stanza 35.* del primo canto (se non si vuol ricordare il « g-ran cosi canti rò » della 1.* stanza di detto canto) c’informa intorno alle sue vere intenzioni : Cuntalu, cunta, eh’ accussi mi fai Passari V oziu e la malancunia…. 11 Meli (convien crederg^li) vuol narrare per passare il tempo e non prescrive alcun limite al suo racconto. Perchè fargli pro- mettere quello che non ha prom.esso ? Il B. sembra seccato (pp. 10-11) dalle digressioni, di cui si compiace il poeta, cioè dalla narrazione degli amori di Glauco e Scilla, della lotta fra l’Olimpo e i Titani ecc. Perchè? Tali di- gressioni sono appunto il vero fine del poeta, il quale non intende far altro che passare da un episodio ad un altro, cucendoli alla beli’ e meglio. Certo a noi piacerebbe più un lavoro organico, in cui gli episodi fossero logicamente subordinati al racconto prin- cipale. Ma il Meli non si è proposto un lavoro di tal natura : egli canta p^ divertirsi e per divertire « gli egregi accademici della Conversazione galante », a cui « volle piacere » (1). Il suo punto di vista è molto simile a quello del Berni e di altri poeti del genere ; non altro. Né pertanto è giusto osservare , come fa il B., che « nella Fata Galanti la mancanza d’ ogni legame fra le varie parti del racconto accade (!) malgrado l’autore : il quale vorrebbe, come l’Ariosto, mostrare occultamente d’ essere trasci- nato volentieri dalla sua instancabile fantasia, ma, in realtà, è trascinato da tante diverse preoccupazioni morali, da tanti diversi motivi extra-artistici che lo fanno deviare continuamente dalla via maestra.. . » (pp. 15-16). Tali preoccupazioni e motivi costitui- scono invece il leit-motif di questo poema, la ragion d’ essere di esso e di tutta l’opera poetica del Meli, anima pensosa e malin- conica, in cui la concezione eudemonistica del mondo è costante- mente soflFocata da un finale irreducibile pessimismo. E se il poeta non è riuscito a dar vita e calore a certi motivi (per es., 1′ isola di Medicina, 1′ astronomia e Leibnitz ecc.) , che non sono extra- artistici, perchè qualunque motivo , se potentemente elaborato, (1) Cfr. G. Navanteri, Studio critico «u &. Meli, Palermo, Keber, 1904 ; p. 112. DELLA LETTERATURA ITALIANA 255 può assumere vita artistica, ciò non intacca 1′ ossatura del poema, ma costituisce una deficienza parziale, una falla prettamente locale. Quanto al Don Chisciotti il B. dapprima opina che « non è che la continuazione della figura creata dal Cervantes, non è che la caricatura dell’ eroe cavalleresco » (p. 20), ma poi, contraddi- cendosi, osserva che il poema meliano « non è più il vano cava- liere errante, ma T uomo della seconda metà del sec. XVIII, che si ribella contro 1′ ingiusta organizzazione sociale, sogna la rivo- luzione francese e va più in là, cantando 1′ internazionale. Ma il Meli istesso riconosce 1′ utopia di quei disegni , ed ecco che per ridersene amaramente introduce nell’ azione il savio e beffardo Sancio Panza…. » (p. 26). Il Meli adunque ha battuto — per quanto glielo consentiva 1′ argomento — una via sua e non ha ripreso il concetto del Cervantes (1). Non è picciol titolo di gh>- ria, anche se «il carattere di Sancio Panza non è, in complesso, felicemente riuscito » (p. 31), e se nuoce «al poema la presenza -d’ un nuovo principio da cui…. sembra informato e regolato : il principio cioè che il mondo sia governato dal Capriccio, sposo della Sorte, o dall’ Accidente, loro figlio, i quali sovvertono i va- lori umani e danno alle cose e agli uomini una fine imprevedu- ta » (p. 33). Più felici sono invece le osservazioni del B. intorno alla Criazioni di lu Mmmu, che « non è quel capolavoro che parve al De Sanctis ; mancò al Meli la forza di dare alle varie teorie cosmogoniche forma concreta di creature umane in modo che que- ste non smentissero il nome che loro attribuisce — » (p. 43). D’ altra parte si riconosce che detto poema è « di gran lunga su- periore » alla Fata Galanti e allo stesso Don Chisciotti (p. 40). I quali giudizi rappresentano un notevole passo verso il pieno riconoscimento della grandezza del Meli considerato quale poeta lirico e quale orditore di poemi umoristici. Giuseppe Bologna Siro Attilio Nulli. — Shakespeare in Italia. — Milano, Hoe- pli, 1918 (16, pp. 245). Questo libro del N. non è una semplice storia esteriore della fortuna dello Sh. in Italia ; bensì avrebbe (l’A. stesso usa, troppo (1) Navantbri, Op. cit., pp. 177-178. Cfr. in oltre P. Nalli, G. Meli (Kiv. d’Italia, mag. 1916, p. 676 sgg.). 256 RASSEGNA CRITICA • modestamente, il condizionale) per suo intimo scopo il superare i suoi limiti di ricerca storica e tendere ad un interesse d’ indole più g-enerale, quello cioè di preparare la ricerca estetica che ci darà il « nostro » Shakespeare, giacché questa, perchè non sia vana fan- tasia, quasi « aegri somnia », deve essere necessariamente preceduta dalla ricerca critica delle interpretazioni che, attraverso le varie ge- nerazioni, si sono accumulate sull’opera del poeta fino a tutto il ro- manticismo, la rivoluzione più grande dei tempi moderni nel campo dei valori intellettuali : così l’A. stesso ci spiega il suo proposito in quella ch’egli chiama « conclusione >> e meglio avrebbe detto «chiarimento» e posto al principio del libro. Pertanto egli co- mincia dallo studiare, sinteticamente, la fama dello Sh. in Italia nel secolo XVIII e passa quindi a discorrere successivamente dello Sh. e del Monti, dello Sh. e del Foscolo, dello Sh. nel romanti- cismo italiano, rifacendosi naturalmente dal tedesco , e qui noto come bellissima la pagina (p. l84) che descrive l’origine prima della fortuna dello Sh. in Germania ; finalmente discorre dello Sh, e del Manzoni, e nell’ultima pag’ina dell’ultima parte egli stesso riassume i risultati della sua ricerca. L’Alfieri, egli dice, è il primo grande poeta-critico che ci parla dei difetti e dei pregi dello Sh. secondo la concezione tradizionale del suo secolo, il Manzoni è il primo grande artista -critico che combatte di proposito questa in- terpretazione falsa, tanto dal lato storico quanto da quello este- tico. Pertanto la questione shakesperiana , posta dal Voltaire e risolta dallo Schlegel, dal Coleridge, dal Manzoni, dall’Hugo, ha ■ rinnovato la questione generale intorno al valore della poesia, at- traverso la controversia per le tre unità, riuscendo ad abbattere le vecchie regole letterarie ed aprendo così la strada alla poesia contemporanea. Io non so, ne dubito anzi, se intenzione del N. sia di dare un seguito a questo suo libro ; ma mi pare che non avrebbe fatto ‘ male aggiungendo qualchi^ capitolo ancora per indagare se e quanto la concezione romantica e manzoniana dello Sh. ha avuto fortuna. Certo, nel secolo XIX lo Sh. è divenuto popolare in Italia ; ma ha, e quanto, contribuito l’opera del Manzoni, quanto quella del romanti- cismo in generale a diffondere nel pubblico colto una nuova e mi- gliore idea del poeta inglese e ad orientare verso di essa la poesia tragica, l’arte rappresentativa, il pubblico e la critica ? Il Manzoni scrive V Adelchi, e il N. nota le differenze tra questo e V Amleto, che sono quelle che dovevano essere per la diversa indole dei due poeti ; ma dopo V Adelchi come e quanto si fa sentire 1′ influen:ìa DELLA LETTERATURA ITALIANA 257 dello Sh. dal Manzoni rivelato? Si riduce essa all’abolizione delle tre unità? Ma questa è effetto del romanticismo in generale, non dell’ imitazione o dello studio dello Sh. in particolare, senza dire che questo non è solamente, anzi è lontano dall’essere so- lamente il ribelle, incosciente, alle reg-ole delle unità. E sui tra- duttori quale effetto ebbero la critica e la poesia trag-ica del Man- zoni ‘? Il Gargano , in un articolo del Marzocco (23 sett. 1917), consacrato all’esame del libro del N. e di un inglese d’argomento analogo (1), ricorda Ippolito Valletta, il quale, traducendo il Giulio Cesare, usò la parola propria invece della perifrasi lette- raria e pulita, cara al « buon gusto » dei classicisti e dei prero- mantici ; ma anche questo era effetto del romanticismo in gene- rale, e r insegnamento del Manzoni fu eflScace sulla prosa, non sulla poesia, nella quale il linguaggio di lui è più vicino al let- terario, quanto può essere il linguaggio di un « poeta » vero, che al comune. Con quale spirito traducono il Rusconi, il Maffei, il Carcano ? A quali modificazioni, o tradimenti, portò, nel senso tradizionale letterario classicheggiante, 1′ uso del verso (Maffei, Carcano) e quanto di fedeltà permise l’uso della prosa (Rusconi) V Quanto di nuovo, rispetto all’ interpretazione letterale ed estetica minuire — le. frontiere del tempo e dello spazio. Oggi ancora quasi sconosciuto in gran parte d’ Italia, sarà domani — grazie a questa 270 RASSEGNA CRITICA ristampa — patrimonio di tutto il mondo ideale ». La « reclame » edi- toriale, sfacciatissima, è evidente nel secondo inciso ; ma non per questo posso negar fede alla sincerità dell’ ammirazione del Levi : e’ è un gruppo, ed egli ne era e il Rillosi sembra esservisi addetto, di fanatici ammiratori del Rovani, e non è inutile indicarlo agli stu- diosi della letteratura contemporanea. Quanto a me, ho voluto ri- leggere, or è un paio di mesi, i Cento anni; li ho rilotti, per i ri- cordi di una prima antica lettura e per altre ragioni che è inutile esponga, con la più benevola disposizione di spirito , e rimasi pro- fondamente deluso : che quel romanzo sia opera men che mediocre, potrei ora dimostrare, so no avessi tempo ed agio. — G. Br. ^% Nicola Zingarelli ha iniziata la pubblicazione di un eccel- lente Vocabolario della lingua italiana presso gli editori Bietti e Reggiani di Milano (1917). L’opera è illustrata con limpide vignette (3000 incisioni in nero e 24 tavole a colore) ; contenda tutte le voci della nostra lingua sia antiche che moderne ; e sarà completata in 10 fascicoli di 123 pagine ognuno, fra qualche anno. Ogni parola ha il suo etimo, la sua pronunzia, 1 suoi vari significati, i suoi deri- vati, ecc. Sono finora apparsi tre fascicoli (a-discobolo) ed è prossimo ad uscire il quarto. È questo un libro che non dovrebbe mancare sul tavolo di tutti gli studiosi e le persone colte. L’ Italia non aveva ancora una simile pubblicazione. — Un eccellente dizionario scola- stico è pure il Vocabolario della lingua italiana di Giulio Cappuc- cini, — il noto autore della bella Grammatica italiana fatta in collaborazione col Morandi, — edito recentemente dalla Ditta Paravia (8°, pp. X- 1813 -VII). Esso raccoglie «quanto è stato possibile della lingua viva, familiare o letteraria o poetica, e, della lingua antica, la parte sostanziale ». ^, Un magnifico o splendido volume ci viene dal di là dell’Oceano, dall’ università Cornell di Ithaca (New York) : Catalogne of the Pe- trarch Collection bequeathed by Willard Fiske compiled by Mary FowLER, curator of the Dante and Petrarch Collections (Oxford, 191 G, 8° gr., pp. xviii-547). 11 Fiske, che fu professore e bibliotecario nella ricordata università, diplomatico e segretario generale della Società geografica americana, impiegò 23 anni per raccogliere ben 4500 opere relative al Petrarca, dimorando , perciò , in Italia , a Venezia e a Firenze, dove abitò la villa Ferini e poi quella Landor presso Fie- sole. 11 volume, oltre la bibliografia di tutte le edizioni del Canzo- niere e delle opere latine, contiene un catalogo ragionato di tutti gli studi riguardanti il poeta e l’ umanista, comparsi sino alla morte del raccoglitore (1905) a cura di Mary Fowler. Chi voglia sapere di più sulla vita e sulle raccolte di questo prodigioso biblio- grafo, che, oltre la petrarchesca, mise assieme anche una collezione DELLA LETTERATURA ITALIANA 271 -compiuta delle opere retoromauiche (1200 voli,, in sei settimane), e. -quel che più interessa noi Italiani, una dantesca, di 7000 volumi, in sette anni ; legga un beli’ articolo del nostro Nicola Zingarelli nel Giornale d’ Italia del 23 agosto p. p., sulla grande simpatia che gli studiosi americani degli Stati Uniti sentono per i padri della nostra letteratura, e che ci ha dato la Coìicordanza del Fea per la D. Com- media e quella dello Steldon, per le opere minori dell’ Alighieri, oltre un bollettino dantesco annuale. Da quest’ articolo togliamo il se- guente brano: «Egli aveva preso moglie da qualclie mese appena, quando nel maggio del 1381, soggiornando in Venezia reduce dal suo grande viaggio di nozze in Egitto, cominciò a comprare qualche copia del Canzoniere. Bon presto si formò nella coppia signorile uua piccola passione per il Petrarca ; si oflfrivano scambievolmente in regalo rare edizioni del poeta dell’ amore ; e passati a Parigi vollero che gli esemplari fossero rilegati dai più famosi artisti della capitale francese, Reinwald e Alien. Nel settembre di queir anno erano nella loro Ithaca, quando la giovine signora Fiske mori : e questa morte parve che la ricongiungesse a Madonna Laura avignonese. Così il Fiske serbò per il Petrarca una religione perenne, tutta la vita sua. Due anni dopo, lasciò la cattedra di Ithaca e venne a stabilirsi a Firenze, dove lu sua casa era sempre affollata di librai antiquari, e da ogni parte d’ Italia; da Palermo a Trieste, egli dice, venivano a lui libri su Petrarca. Delle sue quattro collezioni questa è la più ricca e la più splendida e costosa : e chi scorre le pagine di questo catalogo intende l’ inestimabile benetìzio che il munifico signore ha fatto agli studi. Quante difficoltà sono rimosse per sempre, quanta -facilitazione hanno tutti quelli che vogliono addentrarsi in questo studio particolare ! Un po’ di mania sarà forse stata in lui, a giu- dicare secondo le persone volgari ; egli stesso disse che innanzi al suo nome si poteva scrivere a lettere cubitali « pazzo » in italiano parlava e scriveva l’italiano benissimo); e fu a proposito della grossa somma che pagò per la prima edizione del Canzoniere. Egli npn r ha voluto mai dire per vergogna ; ma come non doveva chia- marsi fortunato di aver trovato il più beli’ esemplare che da un secolo si fosse mai veduto dell’ edizione veneziana del 1470 ? Ed essa era già divenuta rarissima da secoli. Antonio da Canal, un letterato veneziano che ottuagenario verso il 1616 scriveva un commento alle rimo del Petrarca, accennava a questo libro come introvabile : « Non se ne catta più alcuno, che subito fu venduto, e a pagarlo cento ducati non lo troverìa ». Il voi., legato elegantemente in tela e con i tagli dorati, é illustrato anche da una fototipia, rappresentante la sala della biblioteca petrarchesca in Firenze, e reso molto comodo con un indice per soggetti. 272 RASSEGNA CRITICA ^ Una copiosa o preziosa raccolta manoscritta di musica e poesia del Cinquecento fu scoperta dal prof. Graziano Paolo Cle- rici di Parma. La raccolta, o forse meglio, antologia musicale, contiene dugentoundici composizioni madrigalesche in perfetta par- titura, a 4, a 5, a 6, a 7 voci, spirituali e profano, dei più famosi maestri del secolo XVI, italiani e stranieri. Il fiammingo Cipriano de R-ore vi occupa la parte principale ; ma vi son pure ampiamente rappresentati, tra gì’ italiani, il Palestrina e il Merulo ; tra gli stra- nieri, Philippe de Monto o Orlando Lasso, più altri venticinque con- trappuntisti, tutti della seconda meta del Cinquecento, seguaci di scuole diverse. Con ogni verosimiglianza, il ms. proviene dagli eredi del Rore, che da Venezia, dov’ era, com’ è noto, maestro di cappella agli stipendi della Serenissima, fu dal duca Odoardo Farnese attratto a Parma, dove mori un anno appena dopo il suo arrivo, nel 1565. Il manoscritto fu comprato dal conte Alessandro Tarasconi parmense, al prezzo di ducatoni sei, non piccola somma per que’ tempi. Tutto ciò è attestato da una scritta, che si legge appiè della prima pagina, dalla quale risulta 1′ anno della vendita e dell’ acquisto, e insieme il nome della persona, che vendette il ms. : 1′ anno è il 1589. li ms. si presenta nella forma di un volume, grosso quanto un messale, delle preciso dimensioni di cm. 41 per cm. 26. Consta di fogli per musica, cartacei, numerati, 224, eh’ è, come dire, di 448 pagine. Non poche tra le composizioni musicali sono divise in due, tre, ‘ quattro 0 più parti, nettamente distinto; onde, fatto il novero di tutte, si arriva al cospicuo numero di 306 composizioni. Il florilegio fn messo insieme con la evidente intenzione di offrir modo agli amici della musica di scegliere, secondo i gusti del tempo, nel più copioso as- sortimento possibile, essendovi madrigali, ripetiamo, di tutte lo spe- cie ; da quattro a sette voci, in lingua italiana, latina e francese, per canto e per suono. Facendo una distinzione di tutta la copiosa 0 complessa materia, secondo il numero delle voci si ha : Madrigali a 4 voci, n.” 53 ; a 5 voci, n.° 109 ; a 6 voci, n.» 44 ; a 7 voci, n.’^ 04. Il maggior numero delle com|)Osizioni musicali reca in tino il nome dell’ autore. Una piccola parte rimane anonima, o semiano- nima, trovandosi talvolta due sole lettere, talaltra qualche vaga indicazione, come «Incerto», «Ingegnoso», o simili, o talaltra, nulla affatto. E dunque verosimile che vi possa essere qualcosa ancora da scoprire, forse anche inedita. Quanto alle composizioni poetiche, son quasi interamente anonime ; ma del Petrarca son musicati va- riamente ventotto sonetti ; la canzone Alla Vergine nelle sue 10 stanze, che formano 10 composizioni; a. canzone Chiare fresche e dolci acque nella 4^ stanza: «Da’ bei rami scendea»; la sestina: Alla dolce ombra delle belle frondi in sei parti, che formano sei composizioni ; il Trionfo della Morie in tre parti e in altrettante composizioni. Quasi tutti i 28 sonetti danno luogo a due composizioni : la prima DELLA LETTERATURA ITALIANA 273 comprende le duo quartine ; 1′ altra le due terzine, ma però alcuni sono a 4 voci e altri a 6 voci. Uno è dialogizzato a 7 voci. I principali musicisti sono : Orlando Lasso, Cipriano de Rore, lacques de Wert, Adriano Willaert, dei primi due dei quali e di Filippo del Monte il codice ha pure, musicati, tre sonetti del Sannazzaro, un madrigale del Della Casa dal secondo di essi, e uno del Guidiccioni dall’ ultima dei musicisti ricordati, ecc. Il possessore di questa notevolissima raccolta ha già dato, nella Bibliofilia (XVIII, 10-12, pp. .305-28). un lungo articolo descrittivo, accompagnato da opportune illustrazioni fotografiche, dove si troveranno più minute notizie delle poesie mu- sicato e dell’ importante manoscritto, del quale il Clerici promette uno studio storico-letterario. Si cfr. anche un largo annunzio di Ger. Lazzari nel Fanf. della domenica (3 giugno 1917). ^% La « Collezione dei classici italiani », con introd. e note diretta dal compianto Pietro Tommasini Mattiucci, e edita già della Casa Lapi di Città di Castello, ha ripreso le sue belle pubblicazioni per opera dell’ Unione Tipograflco-editrico torinese, già Pomba, che, be- nemerita degli studii por la sua vecchia raccolta di scrittori italiani, ora ha assunto l’impresa di continuare la nuova Collezione, che si riteneva morta in sul nascere. Rilevati dalla Casa Lapi i volumi finora usciti, e cioè la Nautica di B. Balbi, a cura di G. Bonifacio, la Caccia di Diana e le Rime del Boccaccio, a cura di F, A. Massèra, i Sonetti di Folgore di S. Gemignano, a cura di F. Neri, l’ Invito a Lesbia Cidonia del Mascheroni, a cura di G. Natali, e lo Novelle del Tre- cento, a cura di G. Marpurgo, dei quali la Rassegna ha dato, a suo tempo, l’annunzio particolareggiato (XIX, 128. XX, 59 e 271), la nuova Casa editrice ci dà ora un sesto volume contenente 1′ Aridosia e Apologia di Lorenzino de’ Medici, con introduzione e note di Fe- derico Ravello (8°, pp. 253). Il testo della commedia riproduce quello dato da I. Sanesi nelle Commedie del Cinquecento (II, 1912) degli « Scrittori d’ Italia » del Laterza, e che è quello offerto dal ms. 2970, i della Riccardiana, il migliore di tutti, e dalle due prime edizioni del 1548 e 49; il testo dell’ Apologia riproduce quello di G. Lisio (Or«- zioni scelte del sec. XY, Firenze, Sansoni, 1897), che lo desunse dal raffronto di varii codici fiorentini. Neil’ introduzione il R. rinarra, secondo gli ultimi studi del Ferrai, del Borgognoni e di altri, la vita agitata di questo giovane ambizioso e precoce, morto a 34 anni, cui la nostra letteratura deve una delle migliori commedie del Cinque- cento e queir « esempio di eloquenza grande e perfetta da ogni parte» secondo il Leopardi, che fu, 1′ orazione in difesa dell’ assas- sinio da lui commesso. Il R. cerca di spiegare la ragione e 1′ utilità di esso, rimaste sempre dubbie a tutti gli scrittori antichi e moderni che se ne occuparono, e che rimangono ancor tali : paro certo sol- tanto che ad esso non fu, in ogni modo estraneo (come ritenne anche Rass. Crit, XXII. . 18 ‘274 RASSEGNA CRITICA il Ferrai, piuttosto benevolo col tiranno) l’ affetto per la libertà ■e per la nobile città da Alessandro tiranneggiata ». Adorno di sei belle tavole rappresentanti una medaglia coli’ effigie di Lorenzino, il ri- tratto di Clemente VII, del Bronzino, la statua di Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino, di Michelangelo, il primo di questi due ultimi creduto padre, 1′ altro vero progenitore del Duca (natogli da un suo amo- razzo con una contadina di Collevecchio}, il ritratto di Alessandro, pur del Bronzino^ il palazzo de’ Modici e il portale della Chiesa di San Polo in Venezia, presso alla quale Lorenzino fu ucciso ; l’elegante volumetto, annotato sobriamente e diligentemente, si chiude con un manipoletto di rime e lettere dello stesso scrittore, e con una « Notizia ibibliogratica » delle edizioni dell’ Aridosia e dell’ Apologia, nonché degli « Studi storici e critici » su di esse e il loro autore. Forse non •era inutile aggiungere anche qualche parola sulle opere letterarie ■che ebbero per soggetto queir enigmatico personaggio, ricordate sol- tanto dal R. a pp. 49 e 50 dell’ introduzione. A proposito di questo voi. si veda nel Bulletin italien, XVII, 3-4, pp. 147 sgg., un primo articolo di F. Picco e del medesimo Ra vello. Il delitto di Lorenzino de’ Medici nella realtà storica e in una novella di Margherita d’Angoulém e. ,*, Anche la Casa editrice Successori Le Monnier ha voluto ini- ziare una sua collezione di « Scrittori italiani per la scuola e per la cultura ». Sono eleganti volumetti , affidati, in generale, a studiosi ■competenti e spesso adornati con incisioni. Sinora ne son venuti alla luce tredici, nel seguente ordine alfabetico degli autori: Alfieri, Saul, con note di G. Belli; Cbllini, La Vita, con note di G. Falor- si ; Compagni, La Cronica, con note di 1. del Lungo; Foscolo, 1 Se- polcri, con note di G. Romeo; Giusti, Poesie, con note di G. Biagi; Guicciardini, Narrazioni scelte, con note di G. Falorsi; B, Latini, I libri naturali del « Tesoro », commentati ed illustrati da G. Bat- telli; Leopardi, Prose e poesie, con note di G. Mestica ; Machia- velli, Discorsi, con note di G. Piergili ; Parini, Le Odi , con note di A. d’Ancona ; M. Polo, Il Milione, con note di 0. Tiberii; Tasso, Gerusalemme, con note di G. Falorsi; Tommaseo, Pagine scelte, con note di G. Battelli. Alcuni di questi volumi sono già noti perchè apparsi in altre edizioni (il Compagni del Del Lungo, il Giusti del Biagi, il Panni del D’Ancona ecc. ecc.). — Notevoli quelli dovuti al Battelli e al Tiberii. Le Pagine scelte, del Tommaseo , divise in sei parti (pp, 364) : « Poesie originali e tradotte », « Memorie autobiogra- fiche » , « Pagine narrative e descrittive » , « Critica letteraria » , « Scritti d’Arte », « Pensieri ed affetti » : insomma, le cose migliori di quello scrittore, scelte nel gran numero degli scritti tommaseani con gusto e accorgimento , postillate con sobrietà e conoscenza del- l’ autore, e procedute da un breve studio sulla vita e le opere del DELLA LETTERATURA ITALIANA 275 Dalmata, e adorno anche di un buon ritratto. — I libri naturali del « Tesoro », « emendati colla scorta de’codici, commentati e illustrati da Guido Battelli, con due appendici e 18 incisioni » < 1917, pp. 219), ci offrono, dei nove libri, in cui è diviso comunemente, il volgariz- zamento italiano di Bono Giaml)oni (pubblicato a Treviso nel 1474, a Venezia, due volte, nel 1528 e 1533 , e poi dal Carrer nel 1839 e finalmente dal Gaitor nel 1878), i tre soli che trattano della Terra e degli Animali ». 11 B. ha riprodotto il testo del 1533, confrontan- dolo diligentemente col suo originale (il cod. laurenziano XLll, 19), e tenendo presente il tosto francese secondo il cod. Ashburnhamiano 125 e altri testi manoscritti della medesima versione. Nelle numerose note, larghe citazioni di opere medievali latine e volgari , di poeti cristiani, di scrittori mistici, di poeti provenzali, ecc., « che, se non sono fonti del Tesoro, presentano pure qualche analogia con quello, 10 illustrano, e in un certo senso lo completano ». Le due appendici contengono un estratto degli scritti da S. Eucherio ( FormulaHurn spiritualis inlelligentiaé), che ci fa conoscere il significato simbolico che la mistica medievale attribuiva agli animali »; e il Mare amo- roso, malamente attributo a B. Latini, secondo 1' edizione datane dal Monaci nella sua Crestomazia, nel quale è raccolto il maggior nu- mero « di similitudini amorose , cosi care alla lirica del Dugento ». 11 volume, utile e ben fatto, è anche illustrato da incisioni rappre- sentanti animali, tolto tutte dall' arte medievale, sculture e vetrate 35 : spare Correzioni Epist. I, VII, 35 – 6 , 39 Satir, VI, VI, 60 sgg. som no oluscula 3 sgg. juvat laltra S. ; Gas. sparer Direttore responsabile : Erasmo Pèrcopo Napoli — Stab. Tip. N. Jovene & C.° — Piazza Oberdan, i3 RASSEGNA CRITICA DELLA LETTERATURA ITALIANA VOL. XXIII, 1918 RASSEGNA CRITICA DELLA LETTERATURA ITALIANA PUBBLICATA DA E. PÈRCOPO, F. TOERACA e N. ZINGARELLI Anno XIXIII, 1918 COLLABORATORI : G Bologna, A. Borzelli, G. Brognoi.go, G. Castaldi, V. CiccHiTELLi, F Corridore, L. Cuccurulio, E. Filippini, M. Manchisi, F. MoRONCiNi, V^MuGGiA, A. Pagano, G. Paladino, E. PÈRCOPO. F. T.;RRACA. NAPOLI Stabilimento Tipografico N. JOVENÉ e C* Piazza Trinità Maggiore, 13 1918 INDICE DEL VOLUME XXIII (1918) COMUNICAZIONI. Paladino (G.) — Brani inoditi dello « Memorie » di Luigi La Vista Pag. 1 Corridore (F.) — Della letteratura in Sicilia nella prima metà del se.’olo scorso e di un letterato sconosciuto (Vincenzo Messina barone di Bibbia) » 18 MuGGiA (V.) — L’Italia e gl’Italiani nell’opera di Charles Didier . » 41 ToRRACA (F.) — Su la canzone « Italia mia » di F. Petrarca . . » 145 Brognoligo (G.) — I traduttori italiani di W. Scott …. » 232 RECENSIONI, MoRONCiNi (F.) — G. Leopardi , Tulle le poesie , ediz. M. Porena; Canti, a cura di A. Donati .. . » 11 Manchisi (M.) — Giusto de’Conti, La bella mano, ediz. G. Gigli . » 91 CiccHiTELLi (V.) — E. Lopez-Celly, La DI LUIGI LA VISTA Kel 1871 Pasquale Villari con gentile ed opportuno pensiero donava alla Biblioteca Universitaria di Napoli i manoscritti di Luigi La Vista, una parte dei quali era stata da lui pubblicata in apposito volume (1), dove aveva fìitto soltanto una scelta di ciò che l’ infelice giovane aveva la- sciato (2). Il resto giace ancora inedito, salvo alcuni scritti pubblicati successivamente dall’ avv. Carlo d’ Addosio (3) e da B. Croce (4). (1) MemoHe e SetHlti di L. La V., Firenze, Le Mounier, 1863. La interessantissima prefaz. del Villari è ristampata nei suoi Saniti vari, Bologna, Zanichelli, 1912 , pp. 183-223. Le carte del La V. si conservano ora fra i mss. della Universitaria in una elegante busta segnata col n. 85. Vi è pure la lettera con cui il V. accompagnò il bel dono. « Sebbene »— scriveva l’egregio uomo— « io durassi molto fatiche per salvarli, dopo che egli venne, il 15 maggio 1848, truci- dato; sebbene il tenerli presso di me era un conforto ; pure io cre- detti sempre che il luogo più adatto e degno a conservarli fosse la Biblioteca della Università di Napoli. L. La V. fu la immagine vera, la più bella personificazione dello studente napoletano ; e però io credeva che i suoi lavori dovessero stare là dove è la sede degli studi di cotesta gioventù, che tanto lo somiglia ». (2) « Non potevo e non volevo fare più di un volume » (P. Vil- lari a C. D’Addosio, Firenze, 19 marzo 1888). Nel volumetto di quo- st’ ultimo : In memoriam « XXXX anniversario (15 maggio 1848 • 15 maggio 1888). L. La V. ». Napoli, 1888. (3) Nel volumetto or ora citato. (4) B. Croce, Uno scrìtto inedito di L. La V. (Atti della Accad. Pontaniana, S. Il, voi. XIX, Napoli, 1914). Rais. Crit., XXIII. 1 ^ ■ RASSEGNA CRITICA Augurandoci che un editore di buona volontà pensi a raccogliere integralmente e con ordine gli scritti del La V., vogliamo dare un saggio di quelle parti delle Memorie — non ancora note — che egli andava scrivendo, e nelle quali intra- mezzava spesso pensieri ed osservazioni sulle cose lette o viste giorno per giorno. Da questi « brani inediti » — assai interessanti dal punto di vista autobiografico — apparirà ancor più evidente , che ora non sia , quale perdita subissero le lettere e gli studii con la morte prematura del giovane ve- nosino , a cui il De Sanctis suo maestro aveva predetta la g-randezza (1). 1j& Memorie del La V. cominciano ad avere carattere continuativo col giugno del 1847. Del periodo anteriore, l)arlo di quello trascorso a Napoli alla scuola del De Sanc- tis (2), non rimangono che alcuni ricordi già pubblicati. Xoi, nel far conoscere questi brani, che si riferiscono all’ul- timo anno della vita, serberemo F ordine cronologico con cui sono 1 egli autografi , avendo cura di collegarli con le parti delle Memorie già note. « # # Fra gli scritti raccolti dal V. (p. 282 e segg.) è un boz- zetto intitolato Angelo. Ecco quel che ne dice il La V. : «Ho scritto una lunga sciarada sui casi e sui pensieri di un certo Angelo. L’ ho composta delle parti, che ho tolte a cia- scuno dei miei amici: a De Meis ho tolta la devozione alla scien- (1) Discorso di Francesco De Sanctis agli amici di L. La V. (ViLLARi, pp. xLii e segg.). 11 discorso è stato più volte riprodotto e, fra r altro , nel volumetto commemorativo del La V., edito a cura di G. Fortunato, Napoli, 1887. (2) Affermò il Villari ( Prefaz., p. vii) che il La V. (nato nel 1826) venne a Napoli a 19 anni; dunque nel 1845. Ma nei ricordi trovo la seguente nota : « Si riapre lo studio del De Sanctis (era il nov, del 1846), ed io yi rientro per il terzo anno… » (Villari, p. 7). Anche il D’Addósio cadde nella stessa inesattezza. DELLA LETTfLR ATURA ITALIANA 3 za; a De ludicibus l’ ingenuità femminile; a me stesso e a tutti che mi somigliano la tempesta e la febbre dell’ anima. Sotto finto nome e sotto finti casi ho voluto rappresentare la sublime infer- mità dei grandi spiriti a venti anni Dopo la lettura del mio Angelo, il mio maestro, il solo che mi faccia fremere di entu- siasmo lodandomi, mi ha detto: Hai ‘passeggiata l’umanità. Io non so se ho passeggiata 1′ umanità ; sento che potrei passeg- giarla. Io non so se l’orgoglio è un vizio, certo è che l’orgoglio è una malattia » (1). Notevole per il momento in cui fu pronunziato (giu- gno 1847) questo giudizio, che rispecchia le idee del Sanctis : « Andando dietro ai versi e alle frivolezze — diceva il La V. — noi facciamo espresso servizio ai nostri tiranni, perchè riduciamo a un giuoco o ad un passatempo la letteratura, dalla quale solo potrebbe aver sodo principio la rigenerazione della nostra patria ». 11 La V. ardeva dal desiderio di farsi conoscere. Ecco che cosa egli scriveva della prima pubblicazione che si ac- oingeva a fare , ma che forse non condusse mai a termine, non trovandosene tracce uè nella raccolta del Villari , né nei manoscritti : « Ora gittiamo il nostro nome in quest’ arena che si dice pubblico; certamente sarà sopraffatto; ma avrò gustato il piacere di vederne la lotta…. Pubblico dunque uno scritto in cui potrà vedersi degli studi e del giudizio; non aspiro ad altro. Vita del Pantano : ecco il soggetto del mio scritto , che primo sarà forse pubblicato. Comincio da erudito ; non pretendo di essere storico. Chi, leggendomi, potrà indovinare che lo scrittore ha venti anni ed un inferno nell’anima? Molti diranno:— Quanta fretta di farsi (1). Il « Maestro » è — non occorre dirlo— il De Sanctis. Angelo Camillo de Meis e Giuseppe de ludicibus furono tra gli amici più cari del povero La V. (Villari , p. 145 e 157). Rimane una bellis- sima lettera di quest’ ultimo al De Meis [Ivi, pp. 227-29) , in cui lo ringrazia delle amorose cure prodigategli in occasione di una ma- lattia sofferta. 4 ■ RASSEGNA 0111*10 A chiaro— Altri ancora : — Quanta impazienza di dare a stampa — Gli uni : — Fanciullo — Gli altri : ~ Imbecille ». Meritano di essere conosciuti i seguenti brani inediti che ci rivelano alcuni aspetti caratteristici della figura del La V.: « Siamo stati soli un momento io e quella donna (1); sono stato tentato di prenderle la mano, d’inginocchiarmele innanzi e di dirle una parola, una sola parola; le avrei fatto gelare il san- gue addosso ; 1′ avrei spaventata. Io ho un incendio nel cuore; guai alle donne a cui dovrò aprire il mio cuore. Io la incenerirò come l’angelo di Moor. … Oh! se avessi detta quella parola a quella donna! Ora non avrei questo peso sul cuore; mi è parso che quella donna mi avesse letto neir anima il pensiero che in quel punto 1′ agitava. Dire ad una donna : — Io ti amo — per me è dirle : — Il mio destino è congiunto eternamente col tuo… — Aspet- tava una risposta , una risposta che per me era la vita o la morte. Quella donna leggeva il mio Byron: ho sognato che ella si fosse sentita Medora, Galvara, Angelica, Francesca, che avesse sentito il bisogno d’un Corrado, d’un Faliero, d’ un Alp. Le ho fatto chiedere il suo giudizio sopra Byron. L’ ho aspettato quat- tro giorni quel giudizio; 1′ ho immaginato nella mente quale l’ho desid- ^to col cuore: quattro giorni d’illusione, di palpito. Oggi quel giudizio è venuto: chi lo riferiva mi diceva: — La madre ed un prete le hanno impedito di leggere il Byron. Scrupolo di coscienza — Mi è caduto un peso sul cuore ; ho sentito corrermi il gelo nelle vene. Taci, illuso, non credere alla fantasia: tu avevi ragione : In quelle anguste fronti Non cape ugual concetto. Spez- zato ancora questo incanto , strappati il cuore , e spargilo nel fango; il cuore degli altri è fango. « Perdona, o Peppino (2), ho potuto celarti un segreto; credi, sono stato punito, crudelmente punito. Ho sognato che potessi edificare colle rovine di tutti i miei affetti un affetto , un idolo, un cuore. Ti ho taciuto il mio disegno ; te lo avrei presentato quando sarebbe stato perfetto. Lo avremmo adorato insieme. Io (1) Era una donna da lui veduta ad una festa da ballo (Vill ari, p. 153 e segg.). (2) E’ r amico De ludicibus. DELLA LETTERATURA ITALIANA O avrei acquistata una madre ai miei figli , tu avresti acquistata una compagna alla tua donna. — Vanità di vanità! Il suicidio, ecco la realtà! Ecco l’inganno e il disinganno di una settimana. Moltiplica quelle settimane cogl’ inganni sempre nuovi e col di- singanno sempre noto , ed ecco la vita. E tu credi ? Ed a che credi tu ? La fede è un nulla, come un nulla è stata la bellezza. « Io tengo appese al mio cuore due vescichette, l’una piena di mele e 1′ altra piena di fiele : nei giorni di allegria e colle persone di buon cuore mi servo di parole asperse di mele ; nei momenti di tristezza e con le persone senza cuore mi servo di parole tinte di fiele. Ecco perchè parte dei miei discorsi è dolce, innocente, lusinghiera, poetica, ed un’ altra parte è aspra, pun- g-ente, ironica, satirica ». A questi sfoghi dell’ animo addolorato per un disinganno amoroso sono intercalati alcuni pensieri notevoli, che qui trascri- viamo: « Una storia ben fatta della diplomazia sarebbe una storia d’ un grande intrigo o d’ un perpetuo equivoco ». « Io credo che il mondo sia governato da una intelligenza; ma credo ancora che questa intelligenza, nel governarlo, ricorra ad un continuo equivoco ». « È tempo ormai che cessi il grido : La società antica è la città, e la società moderna è l’individuo. Pensiero vero, ma vec- chio. I membri della società antica erano nomi ; la città antica era personificazione. I membri della società moderna sono per- sone; la città moderna è realtà. I due principii debbono congiun- ^ersi; 1′ avvenire deve tenere alla società antica per l’orj,. ..:zza- zione e la centralizzazione , alla società moderna per 1′ industria e il lavoro: ma 1′ avvenire deve tenere a se stesso per l’armonia, l’eguaglianza, la fratellanza. Potrebbe dirsi che la società futura deve essere la riproduzione dell’ associazione antica vivificata dalla libertà individuale. Ecco il nuovo bisogno e il nuovo pensiero, a cui preluse il Vangelo, a cui accennò Saint-Simon, a cui tende il Comunismo ». Da questo pensiero del La V. si potrebbe trarre occa- sione a ricercare la conostjenza delle dottrine socialistiche, che si aveva a Napoli prima del 1848. Si avvicinava intanto la fine del terzo anno scolastico passato dal La V. allo « studio » del De Sanctis. L’ animo del giovane infelice era più sconfortato che mai, 6 RASSEGNA CRITICA « Il milleottocento quarantasette — scriveva egli nel lug-lio di queir anno — è stato uno degli anni più ridicoli della mia vita: pari al quarantasette parmi solamente 1′ anno, in cui mia madre e mio padre pensarono di cong-iungersi in un amplesso di amore, e sperarono che il figlio di quell’amore avesse potuto un giorno ringraziarli della vita, che essi gli avevano gratuitamente reg’alata; e forse anche pari al quarantasette sarà l’anno, in cui degli amici e dei parenti stolti diranno piangendo: — Povero gio- vane, è morto senza avvenire ^>. «Platone dice:— Dio ci ha dato due ali per elevarci: l’amore e la ragione. — La tempesta dello scetticismo mi ha spezzate tutte e-due quelle ali, ed io non mi eleverò mai a Dio ». « Ho sempre sotto gli occhi un cranio; darei gli ultimi pal- piti , che mi sono rimasti nel cuore , per mutar la superbia del mio capo nella maestà di quello spauracchio ». Agi’ inizii delle vacanze il La V. si preparava a tornare in provincia. Per quanto si sentisse lieto di rivedere suo padre , che amava moltissimo , a lui rincresceva di lasciare gli amici : « Mi vanno tante malinconie, scriveva egli in quei giorni, tanti neri presentimenti pel capo: forse io starò sano e vivo; forse tornerò a riabbracciare gli amici; ma ora me ne allontano, come se fosse per sempre. Stringo la mano ad uno e mi sforzo di porre in quella stretta più amore del solito ; dico una parola ad un altro , e mi pare che fosse 1′ ultima. Io non so che sia; certo è che io non sono lieto. Ho promesso di scrivere a molti, dei miei amici, ed il pensiero mi susurrava che a quegli amici avrebbe scritto altri e non io. La fantasia mi rappresenta a me stesso solo, malato, moribondo; mi sembra che la presenza di mio padre non basti , mi sembra che io desideri il conforto di qualche amico. « Partendo, ho pianto come un ragazzo; ho sentito nell’addio agli amici quel non so che amaro, che è nell’ addio alla vita. « Dei miei amici , uno mi ha regalato un Leopardi ; regaio opportuno: Leopardi è la bibbia degl’ infelici; è il solo libro che si convenga a me, il quale, se non ho la importanza dell’infeli- cità , ho la miseria della noia. Un altro dei miei amici mi ha regalato un Beranger: regalo ing*egnoso; è il libro delle speranze DELLA LETTERATURA ITALIANA 7′ popolari ; quando la noia cede, sorg’e il pensiero d’un avvenire, d’una patria, e si ha bisog-nodi cantare e di sfogare l’impeto delle pas- sioni generose ; allora leggo Beranger e mi preparo alla battaglia. . . . « Io non ho viag’giato, se non nei contorni della mia buccia: mentirei, se parlassi dei piaceri dei grandi viaggi Discorsi frivoli , vani , noiosi ; g-iudizi sciocchi ; flagello del buon senso; cerimonie sulle labbra e fastidio nell’anima Berchet nulla; Manzoni mediocre ; Metastasio sommo ; la repubblica un sog-no iniquo; la nostra precedente schiavitù un paradiso; il feudalismo, il santuffìzio, la tortura gentilezze e grazie della umana intelli- genza… Se non volete corrompervi la mente e il gusto con queste crudeli scempiaggini , non parlate che di cavalli e di cani cogli eruditi, e i dotti, e i letterati della provincia…. « In una notte del mio viaggio ho veduta in atto la poesia leopardiana del tramonto della luna. La notte rischiarata dalla luna è un tempio rischiarato da una lampada; il silenzio solenne e la luce malinconica vi fanno pensare al sogno dei vostri amori, alla fatale infelicità dei vostri affetti….. Ho veduto coricarsi la luna in sull’alba, come una matrona che si avvolge in un ampio sudario…. E’ bella la natura ; a mirarla cosi magnifica , e così impenetrabile, senti un amore ed uno sgomento nell’animo; vor- resti abbracciarla, ma temi di essere assorbito… Se tu fossi una parte di questa immensa natura, sentiresti il palpito dei vulcani e l’amore delle stelle…. « Sono giunto tra i miei; ho sentita una gioia, che mi si è sparsa per tutte le viscere La casa di mio padre è la sola parte della terra, in cui né il dubbio, né lo sconforto, né la noia ti vincono…. Amo, amo, amo. Tutti gli affetti del mio cuore, tutti gli amici , le speranze , tutta la giovinezza si fonde in un pensiero, in un affetto, in una persona: mio padre, la mia fa- miglia. Finché non ho messo il piede sulla soglia della ir “asa, ho pensato agli amici ; solo mi sono spariti dalla mente tra le braccia di mio padre ; …. non è vero: fra le braccia di mio padre, gli^ amici, gli ho veduti in mio padre… ». Qui descrive la vita che faceya, nella borgata uà tia,^ in- tercalandovi belle osservazioni letterarie, storiche, filosofiche. « Gli anacoreti si maceravano il corpo per acquetare lo spi- rito; io mi seppellisco nei libri per assopire il cuoxe. La lettura 8 RASSEGNA CRITICA per Napoleone era una passione spinta sino alla rabbia; ei divo- rava tutti i libri. In tal modo ei placava il desiderio dell’azione coir abbondanza del pensiero…. « Il mio paese è mutato; le campagne e i monti e le acque, che mi parevano infinite, ora bastano a pena alla corsa del mio cavallo. « Leggo i Memoriali di Napoleone. E’ un gran libro ! Cesare e Napoleone sono stati grandi ed hanno narrata la loro gran- dezza. Non so se più maravigliosi nei fatti o negli scritti. Apri Plutarco ed ammirerai la eroica semplicità degli antichi; ma ri- cordati che r autore delle Vite di quei grandi non era nessuno di quei grandi. Cesare e Napoleone veggono e sentono se stessi nei miracoli che narrano , e mostrano di non credere e di non sentire che la, grandezza e la gloria in se medesime. La vita di Napoleone è 1′ epopea dei tempi moderni; in capo ad ogni canto o parte di quel vasto poema è un motto, un’epigrafe che par che ne dica il senso e l’argomento. I motti, le sentenze di Napoleone sono brevi e profonde come le sue battaglie. Eloquente nei fatti, eloquente nei discorsi ! Io credo che Napoleone comprenda e riem- pia tutto il giro della storia moderna , come Dante tutto il giro dell’arte moderna » (1). * I nostri contadini faticano e sudano, docili e pazienti , sei giorni della settimana : il settimo si ubbriacano. Sogliono dire che chi non si ubbriaca non è uomo. Interrompono con due o tre ore di ubbriacatura i guai e le oppressioni della vita. Sapienza maravigliosa: godono e cessano di patire negl’intervalli dell’asso- pimento , e si liberano dalla tentazione del suicidio , gustandolo e preparandolo lentamente e inconsapevolmente». « Altri ammira e si compiace della quiete eterna della cam- pagna e della natura. Io me ne sdegno, come mi sdegnerei della calma di colui, che contemplasse il mio dolore ». « Mio padre ed un mio, più che amico, fratello (2), medici, mi hanno i.spirato l’ amore per le scienze mediche.. « La fisiologia, scienza intermedia tra le puramente razionali e le puramente naturali ; quasi dovessimo appostarci in quella (1) L’ avo del La V. fu « uomo del novantanove; ammiratore dei Francesi , della loro rivoluzione, di Lafayette , di Napoleone » (Vil- LARI, p. 160). (2) E’ cortamente il De Meis, DELLA LETTERATURA ITALIANA f ed aspettare al varco, sbucando dai loro penetrali , il pensiero e la materia, Io spirito e il corpo, V uomo e la natura, il finito e l’infinito, e sorprenderne ed osservarne l’accoppiamento e il con- flitto. « Se mai dovessi lasciare la pace dello scetticismo ed appi- gliarmi ad un sistema filosofico particolare, io me ne comporrei uno dallo spiritualismo e dal materialismo, e fing-erei un non so che simile al sensismo francese ed al panteismo g-ermanico. E, volendo contentarmi del fatto , presceglierei tra tutti il sistema di Schelling. « Tutti lodano e leggono le ottave del Poliziano sulla Giostra di Giuliano de’ Medici, poesia elegantissima , intarsiata di clas- siche reminiscenze, e pochissimi hanno lette e gustate certe can- zonette del Poliziano freschissime e naturalissime , e forse sole degne di dirsi popolari in Italia » (1). « Scorrete le Odi e le Ballale, le Orientali, le Foglie d’ au- tunno, Ore del Crepuscolo e tutte le liriche di Victor Hug’o: fan- tasia ora splendida , ora fosca ; ma sempre fantasia , rarissima- mamente il cuore. Al contrario prendete le Armonie , le Medita- zioni e le altre liriche di Lamartine, sentimento sempre, profondo, leggero, carissimo. Victor Hugo è l’affetto, le immagini, la vita della società, Lamartine la natura. « Mazeppa è il simbolo del genio. Victor Hugo dice: Il court, il vele, 11 tombe, et se relève roi ! « Io tremo innanzi ad un fiore, come innanzi ad una donna. La bellezza è un mistero. Che pensieri ! che desideri I che sogni ! Non contemplate i fiori nelle case, nei cristalli, nelle mani degli uomini; contemplateli nei campi, sugli steli. Le stelle non sono belle che in cielo ; 1′ uomo non è bello che in un momento di grandezza. Il fiore è il simbolo di quanto vi è di bello e di gen- tile nella natura e nella fantasia. La corolla d’un fiore è un te- soro di profumi, di colori , di grazie. Goethe stava un giorno a contemplare un fiore ». Da Venosa il La V. andò a Molletta, dove aveva rice- (1) 11 La V. dedicò .uno dei suoi scritti al Poliziano (Villari, p. 343 e segg.). 10 RASSEGNA CRITICA vuta la prima istruzione nel Seminario. Ma non abbandonò i libri prediletti. Nelle « Memorie » di quei giorni annotava: « Mie letture: Opere politiche di Chateaubriand; eloquentis- sime menzog-ne, diseg-ni nobilissimi. Memorie di Ginevra e d’ un prigioniero di Stato di Andryane: bella elogia, sogno di gioventù é disinganno di carcere ». « Un amico conservava certi miei scritti del Seminario ; io glieli ho chiesti ed ho voluto portarli con me per inserirli nel mio giornale. Dalla lettura di questi scritti ho pigliato piacere e dolore; piacere di essermi trovato così nobile e così fiero, come sono ora ; dolore di non essermi sentito tanto religioso quanto era allora ». A Molfetta ritrovò alcuni amici, che lo rividero con gioia. « Alla campagna, alla campagna ; a cavallo. Siamo venti e tutti giovani, e tutti unanimi, e tutti ardenti. La gioia dei ban- chetti è una gran gioia; nel vino la verità, e nella verità l’amore. Ciò che dobbiamo dirci tra noi, noi amici, si sa da tutti noi, e si aspetta e si spera ». Ma presto ritornò alla malinconica Venosa : «Ed ho detto addio agli amici. L’addio è un dolore, tanto più acerbo , quanto più indefinito. Un istante basta a spezzare una larga consuetudine di amore. Ora siete circondato da tanti amici, da tante simpatie, ed ora siete solo, abbandonato, deserto. « Ho rifatto il cammino da Bari a Venosa : metà di notte, metà con la pioggia, e tutto con una malinconia incredibile «L’amore dei miei ed alcuni libri mi rendono alquanto viva la vita in questo cantuccio della terra. « A me pare che ogni giorno che io passo senza studiare è un furto che io faccio al mio avvenire. «Si può bene analizzare, ben compórre, bene scrivere; ma operar bene , ma praticare le massime che cadono sì facilmente dalla penna è un merito più raro ancora, un merito che guadagna il cuore , mentre il merito dello scrittore non parla ordinaria- mente che allo spirito ed alla immaginativa. DBLLA LKTTERATUBA ITALIANA 11 « Dicendo a me stesso che io potrei forse esercitare un giorno qualche influenza sul destino dei popoli, il mio cuore si purifica, la mia anima si nobilita. « Non vi ha che un essere degradato moralmente ed intel- lettualmente, il quale possa dire che un popolo non ha niente a desiderare, e che è felice quando ha in abbondanza di che man- giare, e bere, e vestire, e fare all’amore.’ « L’ uomo non può contenere nella sua anima tutti i suoi dolori: bisogna che ei li versi o nel seno di Dio, o in quello di un amico vero , d’ un essere caritativo , ovvero , quando egli è solo, privato della sua libertà, sulle mara del suo carcere, come Tasso, sopra una tavola, come Pellico. « Le Memorie del giovane Andryane dovrebbero- e possono essere le memorie di og-ni giovane, a cui il cuore e lo studio sono vita e sventura e disinganno. « La stampa periodica è una forza immensa uscita dalla ci- viltà moderna: essa non sarà distrutta nò dalla violenza, né dal disprezzo. Nata dai bisogni della nuova società, ella ha preso il suo posto tra quei fatti , che gli .uomini più non abbandonano, quando se ne sono impadroniti; ella è stata sostituita alla tribuna popolare degli antichi ; ella è alla stampa ciò che la stampa è stato alla scrittura. Non è in poter di alcuno il distruggerla, come in poter di alcuno non è V annullare grandi scoperte , che han mutata la faccia del mondo. Bisogna vivere, checché ne sia, colla bussola, la polvere da cannone, la stampa ed oggi col vapore. « Correndo per le nostre campagne , sovente ho pensato al- l’ Elogio degli uccelli di Giacomo Leopardi. « La campagna è la natura , e la natura è Dio. La fede, il sentimento , la poesia abitano nella campagna. L’ ateo non po- trebbe vivere nei campi ; nei campi è diffuso lo sguardo di Dio. « Spesso ho udito chiamarmi vario, incostante. Mi piace ri- spondere con queste parole di Victor Hugo: «Lo spirito di ogni scrittore progressivo dev’essere come il platano, di cui la scorza si rinnova a misura che il tronco cresce ». « Se in Venosa non istessero i miei ed alcuni amici, io non vi resterei un istante.*… Io vi aflfbgo dentro, e temo 1′ ozio non mi corrompa. « Lamennais maestoso, appassionato, semplice e magnifico, grave e veemente, profondo e sublime; lo scrittore s’indirizza al cuore con tutti i sentimenti , allo spirito con tutti gli artifizi, 12 RASSEGNA CRITICA all’anima con tutti gli entusiasmi. Egli illumina come Pascal, riscalda come Roiisseau, fulmina come Bossuet ». « Chi, dopo avere ammirato e contemplato Mirabeau sul pie- distallo storico erettogli da Thiers, volesse guardarlo e conoscerlo •n famiglia ed in farsetto, potrebbe leg’gere lo spiritoso e vivace articolo che ne ha scritto Victor Hugo, In qualche parte di que- st’articolo Mirabeau si mostra grande, gigantesco, benché sempre individuo, benché distaccato dalla storia. « Beccaria, Filangieri, Pagano, Genovesi, Pietro ed Alessan- dro Verri ecc. ecc. sono. in Italia lo stesso che in Francia furono Montesquieu, Voltaire, Diderot, Rousseau, D’ Alembert ecc. ecc. Su questo soggetto potrebbesi scrivere una importante Memoria, confessando quel che tolsero ai Francesi , e mostrando quel che crearono da sé stessi. « L’ Estetica di Jouffroi è 1′ eccletismo della scuola idealista e della realista. Libro noioso, chiaro fino al triviale, freddo fino allo scolastico. Reliquia di monumenti tedeschi incastonata alla francese. Generalmente Jouffroi in tutte le sue opere parla chiaro, ordinato, ma timido, agghiacciato….. Oh immenso Hegel! Oh eloquente Cousin ! (1). «Non ho libri nuovi: ritorno ai latini e ai trecentisti: Cice- rone, Cornelio , Pandolfini ecc. ecc. Ci é del diletto a risentirmi fanciullo, parlando ai fanciulli e rileggendo i libri della fanciul lezza. Ora io leg’go quei libri con occhi e con pensieri mutati; mi paiono nuovi. Quante memorie! I libri sono simili alla mu- sica ; la musica fa diversa impressione sugli animi , secondochè diversa è la loro disposizione. « Bossuet. L’ultimo Padre della Chiesa. Degno rivale di Lu- tero. Lutero e Bossuet diversamente eloquenti. Dalla diversità della loro eloquenza può dedursi la diversità della loro missione. Lutero ardente, brusco, triviale, sublime, semplice, popolare, irresistibile , indipendente rappresenta il libero esame , lo spirito moderno. Bossuet magnifico, grave, eguale, mobile, ornato, let- terario, rappresenta la scuola e l’autorità. Grandi di diversa gran- dezza: Bossuet può paragonarsi ad una montagna , Lutero ad un torrente ; la montagna è sublime per la- sua altezza e per la sua durata; il torrente per la sua rapidità e per la sua veemenza. (1) Per questi giudizii cfr. Croce. Estetica, Bari, 1908; pp. 403- 405 0 p. 342 e sogg. DELLA LETTERATURA ITALIANA 13 Il tempo non ha potuto niente sulla montagna. Bossuet è un g-ran monumento letterario ; del torrente non è restato che la ruina. Lutero non è più letto , ma Lutero comincia la storia moderna. Bossuet fu e sarà un grande oratore. Lutero fu un grande ora- tore e sarà un grande uomo. « Per Bossuet la storia, il sermone, l’elogio, 1′ epistola non sono che la variata e variamente maravigliosa espressione di questa idea; Dio è tutto, l’uomo è niente. « Non ci è scrittore che come Bossuet senta ed esprima la distruzione, l’annullamento, la vanità degli uomini e delle cose. Mi sopisce questo profondo e malinconico sentimento del vano e del nulla. L’ infinita vanità del tutto (1). « Robertson e Botta. Di questi due storici 1′ uno ha narrato la scoperta e 1′ altro la rigenerazione dell’America. Paese nuovo, paese vergine, paese fecondo di forza e di ricchezza. Il cinque- cento è il principio della moderna civiltà , il cinquecento si no- mina da Lutero e da Colombo; la scoperta d’un mondo nuovo e la scoperta d’un principio nuovo; mondo fisico e mondo morale. Senza frasi e senza anticaglie la storia dell’ indipendenza dell’A- merica avrebbe dovuto scriversi da ben altri che dal Botta. Poche lezioni d’un professore francese sulla eloquenza parlamentare in- glese dicono assai più sulle colonie americane e la loro emanci- pazione, che non ne dicono i cinque freddi e lisciati volumi del Botta. 0 Whashington , o Boston , o Franklin , o Lafayette , o Stati Uniti ! Libertà, santità, ingegno, valore, grandezza, gran- dezza, grandezza. L’ America aspetta un Sismondi o un Thiers. «Robertson, dotto, esatto, ma senza calore, senza vita: la sua storia non è un dramma; se si volesse paragonare a qualche cosa, dovrebbe paragonarsi ad una dissertazione. Un nuovo móndo è un soggetto invidiabile. Leggete quanto si è scritto sopra Co- lombo ; leggete quanto ne ha scritto Humboldt. Colombo è la navigazione , la navigazione è 1′ industria , e l’ industria è il mondo moderno » (2). (1) Il La V. discorse del Bossuet anche negli Studi storici (Vil- LARi, pp. 28-29 e 37-38). (2) Giudizii sul Botta e sul Robertson sono anche negli Scrini pubblicati dal Villari ( pp. 120-22, 96, 117-19). Per il Botta cfr. B. Croce, La stoHografia in Italia dai cominciamenti del secolo deci- monono ai gioìmi nostH (in Critica, ‘^IW, 1915, pp. 251-65 e 328-3 !)• 14′ RASSEGNA CRITICA Venuto il novembre, il La V. tornò a Xapoli. I tempi erano mutati. Il movimento liberale iniziato «la Pio IX, se- guito da Leopoldo II e da Carlo Alberto, si stava estendendo anche all’Italia meridionale. Messina e Reggio erano insorte. A Napoli si organizzavano dimostrazioni al grido di « Viva l’ Italia ! Viva Pio IX ! Viva il Re ! » « Qualche imbecille — scriveva il La V. in quei giorni — mi ha detto : — Non vieni a gridar con noi ‘? Hai paura ? — Il giorno innanzi alla rivoluzione del trenta, Armand Cafrel non volle se- guire gli altri, ed Armand Carrel non aveva paura. Chi mi dis- se :— Hai paura ì — mi ha baciato ed abbracciato, e si è disdetto ». Dal novembre del 47 in poi le « Memorie » divengono saltuarie. Era il tempo dell’azione. Spigoliamo qua e là al- cuni pensieri non j)ubblicati dal Villari : « 5 febbraio 1848 ! Io ho sognato per lungo tempo che un giorno avessi potuto trovare in un mio maestro quello che ho trovato in un amico..-. Ora quel sogno si è dolorosamente dilegua- to. Quel mio maestro non ha voluto mutarsi in mio amico » (1). Dopo l’espulsione dei Gesuiti avvenuta nel marzo 1848, « alcuni giovani de’ meglio educati e in fama di beli’ inge- gno », per non far risentire al popolo la mancanza delle scuole gratuite , decisero di sopperire essi stessi al difetto, dando lezioni ai fanciulli poveri. Il La V. fu tra i promotori della benefica istituzione (2). Del suo insegnamento rimane traccia nelle carte a noi pervenute , fra le quali si trovano varii appunti sulla storia del Regno, nel Medio-Evo. Ma in- tanto non tralasciava gli studii. Sotto la data del 20 aprile scriveva : (1) Non intendo a chi voglia qui alludere. Non certo al De Sauc- tis, per 11 quale il La V. sentiva profondo affetto (Villari, p. 7, 145 ecc.). (2) F. MiCHiTELLi, Storia degli ullimi fatti di Napoli fino a tutto il i5 maggio 1848, Italia, 1849, p. 185. DELLA LETTERATURA ITALIANA 15 « Ho stampata una Memoria letteraria ; V ho data a molti dei miei migliori amici ; ni uno non me ne ha parlato. Io ne aspettavo un giudizio e non un elogio. Il silenzio mi è paruto im disprezzo, od io sento di non meritare il loro disprezzo » (1). Auche del 20 aprile è questo pensiero : « Il Laocoonte di Lessing. Questo è un bel saggio di critica, in aui è il sentimento squisito dell’arte greca… Non tutto è vero, né tutto è giusto; ma tutto è brillante, e tutto è vivace… E’ un bello esempio di critica comparativa tra le diverse arti… Lessing è tedesco nell’indole dell’ingegno, è francese nella direzione del suo sistema. La critica di Lessing si risente della influenza fo- restiera ». * * * Interessano lo storico degli avvenimenti politici , più che quello delle lettere , alcune note inedite sui fatti cala- bresi del 1848 da aggiungersi a ciò che fu pubblicato dal Villari (p. 188 e segg.j (2). Esse contengono giudizii assai interessanti sulle persone che presero parte ai moti rivolu- zionarli. Crediamo che non sia questo il luogo di farne cenno. Più opportuno ci sembra il far conoscere ai lettori al- cuni versi inediti del La V., che , se non aggiungono gran che alla sua fama di scrittore, sono indizio della facile vena poetica, di cui egli era dotato (3). ( 1 ) Era lo Studio sui p)Hmi due secoli della letteratura italiana, stampato a Napoli dallo Stabilimento tipogratìco all’insegna dell’An- cora, riprodotto dal Villari, pp. 299-341. (2) Ho notata qualche differenza fra 1′ ediz. del Villari e i mss. Ad es. nelle Memorie (p. 165) il La V. dice: « ma la mia vera pas- sione è la tribuna, o la cattedra »: « la rivoluzione » è un’aggiunta dell’editore. Viceversa in un altroiuogo delle Memorie stesse (p. 187), là dove r À. accenna alle spedizioni dei volontarii in Lombardia, il Villari trascrisse « partiranno domani », trascurando le parole « capitanati da una donna » (la Belgioioso), che si trovano nel ms. (3) Debbo i versi del La V. alla cortesia del Sen. B. Croce, che liberalmente mise a mia disposizione il ms. copiato da un nipote dell’ autore. 16 RASSEGNA CRITICA Le strofe che seguono s’ intitolano Il tradimento 1. No, non più dal labbro mio Tu parola udrai d’ amore ! L’ ho giurato innanzi a Dio, L’ ho promesso al mio dolore. Sciagurata! ed obliasti Che i tuoi giuri il Cielo udì ! Sciagurata, spergiurasti ! Va che il Ciel ti maledì. 2. Ahi ! che un nume in terra o Cielo Vagheggiai nel tuo bel viso ! Una stella senza velo, Una dea di Paradiso. Passai teco i giorni miei, Non avea che il cielo e te ; Sciagurata, e ti perdei ? ! Ma vi è un Dio, un Dio per me. 3. Ti rammento il dì che teco Sotto il noto ombroso ramo Ti diceva : —io t’ amo— e 1′ eco Ripetea : — lo t’amo, io t’amo — E tu allor col guardo chiuso Rispondevi : — Io t’amo ancor ! — Una forza di destino Facea certo il nostro amor. 4. Quando poi il ciel sereno Conturbava la natura, 10 chiudea nel tuo seno Ogni aagoscia ed ogni cura. Ti narrava i miei tormenti. Mi pascea d’ amoro e fé ; Furon rapidi i momenti Che passai accanto a te ! 5. Eran molti i di trascorsi Dacché a me non ti mostravi ; Tel vietavano i rimorsi, 11 mio volto paventavi! Ma t’ invenni, altin, crudele, Col rivale a favellar ! Sì che un calice di tìele Ebbi io, lasso, a tracannar ! 6. Tal se poi il buon bifolco, Dai pensier della raccolta, Nella notte sogni il solco. Che la mèsse ha bella e molta ; Ed allora si consola Degli stenti che durò ; Ma si desta;… la gragnuola 11 suo campo divorò. 7. Ahi! che prima ai tuoi bei rai Detti moto e detti accento ; lo primiero, io t’ insegnai La magia del sentimento. E m’ inganni ? e cerchi aita Che il mio cor perdoni a te ? Torturasti la mia vita ! Ti perdoni Iddio per me. Sono del 1848 questi versi per musica : Sotto gli aranci del mio giardino. Mi assido e piango, e guardo in mar. Susurra invano il vento marino (sic), Invan si affretta il marinar. DELLA LETTERATURA ITALIANA 17 Son quattro anni, che qui nel petto Sento un ascoso cupo dolor ; Ei qui lasciommi ; io qui 1′ aspetto ; S’ ei non ritorna, muoio d’ amor. Restano intìiie questi altri versi tatti in occasione delle nozze del fratello Antonio : Mistero è la vita, velato d’ inganni, Men duro di tutti è l’ inganno d’ umor. La scienza, la gloria son splendidi affanni, L- amore è gentile tormento del cor. % Al bambol che nasce il mondo è splendore, Al giovin che spera il mondo è avvenir. All’ uomo che pensa il mondo è dolore, Al vecchio che muore il mondo è sospir. Beata è la culla, la tomba è beata. Un raggio è la vita, è raggio d’ amor. Del grande, del vulgo la mente annoiata Si scalda, si avviva al foco del cor. Nella copia, che un nipote del La V. trasse dall’ origi- nale manoscritto, segue a queste strofe la data : « maggio 1848 ». Quasi sicuramente dunque sono gli ultimi versi del- l’ infelice giovane , che di lì a pochi giorni doveva rimaner vittima generosa di una fatale illusione ! G. Paladino Riv. Crii., XXIII. DELLA LETTERATURA IN SICILIA NELLA PRLVIA METÀ DEL SECOLO SCORSO E DI UN LETTERATO SCONOSCIUTO ^” (Vincenzo Messina, barone di Bibbia) 1 Gesuiti , dopo il concilio di Trento , ebbero in tutta l’ Italia, e specialmente in Sicilia, il monopolio delle scuole pubbliche e spesso anche delle private. Maestri nell’arte del parere, di condotta dignitosa e apparentemente morale, for- niti di molta e svariata cultura, seppero ben presto conqui- stare la pubblica stima, e col confessionale, col pulpito, con la cattedra si resero i despoti della coscienza femminile , e avvinsero di ferrei e sottili legami anche le intelligenze più fervide. Essi però mediante la scuola diedero opera a iste- rilire V ingegno degli alunni , avvezzandoli a misere disqui- sizioni grammaticali, a ricerche storiche senza un raggio di critica , ad esercizi lìoetici , arcadicamente sdilinguiti o ru- morosamente retorici , ad orazioni vacue nel contenuto e leccate nella forma , insomma a quel talso apparecchio di cultura gretta e superficiale che fu il maggiore danno delle lettere nostre. Si deve però rendere lode ai Teatini di Palermo, i quali, abborrendo da quel misero indirizzo dei Gesuiti , nell’ inse- gnamento, aprirono anch’ essi pubbliche scuole, e avviarono gì’ ingegni a studi più forti e più convenienti all’età e ci- viltà nostra. Del bene, che essi fecero, narrarono molti e DELLA LETTERATURA ITALIANA 19 -diligenti scrittori : a noi basta questo solo fatto , che dalla loro scuola uscì quel luminare del diritto siculo, ebe fu Ro- sario di Gregorio, poscia regio storiografo, uomo, per altezza d’ ingegno, per erudizione scontìnata, per acume di critica, per pazienza di ricerche, da considerarsi fra i primi. Xocque al di Gregorio 1′ ufficio di regio storiografo , giacche nella potente opera, che ha per titolo : Considerazioni del diritto ptihhlico siculoj non volle parlare della parte politica, unica menda di quel lavoro. Né l’esempio del di Gregorio fu privo di effetti, poiché s’ ispirò alla sua scuola Domenico Scinà, che nella Vita di Empedocle, nel Prospetto della letteratura siciliana nel secolo XVIII e in altri insigni lavori si diede a conoscere acutissimo critico, scrittore poderoso e illustre scienziato. Anche altri scrittori si resero benemeriti in quel torno di tempo, come Nicolò Palmieri, autore di una Somma della Storia di Sicilia, pregevolissimo lavoro sui metodi di David Hume, e di una Storia costituzionale della Sicilia, pubblicata nel 1848 per cura e con prefazione di Michele Amari ; un ■Saverio Scrofa ni, che in fatto di scienze economiche si elevò a molta altezza, e Paolo Balsamo, valente cultore di scienze agrarie e politiche. Attingendo ;ù metodi e alle dottrine dello Scinà. e del Di Gregorio, una mano di valentissimi giovani venne tosto in gran fama sopra tutto nel vasto campo delle scienze mo- rali , della critica letteraria e delle storiche discipline (1). Ne vi ha fra noi chi ignori i nomi di Emerico e di Michele Amari, di Francesco Paolo Perez, di Francesco Ferrara, di Giuseppe La Farina, di Raffaele Bu^acca, di Pietro Cuppari, di Isidoro La Lumia e di altri non pochi che sollevarono a grande altezza la cultura siciliana. Se cotesti valentuomini volarono con ali di aquila nel (1) L’organo principale di cotesti scrittori fu il Giornale di sta- iistica, rivista trimestrale, che superò ben tosto ogni altro giornale d’ Italia in siffatte materie , e stette a pari coi due o tre più rino- mati d’ Europa. 20 RASSEGNA CRITICA vasto campo delle ricerche storiche e delle iuvestigazioiiì morali, volarono con ali di pollo coloro che in Sicilia si ad- dissero alla cultura dei vari rami poetici, sia che seguissero 1′ andazzo arcadico , mal celato dall’ imitazione di Orazio o del Monti, sia che gonfìasser le gote sonando la tromba di Ossian, sia che si sbizzarrissero nelle stranezze di un ro- manticismo malamente capito e malamente applicato. 11 primo fra i Siciliani che si buttò a capo fìtto nel romanticismo fu Felice Bisazza. Egli , come dice il Me- stica (1), « fin dal 1832 aveva scritto sul romanticismo man- zoniano un notevole e , per quei tejnpi , ardito discorso »» Ecco, per esempio, come dava principio ad una poesia stam- pata in Siena nel 1835 : Soave siccome un’ arpa che piagne Udiste di un canto sonar le campagne ‘} Vedendo una luna, sentiste un amor”? ecc. Ed ecco il principio di un’ altra, stampata nelle Ispira- zioni e Leggende nel 1841 : Aprite la porta : Ah, no, non è morta : Ov’ è la dormente ? Aprite la porta : Tacete : una morta Sopita , non spenta Nel tempio si sta. Ciascun la vedrà. Il Bisazza però, rinnegando i primi amori, si ritempra di idee, di concepimenti e di forma, e divenne un valoroso poeta. In quel tempo non fu di molto aiuto la scuola del pa- dre Michelangelo Monti, frugoniano anch’esso, più. che altri non creda ; né l’ imitazione alfleriana diede in Sicilia frutti durabili ; né l’epopea ebbe valenti cultori, quantunque molti e molti avessero sortito, dalla natura ricche doti poetiche. Il Galati stampò in Messina tre volumi di tragedie, poi V Euno ; Vincenzo Navarro pubblicò il Giovanni Procida. (1) Manuale della Ietterai, ital., voi. II , P. 2.*^, Firenze, Bar- bèra, 1887, p. 555. DELLA LETTERATURA ITALAINA 21 Tentarono 1′ epopea il Navarro, Domenico Castorina con la Cartagine distrutta e poscia col Napoleone in Mosca ; l’abate Serao col Giobbe ; più tardi Lionardo Vigo col Ruggiero, p*ma però che splende di molte bellezze fra moltissime mende: composto prima del 1840, il Ruggiero fu pubblicato molto tempo dopo. In quel torno venne anche di moda la visione poetica, rinnovata dal Borghi sul modello della Ma- scheroniana e della BasvilUana. Un’infelicissima visione fu quella di Ferdinando Barone^ intitolata la Scaliade, perchè in morte di Adelaide Scalia. Egli è vero che Tommaso Gargallo lasciò luminosa traccia di se come poeta epigrammatico, e soprattutto come traduttore di Orazio e di Giovenale ; ma in quel valentuomo (« noto », secondo il Mestica, « largamente di nome, ma poco in realtà ») la fama fu maggiore del merito, e gli imitatori suoi (n’ ebbe pochissimi) furono al di sotto della mediocrità. Si deve confessare però che dal 1835 in poi la poesia, specialmente la lirica, ebbe valenti cultori nel Perez, nel- 1′ Errante, nel Bertolami, nel De Spuches, nel Vigo, nel Mit- chell, nella Tarrisi Colonna, nella Salvo Muzio, nella Lau- retta Li Greci, nel Bisazza , nel Daita e in altri. 11 Perez «’ ispirò a Dante ed al Foscolo. Vincenzo Errante ebbe sen- timento profondo e forma robusta specialmente nel carme sulla Casa dei Matti di Palermo. Michele Bertolami , giovanissimo , pubblicò una terza rima in morte di V. Bellini , lodata perfino dal Leopardi. Giuseiq)e de Spuches , valentissimo nelle lingue classiche, seppe infondere l’accurata eleganza e la venustà greca nelle sue liriche. Riccardo Mitchell ebbe forma leggiadra e soa- vità di affetti specialmente nelle Ore poetiche. Leonardo Vigo, in poche liriche e soprattutto nel Palazzo di Cristallo , fu tra i migliori di quel tempo; Giuseppina Turrisi Colonna parve insigne perfino ai più severi , come il Tommaseo , il Xiccolini ed il Guerrazzi. La critica letteraria , seguendo i metodi del Foscolo, «ollevandosi dalle solite volgarità e dai convenzionalismi di scuola , si affermò ardita e indipendente , sebbene trascen- 22 KASSEGNA CRITICA desse qua e là in un atteggiamento pretenzioso e superbo^ Il Perez negli studi su Dante, in altri insigni lavori e an- zitutto nella Beatrice svelata , diede i)rova di grandissima dottrina e di acume meraviglioso. L’ organo pew) delia cri- tica letteraria fu il giornale Iai Ruota , iniziato nel 1839, dove pubblicarono importantissimi scritti i fratelli Benedetto e Gian J^attista Castiglia, Paolo Morello, Francesco Aceto, 1′ Errante, il Bertolami, il Principe di Scordia ed altri. Poco dopo , Paolo Lo Giudice , che poi si ribattezzò ])er Paolo p]miliani-Giudice^ elevò la critica letteraria colla sua Storia Clelia letteratura italiana , opera non scevra di mende , ma splendida di concepimenti e di ricerche sagaci. 11 romanzo fece cattiva prova col .Giovanni Barresio di Giovanni D’Ondes Reggio e coi Tre alla difesa di Torino di Domenico Castorina ;^ ma la novella popolare ebbe un valente cultore in Vincenzo Linares, scrittore spigliato, e -amoroso ricercatore di costumi e di fatti che si riferiscono alla Sicilia. Fra i racconti di lui primeggia i Beati Paoli. Nei racconti più lunghi, come Maria e Giorgio e il Masna- diero siciliano , si mostra povero d’ invenzione , e tenta se- guire le orme dei Promessi sposi, con ali aff’aticatissime. tìe la Sicilia nel primo ventennio del secolo XIX non ebbe valorosi poeti nella lingua letteraria, ne ebbe stupendi in dialetto ; e, per non parlare qui del Meli, poeta inimita- bile per venustà , per grazia , per sentimento squisito della natura, per stupenda scelta di immagini e per diafanità di pensiero, furono ricchissimi di doti poetiche Domenico Tem- l)io e Ignazio Scimonelli. Il Tempio, ove se ne tolga la lu- bricità, il municipalismo feroce e nella forma una certa in- versione latina, è veramente sommo nelle scene popolari, nei ritratti satirici e nella potenza descrittiva, non tarpata da una certa abbondanza ovidiana. Mirabile è la Carestia, poema in versi settenari , che forse è il miglior lavoro di lui. Il « Carro della Carestia » è tale descrizione da porre il poeta, a pari di Ovidio, nelle più stupende descrizioni delle Meta- morfosi. Inferiore al Tempio fu lo Scimonelli nell’invenzione e nella potenza satirica , ma di gran lunga superiore nella DELLA LETTERATURA ITALIANA 23 cultuFH, tanto da tradurre in dialetto le odi di Orazio con tocco fedele e sicuro. Dello Scimonelli una gran parte di poesie non furono pubblicate , sia per la lubricità , sia per le satire personali; e forse erano queste le migliori. Adunque la cultura letteraria e scientitìca andò sempre più rafforzandosi nelle principali città della Sicilia e soprat- tutto in Palermo; ma nei comuni mediterranei il movimento fu lentissimo e non sempre sicuro , poiché nella maggior parte di essi esisteva una sola scuola di mutuo insegna- mento, e solo in pochi un’altra di grammatica. Il giovanetto, quindi, che doveva avviarsi agli studi, volava subito alla grammatica italiana e latina , e non rade volte dalla gram- matica all’ università I Né 1′ università era ostacolo, perchè delle due cose necessarie per 1′ ammissione e per la laurea degli studenti, cioè il danaro e gii studi, adatti, i regi esa- minatori credevano indispensabile il solo denaro. Se dunque la grandissima parte di coloro che nei comuni mediterranei esercitavano professioni si meravigliavano di trovarsi a quei posti, la grandissima parte dei letterati nostri, essendo per lo più giovani che non ritraevano i mezzi di sussistenza dagli studi , si dedicavano a quei solamente dai quali spe- ravano o traevano diletto. Ma il vero danno appunto era in ciò^ perchè, cercando il momentaneo diletto, non avevan pazienza di rivolgersi alle remote e spesso torbide fonti, dalle quali scaturivano le pure sorgenti dei dilettevoli studi. La carriera letteraria cominciava in Sicilia sui vent’anni, e si chiudeva sui trenta , percorrendo il vero periodo delle evaporazioni della vita e delle asfissie della ragione. Bio- grafie, necrologie, giudizi letterari traboccavano in quel de- cennio con impeto irresistibile. Ma i veri frutti della sta- gione erano le poesie e le novelle ; le poesie , intonate per lo più in lugubri endecasillabi , o in settenari scarmigliati, eran condite negli ultimi tempi con amorose sdolcinature, o con desolazioni frenetiche , e ad ogni tre o quattro strofe spuntava fuori la luna, e discendeva mestamente un angelo con trecce d’ ebano o d’ oro ; le novelle , a dir giusto , non s’ inchinavano al bravo andazzo della scuola francese , né 24 RASSEGNA CRITICA diguazzava!! tra le « tifomanie » del rimorso e l’« eretismo » della vendetta e l’« idrofobia » dell’amore e le « allucinazioni » della sventura ; ma erano annacquate a bagnomaria, e con stile e frasi spesso impastate col laudano (1). Il letterato Vincenzo Messina , barone di Bibbia (2), ebbe però il grandissimo pregio di attenersi al sodo e quasi al domestico, scartando il convenzionalismo di ogni maniera, e volendo ad ogni costo esser logico nel concepire e chia- rissimo nel!’ esporre, vuoi nelle poesie, vuoi molto piìi nelle prose. Egli era uscito dalla scuola dei Gesuiti di Palermo, e aveva appreso tosto, come si poteva in quel tempo e sotto falso indirizzo , quel tanto di verniciatura nelle lettere , in (1) La strana nomenclatura fra virgolette è dovuta agli scrit- tori francesi di quel tempo. (2) Nacque in Falazzolo-Acreide (Siracusa) il 16 giugno 1819. Tenerissimo per il decoro della patria, iniziò opere utili , favori il commercio, educò la gioventù. Nel 55 costruì un giardino pubblico, che il Di Marzo segnalava corno il più bell’ornamento di Palazzolo nella sua traduzione illustrata del Dizionario topografico del D’A – mico, e che poi disgraziatamente venne distrutto in un istante di barbarie insidiosa. Nel 1860 costruì un teatro che dedicò a Vittorio Emanuele. Nel 66 con un pugno di uomini salvò la provincia da un orda di briganti, contro cui la forza pubblica si era resa inefficace ; e il Consiglio comunale lo dichiarò benemerito della patria, la pro- vincia e il Ministero lo plaudirouo a gara. Neil’ ottobre del 72 un terribile uragano devastò Palazzolo , e il Bibbia , cuor nobilissimo , si adoperò in ogni modo per commuovere altri cuori generosi , e raccolse più di 50 mila lire per i colpiti dalla sventura. Neil’ 80 la carestia colpisce Palazzolo, e vieh meno il lavoro ; il Messina, per dar pane, mette mano alla costruzione di un pubblico giardino e ne dirige i lavori. Il 22 giugno, mentre stava a osservare la volta di una cisterna, la vide improvvisamente crollare, e, senza che fosse stato possibile trarsi a salvamento , venne rovinosamente travolto dall’ impeto di quel crollo , rimanendo cadavere. 11 Bibbia fondò r« Accademia del Progresso », che ebbe, come corrispondenti, bravi scrittori italiani e stranieri, e, come soci onorari, il Cantù e il Tom- maseo. L’istituzione dell’ accademia fu un grandissimo bene, giacché fu stimolo potentissimo alla gioventù di sostituire agli ozi e alle volgarità della vita i soavi diletti che derivano dallo discipline let- terarie e dalle scientifiche. DELLA LETTERATURA ITALIANA 25 filosofia e in matematica, che era dai reverendi padri consi- derato come il non plus ultra dello scibile amano. Il Bibbia però, indole essenzialmente pratica, visto il difetto di que- gli studi, vi supplì con tenacia, scartando le futilità, e pre- ferendo le scienze morali, ed anzitutto le agrarie. Appunto per questo egli ebbe uno stile proprio, lontano dalle miscele manipolate dai giovani di quel tempo; e, sebbene di quando in quando un po’ volgaruccib , non pertanto degno di nota per manifestazioni sincere d’ intendimenti e d’ idee. Il M. ebbe polemiche, e lasciò varie memorie , un vo- lume di liriche, il racconto Paolo Bono , la novella poetica Adelasia e la traduzione degli Idilli del Gessner e di molte poesie del Meli. Xelle polemiche egli riuscì poderoso , sia per i frizzi amarissimi, sia perchè destro a cogliere il ridi- colo nei caratteri e nelle azioni , sia infine per la potente dialettica. Xelle memorie si segnalò per vasta e acconcia erudizione, nettezza di logica e franco dettato. Degna di nota è specialmente la memoria Sulla ìiecessità e sul modo d’. im- boschire le coste ripide e sterili deW agro palazzolese, memoria ehe N. Tommaseo disse « frutto di mente educata alla poe- sia del vero ». * * * La poesia pastorale fu coltivata con ardore non inter- ^’otto non solo in Italia , ma in ogni altra parte d’ Europa, specialmente quando il fatuo bagliore di una civiltà raffinata recava con sé la corruzione dei costumi , delle idee e delle energie della vita : inane conato dottrinario di riabilitazione morale. Come logica conseguenza di tale elegante fiacchezza, sorgeva spontaneo negli animi colti il desiderio dello stato di natura, come il solo che potesse elevarci alla semplicità della vita , al ritempramento delle forze morali ; desiderio retorico , come altresì retorico era in quei tempi il ricordo dell’antica nostra grandezza. Lo stesso Leopardi, in uno dei suoi canti, fa derivare 1′ infelicità dell’ uomo dall’ avere ab- 2fi RASSEGNA CRITICA bauflonato lo stato di natura (1) ; e come il Leopardi, anche il Rousseau, e non pochi degl’ ingegni più scettici di quel tempo. Era un sistema come ogni altro ; se non che i poeti^ impadronendosi di quel concetto, anziché descrivere lo stato naturale com’è realmente, lo spalmarono di quei colori fit- tizi, di quella dilavata raffinatezza, di quel sentimento lec- cato, e, quasi senza volerlo, di quello scetticismo senza. nervi, che erano appunto le nostre piaghe piìi vive dal sec. XV al XVIII. E come falsarono lo stato di natura , falsarono anche i sentimenti e le idee , e fecero di quei pastori e di quelle ninfe tanti cicisbei e tante donnine eleganti. Ne il paesaggio era trattato con tocco sicuro, ma era una mono- tona generalità di rivi sempre mormoranti, di alberi sempre ombrosi, di erbe semi»re tenerelle, di fiori sempre variopinti, di agnelli sempre snellire di cainette sempre lascivette. Salomone Gessnev ebbe taiiia grandissima di poeta pa- storale per i suoi Idilli in prosa, i quali meritarono l’onore di essere tradotti nelle lingue più colte, e da molti e molti nell’ italiana (2). Fra i traduttori italiani primeggiò A. Maft’ei,. per 1′ eleganza signorile «Iella forma , per la musicalità del verso e per il maneggio della lingua e dello stile ; egli però non si assimilava il poeta tradotto o imitato, stupenda dote poetica dell’Ariosto e del Monti , ma conservava il proprio modo di concepire e di esprimersi, sia che traducesse il Fau- sto od il Paradiso perduto , o gli Amori degli Angeli , o le tragedie dello Schiller , opere così diverse fra loro. In tal guisa sacrificò allo stile proprio quello del poeta tradotto, (1) Neil’ Inno ai Patriarchi : E la negletta mano Dell’ alti’ice natura. (2) L’ Hubcr , il Meister e il Brute de Loirelle lo voltarono in francese ; il Pagnini , il Pagani-Cesa , il Rezzonico , il Ceppelli , il Bertela, la Camminer-Turra, il Ferri, il Treccani, il Procopio e il Soave in italiano. Il Fantoni , il Conti , il Rolli , il Torelli e molti altri composero idilli foggiati su quelli del zurighese. DELLA LETTERATURA ITALIANA 27 la fedeltà all’ eleganza, e non si fece sci’U[>olo di togliere o di aggiungere, di dilavare o di concentrare. LI B. volle anche egli provarsi nella versione del Gess- ner in dialetto siciliano , innamorato , come tutti i giovani colti di q nel tempo, della cara semplicità (né lo credeva egli solo) del poeta di Zurigo. Ebbe però il torto di tradurre senza conoscere il tedesco, e il torto più grave di prendere a guida della sua versione quella del Procopio , gretta e scolorita, e quella del Maffei, abbagliante e poco sicura. Ora da cotesto doppio modo d’ interpretazione, se mi è concesso dir così, nacque una miscela di tinte sbiadite e di colori pomposi, con poca sicurezza di lingua e di stile, sebbene qua e là, e non raramente, il M. abbia dato la giusta intonazione e si sia sollevato oltre i soliti mestieranti di traduzioni poe- tiche. Altro torto di quella versione fu il modellarla sulla lingua e sullo stile del Meli.. Ma ciascun sa che il Meli, inimitabile nella grazia, nella venustà, nelle immagini , nel sentimento della natura, volle ingentilire il dialetto siciliano^ avviandolo alla lingua comune, sia nei vocaboli, sia nei co- strutti, sia qualche volta nel modo di atteggiare la frase; e in questa guisa non di rado toglie l’efficacia che deriva dalla lingua veramente parlata. Da questo vizio ^ che è proprio dei migliori poeti dialettali siciliani , come il Veneziano , il Rau, il Tempio, il Vitale, lo Scimonelli, il Meli non fu esente, quantunque abbia avuto miglior senso della misura e mag- gior intendimento artistico. Il Belli e i poeti romaneschi della sua scuola poetarono nella vera lingua parlata dalla plebe romana , e riuscirono inimitabili ; ma non trovarono imitatori nei poeti dialettali delle altre regioni d’ Italia. La versione del M., pubblicata nel 1S41, fu lodata da molti giornali e periodici ; ma non si conservò in fama per le ragioni che ho esposte, e soprattutto perchè il tempo delle pastorellerie era irrevocabilmente trascorso. Riportiamo la traduzione di qualche idillio. Neil’ Amuri malamenti riciinipiìisatu è dipinto un Satiro che passa una notte legato ai giunchi di un pantano. Alle grida un Fauno accorre, e lo scioglie. Il Satiro racconta la 28 RASSEGNA CRITICA sua storia : innamorato della Ninfa che beava di grazie il fiumicello, aveva passato un intero anno presso la grotta di lei. Un sorriso passionato, uno sguardo pietoso non era toc- cato in sorte allo sventurato amante. Cupido gli aveva det- tato una patetica canzone , ed ei soleva cantarla nell’ ora delle rimembranze. Aveva finito quella sera la sua romanza, quando si vide a un tratto bello e legato : era la Ninfa con le sue compagne. — Così cantava il Satiro : 0 quanta è duci , si tu lu sapissi, Un maritu picciottu ! oh ! si sta vucca Ssu piaci ri spiegari ti putissi ! . . . Crudilazza ! di quannu a turmintari M’ accuminzau 1′ amuri, ohimè mischinu ! Né viviri cchiù pozzu nò manciari ! . . . Era stu visu miu beddu e sciacquatu, E comu un ciascu di cucuzza tunnu ; Ed ora sug’nu afflittu e mprusuttatu ! . . . Pura lu sonnu sinni jiu di ‘ntunnu ! Ca prima duci duci, e notti e jornu Durmeva ntra lu sonnu cchiù profunnu… Ma tu nun veni? ed in lu sfurtunatu A la mia gratta mi nni tornu intanta Cchiu di prima scu utenti e dispiratu ! In quel tempo i giornaletti letterari pullulavano in Si- cilia, specialmente in Palermo ; e in essi facevano le prime prove molti giovani , che poi divennero buoni scrittori ed egregi patriotti, come, ad esempio, Francesco Crispi, Elio- doro Lombardi ed altri non meno valenti. Il B. publicò anch’ egli nei giornali qualcuna delle sue liriche, e n’ ebbe tama meritata, soprattutto perchè sdegnava del pari l’esagerazione dei romantici e la pedanteria dei clas- sicisti ; e nel 1844 stampò le poesie originali , quando era in quegli anni in cui le illusioni della vita sono come con- torno di bellezza divina. DELLA LETTERATURA ITALIANA 29 Dal cuore partono quasi tutti i suoi versi, perchè sfoga 1 sentimenti dell’ animo, e canta, con entusiasmo giovanile, amore e religione, patria e famiglia. Una fanciulla lo affascina, ed egli non ha più pace ; lei è il suo pensiero dominante, la sua musa gentile. L’ imma- gine della sua donna, dolce ricordo, gli sta dinanzi, ed egli in suo pensiero parla con lei. Un delirio, La sua bocca, La mia rosa, La prima danza, Un waltzer. Il suo sonno, La ri- membranza, La lontananza, sono manifestazioni del poeta, che rivelano un affetto potente e irresistibile, e una nuova fede nata nel suo cuore : la fede per la sua fanciulla. In queste poesie amorose si sente la nota gentile, che, or soave, or malinconica, tocca le fibre del cuore. Le poesie religiose : Il Natale, A S. Paolo apostolo, A Maria Addolorata , sono pervase da un sentimento sincero,^ non di quello che s’ inguscia in lin ascetismo , che uon è drammatico, né umano, ma di quello che c’ingentilisce e ci eleva. In Italia, il periodo letterario dal 1815 al ’48 fu re- ligioso, anche nel patriottismo ; e si era formata una scuola, della quale il Manzoni era il poeta ed il Tommaseo il pole- mista. Il M. si rivela credente , ma non asceta ; per lui la religione è un bisogno dell’ animo , e ad essa ricorre nelle ansie più dolorose della vita. S’ ispira al paese natio e alla Sicilia , e in Imara , A Palazzolo e Sulla morte del Gargallo , si rivela caldissimo amante della patria. Infatti questo nome non poteva essere una parola retorica per il cuore nobile del Bibbia, che ve- deva ai suoi giorni l’infelice oppresso e l’infame oppressore. Nel sonetto A Palazzolo si addolora dell’ ignoranza dei suoi concittadini ; muore il Gargallo, ed egli, suo ammiratore e quasi discepolo , ne piange la perdita con accenti d’ ispira- zione patriottica. La musa del M. ha una nota caratteristica per la fami- glia. NeW Addio che dà alla sorella Mariannina, novella sposa al barone Verga da Vizzini, egli si rivela fratello affettuosis- simo, e in questo Addio trasfonde tutta la gentilezza del cuore. Degne di ricordo sono pure le poesie intitolate Pian- 30 RASSEGNA CRITICA {liamo, A vezzosissima fanciulla e Le eorna, bizzarria lepi- dissima, che rivela l’ ingegno e il sapere del giovane poeta. Alle liriche italiane seguono parecchie in vernacolo, fra le quali La rosa, Lu haciu , L’ eruzioni di Mungibeddu sono degne di menzione per stile spigliato, purezza di dialetto e squisitezza di sentimento. Le liriche del B. ci danno l’incarnazione del romanti- cismo e dell’idealismo, che chiamerei spiritualismo dell’arte che ha coscienza della sua dignità , ci rivelano arditi* voli di fantasia, vivezza d’ immagini e colorito mirabile. In esse c’è pili melodia che forma, e c’è l’uso di certi epiteti che ricordano i « severa silentia noctis » di Lucrezio e gli « amica silentia lunae » di Virgilio. In esse talvolta l’ ispirazione è impetuosa ; ma non pertanto si sente qua e là lo sforzo del giovane cigno, che non sapeva acconciamente esi)rimere ciò che il suo cuore gagliardamente sentiva. II M. nel suo secondo periodo letterario ha in pronto un volume di liriche, che si dividono in serie, giocose e satiriche: in osse c’è il i)oeta maturo, c’è la forma ed il pensiero. Fra le prime ricordiamo: Il canto di Lei, AlV Addolorata^ A mio fratello Memmino, nel dì dell’arrivo della sposa, Sul camposanto nuovo, Trattrice drammatica, In morte di Marian- nina Co fa. Ci si sente la piena degli affetti che precede le lacrime, il canto passionato, l’ ispirazione violenta. Il canto di Lei è una romanza, improvvisata, a metro e tema obbli- gati, la sera del 7 settembre ‘4G, ed il poeta riesce davvero eloquente. 2v’ attrice drammatica è un polimetro scritto nel capo d’ anno del ’70 per l’egregia Kosolia Galiani. Xel 187S muore la gentile poetessa Mariannina Coffa, ed egli, amico affettuoso, ne piange la perdita con bellissimo carme. Fra le poesie giocose ricordiamo : La moglie , Il guar- dinfante, All’amico Gaetano Italia Nicastro ; fra le satiriche quella Ad un Prefetto, giacché le altre sono contro persone, o viventi, o di cui restano ancora stretti congiunti. Fra le edite sono degne di menzione quella Sul macinato , pubbli- cata nell’ opuscolo : La tassa sul macinato (Firenze, Barbèra, DELLA LETTERATURA 1TALLNA 31 1868), e 1′ altra 8ulla commissione d’ inchiesta, pubblicata nel ’76 a Vizzini, coi tipi dei fratelli Galati. Ove il B. si fosse esclusivamente dedicato al genere satirico, 1′ Italia avrebbe un buon poeta di più, perchè la bile è in lui strumento ter- ribile, flagello sanguinoso contro i ribaldi in alto e in basso, •contro i corruttori del popolo , sian democratici o clericali, contro le sozze piaghe che ci contaminano: e trova all’uopo immagini vive, epiteti sanguinosi, frasi taglienti come scure arrotata, e sarcasmo gocciolante di schiuma. Kiportianio qualcuna delle liriche : Lu BACK’. Pietusu arrucculiannumi, lu dissi un iornu a Bici : “N’apa ntraunlabbru,ohvidila, <;!hi chiaga ca mi fici ! " La stringiu cu li idita : *' Ivi chi frevi ci aiu ! Bunanii tu riniediu, Ahi ca murennu staiu ! Ddà unni l'apa mùzzica, Sacci u ca ddu tumuri Si cu li labbra sucasi, Perdi lu so duluri. Ma la mia vucca propria Comu pozz' iu sucari '( Tu sula, Bici amabili, Tu lu purrissi fari ". Cussi sintennu, ingenua, Nsapennu ch'iu fìngia, S'accustau Bici, e dissimi : *' Oh lassa fari a mia!" Cu li so manu tèneri Di ddà la mia livau, E cu li soi dùcissimi Li labbra mei sucau. Iu. tuttu in foco e in estasi Vasai ddà vucca intantu. Trizziata idda vidénnusi. Sbuttava ad ora a chiantu. Tingiu la facci angelica Di amabili russuri, E poi n'tra aflFettu e collira Mi dissi : " Tradituri! " Ed iu rispusi : " Lagnati D' amuri, e non di mia, Ca tuttu ingannu, cridimi. Non fu la ehiaga mia. Lu labbru no, ma l'anima Fi ruta un riggia chini : Pinamu almenu nzémmula, Firuti tutti dui ". L'aitricb drammatica. Non sono nobile, ricca non sono : Stemmi e dovizie non ebbi in dono. Ma ricca ho l'anima d'estro e talento, 32 RASSEGNA CRITICA Ma il cuore ho nobile di sentimento Saprò distinguermi, se il ciel mi assista io sono artista. Tale che gonfiasi dei suoi blasoni, Plebeo rivelasi per turpi azioni. Tal cui rigurgita d'or la scarsella. Ha vuoti e sterili core e cervella. Ben io ritengomi di lor men trista... : meglio l'artista. Somari araldici, cresi usurai, La vostra grazia non curo io mai ; Chi, ha ricco e nobile cuore e cervello. Sol quello io venero, amo sol quello ; Gode e tripudia alla sua vista un cor d'artista. Il canto di lei. E un florido aprile : la notte è silente ; Risplende pel cielo la luna pallente : Ed ella seduta con me sulle rose La mano tremante sul core mi pose: Poi trasse un sospiro : g'uardommi, e cantò. Fu il canto un soave lamento g-entile : La notte, la luna, le rose, 1' aprile Parevan sorpresi di magico incanto All' alma melode del flebile canto, Che in estasi immensa il cor mi beò. Cantava di duolo, cantava di amore... E intanto la mano premevami al core. Io assorto, rapito nei teneri accenti Senti vami alzato sull'ale dei venti... Gelavami il labbro, bruciavami il cor. Or sempre all'orecchio mi suona quel canto ; Ogn'altra melode per me non ha incanto. La luna, la notte, l'aprile, le rose Ripeter mi sembran le note amorose ; E medito e piango di duolo e di amor. DELLA LETTERATURA ITALIANA 33 Uno dei frutti piìi gentili, che produsse in Italia il roman- ticismo, fu certamente la novella poetica, in cui sopra o^ni altro si segnalarono il Grossi con l' lìdegonda, e più tardi il Prati con l' Edmenegarda. In quanto a delicatezza d' af- fetti, a sentimento vivo e profondo, a trasparenza del pen- siero nella parola , a cara domesticità , ma non a volgarità nell'ottava, il Grossi nélV Ildegonda riesce meraviglioso. UEd- menegarda del Prati in certo modo pare concepita in inglese J la qual cosa è un difetto , perchè toglie quel suggello dì schietta italianità, dalla quale non dovrebbe dipartirsi alcun nostro scrittore. Del resto , e per il concepimento e per la forma, s' innalza a gran volo. La novella poetica in Italia derivò in gran parte dai poemi del Byron, e moltissime se ne pubblicarono tra buone e cattive. Fra le migliori furono la Pia del Sestini, l' Ulrico e Lida, non che la Fuggitiva del Grossi, V Ida della Torre del Carcano, magnificata, quando comparve , oltre il giusto, il Claudio Vanirli del Baldacchini, V Algiso del Cantù, spessa dilavato e diffuso, la Torre di Capua del Torti, non che altre del Tedaldi-Fores, di Pier Ahgelo Fiorentino , di Domenico Mauro e di altri minori (1). (1) Il PiNDEMONTE scrisse 1' Anlonio loscavini, il Pellico le un- dici cantiche o novelle poetiche. Era anche sorto in quel tempo il romanticismo meridionale (che si divide in napoletano e calabrese : il primo è romanticismo convenzionale, e durò soli cinque anni ; it secondo è romanticismo quasi naturale , penetrato di scuola lom- barda, ed ebbe più Junga durataì , e molti colsero palme ed allori. Cesare della Vai-le scrisse la Claudina ; Giuseppe Campagna V Abate Gioacchino ; Biagio Miraglia , Il brigante ; Vincenzo Fabula , il Monastero di Sambucina e il Valentino : la Guacci- Nobile , 1' Er- manno e Teodoro ; il Baffi, V Arrigo ; Vincenzo Galli Arcuri, V An- selmo e Sofia ; Achille de Lauziéres, la Madre Inglese ; Cesare Mal- pica, V Appestato ; Pasquale de Virgili, V Americano, i Suliotti e Co- stantina, e Nicola Sole ci regalava il Carmelo e altre novelle. Il Mer- Rass. Crit., XXIII- 3 34 RASSEGNA CRITICA Fra i siciliani primeggiò Giuseppe de Spuches col Oual- tiero, e specialmente Vincenzo Errante con 1' Ali Tebelen e col Clizio, nelle quali simbolicamente poetava dell' oppres- sione d'Italia, parlando di quella di Grecia : novelle potenti per intonazione alfieriana e spesso per energia di verso. Il nostro M, scrisse VAdelasia, novella poetica in ottave « in otto canti ; ma, se questa fu scritta quando la novella era in gran voga, venne però pubblicata quando tal genere di poesia aveva già fatto il suo tempo ; sicché cadde ben presto in un oblio immeritato. La verità storica uell' Adelasia non è del tutto sacrifi- cata alle esigenze della poesia ; ma 1' autore o non volle o non seppe cogliere gli elementi preziosi , che di quel fatto conservò la tradizione popolare sotto i nomi di Alleramo e Alleranza. Bello è 1' intreccio , in cui son presentate come in una tela le tristi vicende di due amanti infelici. Come nella maggior parte delle novelle, così in quella del B., e' è il « deus ex machina » : preghiera, carcere, fuga, selva, grotta, pianto e delirio , soliti luoghi comuni dei poeti descrittivi. 11 M., pittore di forti affetti, di fieri trasporti, di calda passione, mette bene in rilievo il carattere di Adelasia. Quan- d'ella, struggendosi di amore, è costretta a manifestare quel segreto dell'anima, che le toglieva la vita, il prepotente af- fetto le rompe la parola, e si rivela col pianto. Quando Ot- tone la invita a scegliersi uno sposo , che abbia sangue di re nelle sue vene, Adelasia è l'eroina di un poema moderno, « sprezza di fronte al padre il vano orgoglio di sangue. Al- l'amore contrastato trova un conforto nella religione : a Maria infatti raccomanda il suo angelo consolatore , e a lui , nel colloquio, fa sentire lo schianto del suo povero cuore. Ade- lasia non è la giovane fredda, non è la donna pallida e con- cantini, il De' Bianchi, il Ruffa, Antonio Valentini, Carlo Tito Dalbono e Virginia Pulii scrissero pure novelle poetiche. Ma la maggior parte d'elle produzioni romantiche meridionali non lasciarono traccia; nep- pure V Errico di Domenico Mauro. Cfr. F. de Sanctis, La lelleratura italiana nel secolo XIX, Napoli, Morano, 1897, pp, 73 e sgg. DKLLA LETTERATURA ITALIANA 35 «unta. Destinata al carcere risponde al foglio di Alerano ; « scrive, dimentica della sua sciagura, memore dell'amante. In braccio ad Alerano, fuggitiva, con nome disonorato, trova lo scoramento ; il pregiudizio vince in lei per un momento l'amore, ed ella rivela lo strazio dell'anima, e soffre di dovere abbandonare colui , al quale il suo cuore era stato legato tanti anni ; ma l'eco di un gemito la ridesta, ed ella risorge eroina : Adelasia si era mossa tranquilla, e dagli occhi an- cora bagnati di pianto, dal volto incora turbato traspariva il sorriso della nuova letizia. Come Adelasia è l'eroina, cosi Alerano è l'eroe, carat- tere tracciato con iscalpello di artista ; e se Adelasia si ri- vela grande nelle catastrofi della vita, A.erano si muove e si agita, e quasi costringe il lettore a seguirlo nelle sue av- venture. Giovane fortemente innamorato, sprezza la morte, pur di possedere Adelasia , l'angelo della sua vita. Noi lo vediamo infatti andare alla corte , travestito da pellegrino ; assistiamo al suo incalzante colloquio con Adelasia, e al suo congedo da Ottone. Se, invogliato da Ottone, manifesta, illuso, il segreto del cuore, egli insieme colla mesta tenerezza del- l'anima rivela l'indole forte, di che fu dotato. Nell'ultimo foglio, che Alerano scrive alla sua Adelasia, e' è lo sconforto e la speranza dell' amante : nello stringersi a lei , in mezzo ad uno squadrone di soldatesca nemica, e' è il giovane in- trepido ; nella zuffa e' è 1' eroe. Ottone non è malvagio : è padre affettuoso, ma quasi fuorviato da indomabile orgoglio. Pensa con dolore al tìglio Luitolfo lontano , « poi ne festeggia il ritorno ; piange alla vista della figlia accorata, e le rasciuga spesso una lagrima. Carezza prima, e poi manda in esilio Alerano, stimando offeso l'onor del casato ; maledice la figlia e la manda in pri- gione, e poi si pente del mal fatto e vuol darne riparo. In Ottone e' è il forte contrasto e il fiero trasporto ; e' è l'amore e lo sdegno, l'affetto che cede all' orgoglio. Alla scuola estetica , splendidamente elevata a sistema metafisico da Francesco De Sanctis , è succeduta , da non molti anni in qua, una scuola storica positiva, in cui alcuni 36 RASSEGNA CRITICA con pedanteria minuziosa raccolgono le frasi, le immagini^ le similitudini, i concetti che un poeta ha preso da altri poeti. Lavoro ingrato e sterile per lo più, perchè degli scH-ittori av- viene quel che succede nell' imparare una lingua, che s'im- medesimano in noi non solo i vocaboli, ma anche le locu- zioni e i traslati, e il modo di servirsene e di atteggiarli a diversità di movenzia. Da Omero in poi non e' è stato poeta che non abbia saccheggiato i predecessori, magari anche senza volerlo ; però l'eccellenza di uno scrittore non consiste nel- 1' essersi giovato di alcuni tratti di altri scrittori, ma nel modo di colorirli, di presentarceli vivi, in una parola, di ren- derli artistici. Dante in Pier delle Vigne supera Virgilio , dal quale aveva tratto 1' episodio di Polidoro ; ne l'Ariosto resta inferiore nell'episodio di Cloridano e Medoro a quella di Eurialo e Niso, benché non solo lo avesse imitato, ma in gran parte liberamente tradotto. Anche il Meli «la par suo imitò divinamente in un'egloga una delle piìi belle scene del primo atto dell' Orfeo polizianesco (1). L^ Adelasia, per quanto io ne sappia, prende 1' intona- zione dalle novelle del Grossi nelle delicate flessioni degli affetti e nella cara semplicità della forma , ma da nessuno l'intreccio del dramma. Difetta, è vero, del colorito locale e di qaello dei tempi in cui rappresenta l'azione, il quale con- siste nel delineare i caratteri, le idee, le «credenze , le pas- sioni, i vizi e le virtìi di quel tempo che si vuole descrivere, e in cui forse unico fra tutti, e se non altro primo fra tutti, fece ottima prova Giovanni Marchetti nella sua novella Una notte di Dante. Ciò nondimeno 1' Adelasia resta pur sempre una delle nostre migliori novelle poetiche , per i pregi che l'ingioiellano e per la parca imitazione d'altri poeti. Il M. riesce nel paesaggio, e ci dà tratti stupendi per tinte delicate, e rappresentazione viva di cose e di luo- ghi. Egli è aaestro nella fine pittura e nell'analisi psicolo- gica. Il coraggio e l'abnegazione di Alerano, l'ardente e pu rissimo amore di Adelasia, le miserande vicende di lei , il (l) Comincia : 0 «pasturedda ccu li trizzi ad unna», ecc. DELLA LETTERATURA ITALIANA 37 passaggio dalla reggia al tugurio , la morte di una bimba per inedia, gli acuti strali del dolore, che fanno smarrire la ragione alla sventurata madre , sono trattati con profonda ■conoscenza del cuore umano. Il B. lasciò inedito un romanzo, intitolato Paolo Bono, tratto da leggende e da cronache patrie. L'azione si svolge a Palazzolo. Il Bono è il i)rotagonista : egli, giovane disso- luto, fu complice del delitto compiuto da Ponzio contro il fratello barone Artale, e, colto dal pentimento, indossò l'abito dei Minori osservanti. La descrizione delle qualità morali di lui rivela a prima giunta 1' intento dello scrittore , e si capisce che si tratta di una conversione. Questa parte poco artistica scema l' interesse e il pregio del racconto. Paolo sente 1' incanto della donna, e prova gioia e do- lore ; ricorda la mugnaia Luisa, la baronessa e il voto, e nel suo cuore nasce un contrasto e sulle sue labbra erra un sorriso, che non può dirsi di allegrezza o di scoramento : il sorriso scialbo che rivehi il travaglio in cui l'animo si dibatte. Paolo e Ponzio amano la baronessa; ma Ponzio l'ama quale oggetto delle sue brame. L' aoiore in questo è nuda passione, è forza bruta. Odia il fratello, e gì' invidia la mo- glie, prega e minaccia , e si ha un rifiuto ; grida vendetta, e cagiona dolore, infamia sul capo biondo, ferita al seno di iidorata fanciulla ! La figura di Ponzio ci dà qualcosa di lu- rido e di orribile insieme, da cui si volge lo sguardo inor- riditi. Luisa, venditrice di vezzi e moine, è delineata in pochi tratti : rappresenta bene la sua parte e si nasconde dietro la scena. La figura della baronessa ha un grande rilievo e cam- peggia sopra le altre. EMa, pieno il cuore di nobile sdegno per il cognato, ha un sorriso pel giovane dalla maschia bel- lezza, dal colto ingegno, dal cuore generoso. Quando a fianco
  • iaiige la perdita; ed il suo pianto strappa le lacrime. La fine del romanzo lascia nell’animo una profonda ma- linconia. Artale e Vincenza furono sventurati , e il lettore li voleva felici. La decollazione di Ponzio non compensa il fratricidio ; la santa morte di Paolo , non getta un’ ombra sulla giovine e vedova baronessa, tanto bella e tanto infelice ! Il M, lasciò anche inedita la traduzione di alcune opere del Meli. L’Alfieri, il Monti^ il Foscolo, il Cesarotti, il Casti ed altri insigni scrittori levarono al cielo le poesie del Meli, e il loro plauso mosse non pochi letterati a tradurle in varie lingue e in diversi dialetti (1). Però coloro che si accinsero a. voltarle in italiano fecero mala ])rova ; anche lo stesso Rosini, che con la sua dilavata versione ùeWe Aìiacreontichè nauseava il Monti e il Settembrini (2), e che, secondò l’ E- miliani, con la sua arcadica eleganza assassinava il Meli. . Nessuno tradusse per intero le opere del grande poeta dialettale siciliano; ed il B., animato da questa idea, e punto sconfortato dall’espressione dell’Emiliani che il Meli non si traduce, si diede nel 1870 a fare un’ elaborata versione: nello (1) Giuseppe Crispi le voltò in greco, Viuconzo Raimondi, Pa- squale Pizzuto e specialmente Giùsoppo de Spuches in stupendi versi latini; miss Ellis Cornelia Knight e il consolo Barker in inglese; Carlo Weimester e Ferdinando Gregorovius in tedesco; Gustavo Cha- tenet in francese. Un numero considerevole di. traduttori ebbe il Moli in Italia: basti ricordare il Foscolo, il Calbo, il Cinardi, il Selvaggio, l’Indelicato, il Bevilacqua, lo Jannelli, il Gallo, il Lastri, il Loschi, il^Gonnino, il Puccini, il Mignoni, il Poli, il Mitchell , il Tristano, il Giacomazzi, il Préviti. il Baita, il Varvessis, il Di Marre, l’Ardiz- zone, il Mortillaro, il Gazzino ed il Rosini. (2) Paolo Emiliani Giudici, Storia della lelterat. Ual., Firenze, Società ed. fiorentina, 1844, p. 1155; Luigi Settembrini, Lezioni di lelterat. Hai., Napoli, Morano, voi. Ili, pp. 268-78. DELLA LETTERATURA ITALIANA 39 stesso auno voltò iu italiano le Anacreontiche e le Melanco- niche, nel ’77 il Ditirambo, e dal ’78 all’ ’80 finiva appena la Bucolica, quando la morte veniva a render vano il suo pensiero. A buon conto la traduzione del M. è fedele e originale, ed ha ciò che è indispensabile nelle traduzioni poetiche, cioè spigliatezza di frasi e scorrevolezza di verso. La difficoltà di una versione dialettale nella lingua let- teraria però sta tutta nell’ impossibilità di ritrarre le frasi vivissime, i traslati audaci, le immagini , stupende nel ver- nacolo, ed esangui o mostruose uella lingua dotta. Quando per esempio leggo in un’ode del Meli che gli occhi della sua donna fan cadere case e città, che egli è uu debole muro di pietra e cemento, che la pupilla di lei si situa a vicoletto, trovo che nel dialetto siciliano quelle espressioni riescono stupende, e che al contrario nella versione italiana diventano assurde e ridicole. ‘ Egli è vero che il B., siciliano e poeta, capiva la forza,, la leggiadria, la inimitabile bellezza di quelle immagini, ma, non toscano, non poteva riprodurle in immagini della stessa efficacia nella lingua colta e studiata. Or se dunque nelle versioni svapora in grandissima parte la vivacità, la squisitezza “e l’eccellenza della forma,^ nelle versioni dal dialetto rimane appena una scoloritissima immagine dell’ originale. Ove per esèmpio si traducano in italiano i sonetti romaneschi del Belli, certamente quei so- netti perdono la freschezza del linguaggio e quella satira delicatissima coatro uomini e cose di Roma, smarriscono in gran parte 1′ efidcacia potente. Ad ogni modo il Meli è stato tradotto meglio in latino che in italiano; uè le versioni del Rosini e del Gazzino possono competere con quelle latine di Vincenzo Raimondi e di Giusepi)e de Spuches : anzi quest’ ultimo nella versione di talune odi si eleva a pari del Meli. A buon conto però la versione del M. ha pregi incon- trastabili su quelle italiane che precedettero la sua. 40 RASSEGNA CRITICA Ecco il ritratto del letterato di cui abbiamo fugacemente
  • er lo più dimenticarono, o non si accorsero, dell’Italia presente, dolo- rosamente viva ; e non pensarono che assai di rado all’Italia futura : il ricordo della sua passata grandezza la faceva ap- parire meno interessante di quanto non fosse in realtà. Del resto , come ben nota A. Bisi nel capitolo conclusivo del libro citato , quando i romantici vennero in Italia , i germi nascosti della nostra risurrezione cominciavano soltanto al- lora a fermentare in parte: alcuni loro giudizi, non ci devono quindi stupire. Per (gualche tem}K) infatti il nostro movi- mento rivoluzionario mancò di coesione e di direzione, e non poche, e qualche volta acerbissime, furono le invettive ])er- sino di italiani contro il nostro paese. In seguito la causa dell’indipendenza italiana all’estero vide aumentare ogni giorno i suoi amici e difensori (3). Essa ebbe anche i suoi poeti, di cui il ]>rimo fu Augusto Barbier; il quale, come è noto (4), visitò il nostro paese nel 1832, e, a differenza degli altri romantici, vide soprattutto l’ Italia del presente, e non pensò al suo glorioso passato, che per (1) Cfr. Alceste Bisi, V Italie el le romantisme frangais, Mi- lan ecc., Albrighi, Segati e C, 1914, p. 401 e sg. (2i G. Cx^iiXicci, L’ Italia del 1831 nel la poesia francese, in N. An- tologia, 3 fase, del 1889. f3) Sul procosso delle simpatie verso la causa italiana in Francia cfr. A. Bisi, Op. cit., p. 413 e sg. (4) Cfr. G. Carducci, Art. cit. DELLA LETTERATURA ITALIANA 43 lanciare la sua vibrante invettiva contro quelli che l’ave- vano avvilita e degradata. Accanto al nome del Barbier ag- giungerei volentieri quello di i’harles Didier, dello scrittore ginevrino che tanto efficacemente trasfuse il suo appassio- nato amore per l’Italia nostra, in pagine di prosa, piene di alata poesia. Egli amo davvero l’ Italia dalle mille bellezze artistiche naturali, dai mille ricordi fascinatori, ed anche, e non meno, l’infelice Italia dibattentesi fra le strette di un tprmidabile e crudele nemico : e se la tragica bellezza della cauipagna romana gì’ ispirò alcune pagine magnifiche, V infe- lice coudizione dei suoi abitanti gli strappò parole roventi contro il mal governo pontificio} dinanzi alle meraviglie del golfo di Napoli e del mare siciliano non dimenticò il D. la ferocia e 1′ insipienza del reggimento borbonico ; ed altrove non tacque le sottili arti austriache per dominare e per sfruttare, martirizzandolo, un popolo che era ben degno oramai di libertà e di indipendenza ! 11 nostro A., in molti punti dell’ opera sua mi richiama alla mente il celebre romanzo di M. De Stael, (] ) la cui voce fu la i)rima, tra quelle straniere, « che al principio del secolo si alzasse in favore della nostra unità, la prima che sperasse nella nostra risurrezione, e ci riconoscesse il diritto alla vita ed alla libertà ». Non fu dall’ Italia che P Europa ricevette le arti e le scienze f (2). E poco dopo, con appassionate parole, così con- tinuava la famosa scrittrice : « Se oggi l’Italia è decaduta dalla primitiva grandezza la colpa non è degli italiani , sibbene dei pessimi loro go- verni. Ma cambiate questi governi, date uno scopo a questi uomini e voi li vedrete , in soli sei mesi , apprendere ogni cosa ed ogni cosa concepire ». È per questa viva fede che ella nutrì in noi e nel no- stro risorgimento che mi piace qui riaccostarla, sola tra tutti. (1) Sull’Italia di M. De Stael cfr. Mario Marcabrum , La con- nat-ssance de l’Italie d’après Corinne, Montpellier, CouletetF., 1910. (2) M. De Staèl, Corinne, Paris, Flammarion, liv. 6, eh. 3. 44 RASSEGNA CRITICA i romantici, a Ch. D., allo scrittore che va distinto dalla tiiaggior parte di quelli, per essersi appunto nell’ opera aufi largamente occupato delFItalia politica e dell’Italia morale. Ben a ragione lo Stendhal scriveva allora : « P Italie morale est un des pays les plus inconnus »; (1) e Charles Victor De Bonstetten fin dal 1826 aveva egli pure osservato : « Il y a peu de nations plus méconnues que les italiens » (2), Dunque non solo sconosciuti sono gi* Italiani, ma misco- nosciuti ; ed a rivelare alla Francia ed al mondo questa na- zione, che racchiudeva in sé tante mirabili forze feconde, il D. dedicò le migliori energie degli anni suoi giovanili ; in romanzi pieni di passione, in articoli vibrati, divulgatissimi, egli si fece sempre e dovunque paladino della causa italiana. Onde il Grande Esule nella prefazione a / tre principi: Ro- ma , Vienna , Parigi (3) dichiara con gratitudine commossa che il D. è uno dei pochissimi stranieri « che mostrano di vedere nell’ Italia qualcosa oltre il cielo , le belle colline, e le grandi memorie…. » Gli altri viaggiatori « hanno veduta V Italia come un bel camposanto torse si dorrebbero che un giorno 1′ Italia vivesse grande e potente però che ver- rebbe sottratto un elemento alla loro poesia delle rovine». Il D. no: egli e con lui, a detta sempre del Mazzini, forse soli il Sismondi ed il Michelet , contempla 1′ Italia « come una contrada che l’oblio non può cancellare dal novero delle (1) Stendhal, lioì/ie, Napleset Florence, Paris, Levy, 1887, p. 407. (2) Ch, V. De Bonstetten, L’ homme du mieli et l’honiìue du nord ou V infliiènce du climal, Genève, Parchond, 1826, p. 145. “(3) L’autore della prefazione al breve studiosi firma: « un esulo». Ma è facile comprendere che questo esule è il Mazzini. Ilyolumetto, preceduto dallo scritto mazziniamo, è l’arissimo: anche gli studiosi che curarono la pubblicazione delle opere del Mazzini, non poterono rintracciarlo i^Cfr. Mazzini, Scrini editi ed inedili , Imola, Galeati 1906-1909 introd. p. 17, cos’i che nel primo voi. degli Scritti politici esso apparve monco in principio ed in fine). Io ebbi invece la foi’tuna di leggerlo nell’odiz. integra (Ginevra, 1332), in una miscellanea Viesseux della Braidense. DELLA LETTKRATLHA ITALIA^A 45 nazioni essenziali a calcolarsi nelP equilibrio europeo , come una contrada i cui fati pesano nella bilancia dell’umanità » (1). Gli scritti di -Oh. D. che si riferiscono all’ Italia , sono quindi per noi di uno speciale interesse ; eppure nessuno, che io mi sap])ia, si occupò finora dell’ argomento; sul D. difet- tano perfino opere di carattere generale. Qualche anno dopo la sua morte, avvenuta il lo marzo 1864 , 1′ « Institut genevois » aprì un concorso sulla vita e sulle opere del nostro autore. Il primo premio toccò a Mr» Fréderic Frossard, il cui lavoro appariva poco dopo, in quat- tro i)untate sulla Bihliothèque universelle et reviie suisse (2). Sfortunatamente questo articolo, lungo ben ottantun pa- gine, è un po’ superficiale, e nulla, o quasi nulla, ci dice di quanto piìi ci interesserebbe. Eppure il Frossard ebbe la fortuna di poter leggere il diario che, permettendoci di se- guire passo a passo il nostro A. nel suo lungo viaggio in Italia, di conoscere ogni sua impressione, ogni suo pensiero sul nostro paese e sui suoi abitanti , ci sarebbe riuscito di lettura utilissima. Purtroppo esso è oggi per noi irrimissi- bilmente perduto (3) ; e le brevi citazioni del Frossard ce lo fanno maggiormente rimpiangere. (1) G. Mazzini, pref. cit. (2) «75 Annéo, Nou velie Période », tome 37. (3) Devo alla cortesia di Eugene Ritter, professore onorario all’ Università di Ginevra, una lettera contenente preziose notizie su questo diario : mi sia lecito riferirla per intero. « . . . . Fréderic Frossard avait obtenu communication du manuscrit du journal de C. D. ; ce journal n’avait pas moins de 37 cahiers. Il en flt quelques extraits : un mince cahier, que, longtemps plus tard j’ai eu entre Ics màins. C’est de là que j’ai tire les citations qui figurent aux pages 7 et 8 de raon opuscule : Le centenaire de Sainfe-Beuve. M. de Spoelberch de Lovenjoul, à qui j’avais envoyó un exemplaire de cet opuscule tómoigna le désir d’ acquérir le Cahier de petits extraits fait par M. Frossard. La personne qui me l’avait coramu- niqué le vondit à M. De Lovenjoul ; et celui ci l’a légué, avec beaucoup d’autres papiers plus précieux, à l’ Institut de France ; il doit se trouvor aujourd’hui au Chateau de Chantilly, près Paris, où M. de Lovenjoul avait domande que tonte sa coìlection fut placée. 46 RASSEGNA CRITICA Qualche notizia su Cb. D, troviamo anche neìV Histoire littéraire de la suisse romande di V. Kossel (NeuchAtel, 190,’J), e nel libro di Albert Bournet, Mome : études de letterature et d^art (Paris, 1883). Brevissimi cenni biografici sono inol- tre nel terzo volume de là Galérie suisse, i)nbblicata da E. Secretan (1). Ma, dati i limiti che volli imporre al mio lavoro, era specialmente all’opera del D. stesso che io dovevo rivolgermi: che in essa, ed in essa soltanto, io avrei trovato le sue im- pressioni ed i suoi giudizi sull’Italia e sugl’Italiani. Come avrò modo di notare in seguito, in taluni dei suoi personaggi è facile intra veartito , e studiandovi att^^ntamente la questione austriaca, tìn d’allora da lui definita « question immense qui porte en elle les destinées du coutinent européen * (1). Quando poi scopi)iò a Vienna la rivoluzione dell’ottobre, egli, da Parigi, vi ritornò subito, per assistere da vicino allo svolgersi di avvenimenti che molto lo interessavano, perchè ne conosceva assai bene gli attori e 1′ ambiente. Per tutto l’ottobre rimase a Vienna, e quando ebbe visto ciò che vo- leva vedere, ritornò in Francia attraverso l’Illiria, la Vene- zia, la Lombardia ed il Piemonte. Sembra che il D. avesse avuto intenzione, per qualche tempo, di scrivere il resoconto anche di questo nuovo suo lungo viaggio (2). Ma la vita in- tensa di Parigi era troppo assorbente fin d’ allora, ed assai spesso egli doveva rinunciare a vagheggiati lavori. Così ci mancano le impressioni di lui sulla Venezia , la Lombardia ed il Piemonte, le quali certamente sarebbero state per noi interessantissime, vista l’epoca in cui questo viaggio venne compiuto dal nostro autore, ed il genere di osservazioni che più particolarmente gli erano care. Di altre nuove, luughe peregrinazioni attraverso V Eu- ropa e 1′ Oriente, abbiamo invece memorie particolareggiate e precise. Sull’ Oriente il D. compose tre bei libri. Nel primo di essi (3) ci descrive, secondo la sua abitudine di osservatore <'l) Ibidem, p. 8. (2) Di questo viaggio il D. pubblicò un episodio soltanto, quello riferentcsl alla visita al duca di Bordeaux, per scagionarsi delle molte accuse che questa visita gli aveva suscitate contro. A p. 28 doll'opuscolo ricordato egli scriveva : « Cet épisode de mes voyages a travers l'Allemagne, n'était pas destine k voir le jour de longtemps et moins oncore ìi paraìtre isole. II a fallu les circostances que j e viens d'exposer pour me décider à le détacher de l'ensemble dont il fait partie, et à le publier en ce moment ci. C'est une page de mémoires: je prie le lectour de le considérer cornine tclle. » 3) Séjouì' chez le Grand ChéHfde la Mekke, Paris, Hachette, 1857. 56 RASSEGNA CRITICA diligente e profondo , cose e persone , costimii e tradizioni, eh' egli ebbe largo campo di notare durante un viaggio com- piuto tra il gennaio ed il marzo del 1854. in questo volume non mancano descrizioni e brani assai belli ; ma esso ci interessa qui non tanto per ciò che narra, quanto perchè ci mostra il D. in una nuova , dolorosa fasi della sua esistenza. Nella prefazione il lettore è avvertito che « disgustato di Parigi, della Francia, dell'Europa intera, per circostanze private e pubbliche , eh' è inutile e sarebbe impossibile esporre, egli era andato a cercare in Oriente il riposo e 1' oblio ». Ha ora quarantanove anni j il suo orga- nismo è logorato dalle lotte, ed assai più dalle disillusioni: sono ben lontani oramai i tempi in cui, veramente instanca- bile , viaggiava giornate e giornate intere , solo ed a piedi, per la sconfinata campagna romana ! Non ha ancora perduto il dono divino della vista ma il suo occhio è stanco : e se i grandi spettacoli della natura ancora lo colpiscono, la sua parola, nel ritrarli, si è un po' scolorita, si è illanguidita come la sua forza visiva. E ben tristi dovettero essere gli ultimi suoi giorni quando simili meravigliosi spettacoli non potevano più con- solarlo, come altre volte, delle amarezze e miserie di questa grigia vita umana ! (1) Non poteva più nemmeno scrivere da sé i suoi libri, ma doveva dettarli ad altri ; così fu composto un nuovo volume di note di viaggio: Ginquante jours au désert e l'ultima sua opera di questo genere : Cinqcents lieues sur le Nil (1858). Di quest'ultimo libro, che conserva perfettamente il ca- rattere dei precedenti , mi si permetta riferire almeno una pagina, nella quale è tutta la vita del D. Il nostro autore era stato invitato ad un pranzo dal console austriaco di Khartoum ; la serata si era chiusa con un trattenimento musicale che il 1). ricorda con queste parole: « Je ne saurais trouver des mots po'ur dire l'impression que produisit sur moi catte musique allemande si grave, si sérieuse, (1) Cfr. S^our, p. 274. DELLA I.ETTERATtIRA ITALIANA 57 si mélaiicolique, exécntée si loin de son berceau, dans un pays si différeiit , et par de pauvres exilés qui retruuvaient la patrie eu elle. Il y avait des larnies dans chaque note, un regret dés(»lé dans chaque accnrd ». Non sembra di sentire il Giusti nel suo ^ii;iMte cjjli si iihbandoiiò con nidore al turbine della vita i>er subito ritrarsene, scoraggiato e deluso. In questa sua natura morbosa di poeta noi trove remQ i)iìi tardi la risposta ad alcuni quesiti , per altra via insolubili , che subito si affacciano ad ogni studioso della vita e dell’opera dello scrittore ginevrino. JIl. Il viaggio del D. in Italia. — Il D. nell’Italia settentrionale, a Verona, a Modena, a Bologna , a Ravenna ; nell’ Italia cen- trale, a Firenze, a Livorno, a Pisa. — Roma e la campagna romana.— L’Italia meridionale e la Sicilia. — Come di questo viaggio il D. serbasse poi sempre ricordo entusiastico e dolcissimo. — L’ Italia, sua terra d’ adozione. Kifaccianioci ora un po’ indietro, agli anni giovanili del 1)., quando egli, attraverso al Senipione, scendeva in Italia. Nel 1826 Charles Victor de Bonstetten scriveva : « Pour bien voir l’Italie et pour connoitre les Italien.s il faudrait sortir queiquefois de ces routes battues , rechercher les soeiétés qui ne voients pas les étrang’ers, parcourir toutes les classes (rhomuie, et s’arrèter dans les petites villes » (1). Il D., nel suo viaggio, sembra aver voluto esattamente seguire i consigli del suo venerando amico. Forse la prima idea ed il desiderio di un viaggio in Italia gli vennero ap- punto sentendo parlare della nostra terra dal buon vecchio, dalla parola calda ed entusiasta (2). Egli non à che ventidue anni, ma, come abbiam già visto, la si)ensieratezza gioconda ed il roseo ottimismo della gioventù non sono più in lui. Nulla , o ì)en poco , ci è «lato sapere dei suoi genitori, della vita dei suoi primissimi anni, salvo che dovettero es- sere per il nostro autore anni dittìcili, acuendo così quel suo stato di ipersensibilità che profondamente lo fece dolorare (1) Cfr. Ch. V. DE Bonstetten, p. 140. (2) Cfr. Camp, de Rome, p. ^06. DELI, A LETTERATURA ITALIANA 59 semino, i’vviv 1)ìij,mik’ «li un siu) l»cl loniunzo (1) seiiibiaiia autobi<)j>rafi(;lic , ed io avrei desiderato rinvenire lettere e doenuienti i)er jtoter veramente alìerniare ciò che finora è soltanto una ipotesi mia. Anche (Jliavornay si dibatte sotto « la schiavitù pedagogica » (2) e non è necessario ripensare a quanto il 1). scriveva nei suoi |>rimi versi, per sentire <;he (pii è veramente l'autore che parla. Come (Jhaveniay non .può dnrare a lungo tra le sue montagne ed anch' egli scende in Italia nel fiore della sua giovinezza. Non viene tra noi, <;ome molti altri, per godere, e solo per godere; pei* ammirare il bel cielo ed il bel mare, i l)ei (piadri e le belle chiese, ma per conoscere un po' gli uomini e la vita prima di fare la scelta della propria car- riera; sentiva già ril)ollire in sé grandi aspirazioni, e forse, per compiere questo viaggio scelse l'Italia, jierchè la nostra terra, più di ogni altra, è ricca di ricordi suscitatori di energie feconde. Non cerchiamo quindi nei suoi scritti sull'Italia impres- sioni artistiche; il D., scendendo tra noi, si propose di cono scere l' Italia tisica e morale , non quella artistica ; ricorda perciò spesso le vicende della nostra storia e le nostre glorie passate, ma sopratutto vive con intensità l'ora presente, e non si sofferma ad ammirare affreschi , quadri , statue, che per eccezione. A volte questa sua sovrana indifferenza per i tesori artistici della nostra Italia ci sorprende proprio ; e riusciamo a spiegarcela, in parte, soltanto ricordando quale fu la sua prima patria , splendida di paesaggi pittoreschi, ma priva quasi interamente di bellezze artistiche. Fin dal- [ì) Cluivovìiatj, Bruxelles, Soc. tip. belga, 1838. (2) Cfr. Chav., ed. cit., I voi. p. 16: « Et puis cette vie do collège lui était odieuse. L'esclavage pédagogigue est le plus lourd de tous les osclavages ; le jeune captif se débattait en CréraissaLi sous sa chaìne, eomine l'aiglo cn cago, et il rogrettait son enfaiitc si libro, si indépendauce si ploiia- iréiuotious et pcrils. Qiiaiil il pouvait écliapper un instant aux fors de sos tyrans, il escaladait quolque clochor do la villo, pour voir do loia ses moutaguos, et il redcsceudait tout en plours. » (>0 UASSBG.NA CRITICA 1′ infanzia aveva abituato il suo sguardo ai grandi spettacoli della natura; ed anche tra noi sembra quasi non aver occhi che per essi. Se avesse trovato rappresentate dall’ arte le bellezze delle sue Alpi e dei suoi laghi, forse anche i mdsei lo avreb- bero attratto; ma neanche i più famosi paesisti avevano sa- puto rendere nelle loro opere ciò che il nostro poeta sentiva dentro di sé; onde egli dichiarò, umilmente la sua incompe- tenza in questo campo. «Ne trouvant rien dn cela dans les cliefs d’oeuvres des plus grands maitres , pas méme dans ceux do Claude Lorrain , trop mythologique à mon gre, je me declami incompétent , si non indigno, et je ne frequentai plus g-uère les musées » (1). Eccoci quindi si)iegati dal D. stesso certi silenzi, diver- samente per noi incom[>rensibili , su ciò che costituisce e costituirà nei secoli, una delle maggiori attrattive dell’Italia nostra. Ma se dell’ Italia il nostro autore non vide e non am- mirò i mille tesori artistici , egli ben sentì tutta la poesia dei suoi meravigliosi , svariatissimi panorami. Quale anima di poeta infatti fu più sensibile, profondamente, intimamente sensibile alle molte])lici bellezze naturali che offre la nostra terra ! Basta leggere a caso , alcune pagine della Campagne (le Rome per vedere come nessuna delle emozioni e delle gioie che essa i»uò procurare ad un poeta sia sfuggita al D. E chi meglio di lui, che soleva viaggiare a piedi e solo, poteva gustare 1′ incanto del levare del sole sui ghiacciai delle nostre Alpi, e sui ridenti colli toscani ; la bellezza dei tranjonti nella campagna romana e tutto il fascino arcano di una notte stellata nella magnifica Sicilia 1 Ma egli vide anche terribili tem[)este , ])iogge lente e noiose setto un cielo grigio , grigio , che nella nostra terra, dove tanto spesso ride fulgido il sole, danno al viandante (1) Les amours cV Italie, Paris, Hachette, 1859, p. ‘^57 . DRM-A LETTERATURA ITALI AN 61 solitario un’ iinpiessioiie strana, di maggiore sgomento e di più profonda tristezza. Né per questo fu meno entusiasta dell’ Italia, ed il ricordo delle sue peregrinazioni tra noi restò sempre radioso nella sua memoria. Per quanto possiamo sapere, il D. ben poco si soffermò nell’Italia settentrionale. Erano gli anni in cui infuriava la reazione, e piìi sospettosa che mai era la polizia austriaca; quin«li possiamo ben spiegarci la rapidità del nostro viag- giatore nel lasciare l’inospitale regione : sulla quale però tro- viamo accenni assai interessanti negli Amours d” Italie, gi’à da noi ricordati. Il 1). fu certo a Verona , dove si apriva il tristemente celebre « autre de police » ed a questo proposito così scrive nella decima novella : . « La police aùtrichienne est toujours et partout la mème, c’est la caractériser sullissamment. La patrie de Romèo et de Ju- liette, du tendre Catulle, l’amant et le chantre de Lesbie, Verone en un mot, est toujours le grand cabinet noir de l’Italie, et son nom, à ce titre, inspire un eflFroi bien légitime (1)». Nella stessa novella accenna brevemente ad alcune parti del Piemonte (la novella non bene si presta a minute (le- seli/.ioni), dedii;a qualche mezza i)agina a Modena ed al ri- gore poliziesco che ivi regnava (2), a Ravenna altrove defi- nita « focolare di carbonarismo incandescente » (3) , che 1′ attrae non tanto per i monumenti ricordanti Teodorico e. Galla Placidia, quanto perchè racchiude la tomba di Dante; a Bologna che appare al nostro autore come « la città più italiana che avesse fln alloi-a visitata >>, ed a Ferrara infine’ che gli ricorda l’ infelice Tasso. Ma procediamo oltre con il nostro solitario viaggiatore; attraverso 1′ Apj)eunino , eccoci nella ridente Toscana ; se- (1) Les amours d’ Italie, p. 626. (2) Les amours d’Italie, p. 601. (3) Chavornay, p, 246. 62 RASSEGNA CRITICA guiamo orsi non |)iù l’eroe della de(;ima novelhi, doiule trassi i più sigriitìcativi accenni qui riportati, ma Cliavornay, l’in- uaniorato infelice che fugge il suo amore. Alcune i>agine di questo romanzo, come già notai, lianiio veramente carattere autobiografico ; e ad esse ci .atterremo per seguire il 1>. in Toscana. Non molte sono le note intorno a Firenze, la quale i)ure attrasse in modo speciale tant’ altri viaggiatori d’ oltr’ Alpe in Italia: noi sap[)iamo già, per bocca del 1). stesso, le ra- gioni di questo suo silenzio. Maggiori particolari troviamo intorno a Livorno, la cittji del commercio e degli affari : « G’est la ville mercantile par excellence , et ce n’osi que cela; c’est une’ ville d’hier, bruyante, populeuse , sans’^rchitec- ture, sans histoire, le contraire en tout de Pise, la vÌ(!ÌI1h répu- blique, la vdle des souvenirs et des monuments (1) ». Il D. certo non si soffermò a lungo in questa città e spesso da Livorno si sarà recato a Montenero, donde F oc- chio può spaziare da un lato su Pisa e sull’Arno, dall’altro sulla sconfinata Maremma, (xiande fascino invece eserciterà su di lui la vicina Pisa: « après Rome la ville d’Italie la plus propre à etitretenir une passion malheureuse ». Con pochi tratti riesce a darne una descrizione efìi- cace : «De g;randes places désertes où l’ herbe croìt ; des rues lar- g-es , propres , où persunne ne passe; de vastes palais inhabités pour la plupart, ou mal habités ; des édifices publics dont la grandeur et la majesté sont sans proportion avec les habitations privées ; une population réduite et dix fois trop faible pour l’en- (1) Cfi”. Chavornay, voi., 1, cup. viii, p. K^7. DELLA LETTERATURA ITALIANA 63 ccinto tics murs ; beaucoup d’étrang-ers malades, omiuyés uu ruinés ; point »ie commerce, point d’industrie, point de culture, point d’arts , un mediocre théatre de temps en temps , et puis rien : voilà Pise, l’antique rivale de Gènes, la reine autrefois des mers du Levant ! (1)». Ma le città decadute hanuo , a detta sempre del D., * delle voci lamentevoli che parlano alle anime sofferenti, e si stabiliscono tra di esse comunicazioni tenere e miste- riose » (2). Ecco forse il motivo della predilezione evidente che il nostro autore mostra di avere per Pisa , fra tutte le città della Toscana. La Cattedrale , il Battistero , la Torre pen- ^ dente e il Campo Santo esercitano su di lui un vero fascino : « C’est le groupe le plus magnifique qui soit au monde et le berceau pour ainsi dire de l’architecture italienne , un chef- d’oeuvre de gràce, de force, de g-randeur, tei que le moyen àge n’a rien laissé de plus parfait (3) ». Forse in nessun’ altra città d’Italia, nemmeno a Roma, il D. si soffermerà tanto ^d ammirare i nostri capolavori artistici (4). Lo ritroviamo entusiasta a Firenze dinanzi al Duomo del Brunelleschi , al Campanile di Giotto , al Batti- sttro, al Palazzo Vecchio, alla Loggia dei Lanzi (5). Ed eccolo sul Monte Alvernia : (6) era salito al convento, sperando sentirvi ancora aleggiare la viva fede del fonda- tore? Io non so; ma questo posso ben dire : anche qni, come altrove , il D. sente che il cattolicismo sta i)er tramontare: (1 -2) Chav., voi. II, pp. 170-171 – 176. (3) Ibidem, p. 172. (4) Leggasi a p. 174 ciò che scrive del Campo Santo, ch’egli delì- nisce « un commentaire en action do co passage de l’Evangilo, où il est dit que la tbi transporto les montagnes. ». (5) Chavomai/, voi. Ili, p. 143. (6) Chavornay, voi. II, p. 189. ()4 RASSEGNA CRITICA e la sua aminirazioue uou è certo per i monaci che si se gregano dal mondo, inutili a sé ed agli altri, ma per l’ampio panorama che si stende ai suoi piedi Ancora una volta è la natura soltanto quella che parla al suo cuore Finalmente è giunta l’ora di poter lasciare Braricador, (Jhavornay, Julien, per non seguire più che il J), in persona : Siamo infatti nella Campagna romana, sulla quale il nostro autore scrisse ben cinque lettere rilevantissime , e quindi possiamo prestare orecchio a quanto egli stesso ci racconta, senza tema ormai di non ritrarre fedelmente le sue perso nali impressioni (1). 11 D. ci trasporta d’un tratto sul M. Cimino, che chiude al nord la campagna di lìonia , e nella città di Corneto, * l’antica Coriton ; dove una volta erano fortificazioni e lotte ora è pace e silenzio, ed il ). ricorda questa cittadina sol- tanto jier la sua posizione pittoresca: da una parte l’occhio si ]>erde sulF infinito mare, dall’altra su una pianura immensa e solitaria che lega, le Maremme toscane a quelle romane : « Quelques bouquet» de bois , dévastés par la cog-née ou brùlés par les feux des pàtres , sont les seuls accidents de ces tcistes lieux: on n’y découvre pas une habitation, pas un habi- tant. (^à et là seulement errent à 4’aventure de grands troupeaux de vaches g-rises surveillés par des chiens, ou quelques escadrons de juments sBuvaji;es , dont les gardions , vétus de peaux et la lance au poing, sont les rois du désert comme leurs ancf^tres ». Sono pochi tratti e pure bastano a trasportarci con il pensiero dinanzi all’immensità triste e selvaggia della cam- pagna romana ; ed accomi)agnamo volentieri il nostro viag- giatore presso le rovine di Vetulonia, ed attraverso l’antica Tarquinia. Ma non sono le sue « digressioni archeologiche » come egli stesso le chiama, quelle che piìi c’interessano; (1) La prima di queste lottare, indirizzata dal D. a Liszt, ora apparsa fin dal 18.31 sulla Revue Encyclopédiqne, quando cioè le im- pressioni od i ricordi sulla campagna romana orano in lui ancora, bon vivi. Furono poi raccolte, lutto cinqnp, in un solo volume noi 1842. DKLLA LErrKRATl UÀ ITALIANA 65 egli si scusa anzi presso l’amico, al quale indirizza questa sua lettera, di averlo così a lunj;o trattenuto come un neo- fita sulla soglia del tempio, invece di farlo discendere subito, e senza preparazione alcuna , nella campagna di Koma (1). Gli è che questa apparve veramente al nostro poeta come un tempio ; e se ad altri spetta il vanto della così detta « scoperta letteraria » di essa, certo il D. a mio parere non fu inferiore ad alcuno , nemmeno allo Chateaubriand , nel saperne rendere tutto il fascino possente ; e di molte descri- zioni di cui è ricco questo volume si potrebbe dire quello che Sainte-Beuve scrisse sulla celebre lettera indirizzata da Chateaubriand a Fontanes (2) : « En prose il n’y a rien au delà. Après de tels coup de ta- lent , il ii’y a plus que le vers qui puisse s’ élever encore plus haut que son ai le ». Anche il D., del resto, come lo Chateaubriand era pre- l)arato dalla sua giovinezza di dolore e dalla sua malinconìa innata a comprendere gli spettacoli meravigliosi che la cam- pagna romana [>rofonde in sì gran copia dinanzi ad occhi di poeta ! Ma procediamo oltre. È i)rimavera : i prati sono di un verde pallido , i boschi sono smaltati di violette e di ur.ir gherite , il mare è solcato da innumerevoli vele ; arriviamo così, in mezzo ad una pace e ad una solitudine immensa, a Civitavecchia, un « Livorno in miniatura » Co). Ed ecco, su- bito fuori di Civitavecchia, il deserto : questa è la parte più desolata della campagna di Roma, e forse la meno conosciuta dai viaggiatori , perchè , piìi di ogni altra , infestata dalla malaria. A questo punto del suo viaggio il D., sorpreso da un terribile acquazzone, trova ricovero nella casa di nn vec- chio falegname, ammalato. Ma che dico, nella casa f La più (1) Camp, de Rome, p. 19. (2) Cfr. Bisi, Op. cit., p. 65. (3) Camp, de Rome, pp. 21 -37. Rio. CU., XXIIL (56 Rassegna critica povera capanna delle Alpi è un palazzo in confronto a si- mile stambugio, sprovvisto di ogni cosa più necessaria alla vita.. Un giorno la capanna non verrA i)iiì ajìerta ed’ il vian- dnnto , che invano avrà bussato alla sua porta per avervi rU^overo , vi troverà un uomo morto di fame e di fred«lo. E pure quest’ uomo , dimenticato dalla società in mezzo a ]>utridi deserti , è discendente di chi civilizzò 1′ Europa in- tera ! Ed il D. commenta : « Ne v(»us semble-t-il pus, iiioii clioi’ ami, entendre rnconter un voya^d aux steppes d’Uknunc uò fare a meno di domandarsi tristamente : « A quoi boli taiit de splendeuis V Aqueducs taris et rompus, voies antiques où personne ne passe, teinples sans dieux, “Villes satis hommes, tombi’aux sans morts , campagnes dépeuplés, air empoisonné, foréts muettes, m^rais fétides, ports comblés, grèves abandonnées, mcrs déserts, voilà, ce que dans toute S4i gioire, ò Rome I le soleil éclaire aujourd’hui , du haut de tes cieux , ce que le voyageur contemple du haut de tes montagnes I Tant d’éclat sied-il à tant de désolation? Ce sourire épanoui du matiii vermeil, ces splendide*» clartés du midi , tous ces airs de jeunesse et do fètes coiiviennent-ils à ton grand àge et à ton a< l versi té V Dans rinforlunc on prend le deuil » (1). Ma non per «juesto la fede del D. nella risurrezione d'Italia è meno viva ; e meglio lo vedremo in seguito. Per il momento basti qui aver riaffermato che se egli vide tutte le bellezze della nostra Italia, ed in modo speciale della Campagna di Roma, non si contentò di ritrarle, queste bellezze, per la gioia sua d'artista squisiti», e per suscitare negli altri le stesse sue iujpressioni estetiche ; il D. che viaggiava a piedi e che si soflfVrui:iva a parlare sulle spiagge (lì Camp, de Rome, p. V.^. 68 RASSEGNA CRITICA con i pescatori, nelle cuiiii>agnc con i contadini ed i pastori, snile iiiontaj’ne con i cacciatori, dappertutto e sempre con chiunque, non distolse lo sguardo dalle miserie dell’ Italia jMCsente, e seppe <]uindi aggiungere alla tradizionale rappre- sentazione di Koma e eranza e di forza. « Il s’élève de ces austères solitudes jf ne sais quelles voix mystérieuses qui calment les passiotis tr-op bouillantes et qui retrempent les coeurs décourag-és. Arme du passe, on est plus font pour ni:ircher vers l’avenir» (3). Non solo 1′ antica Roma e la Koma cristiana sono di- nanzi ai suoi occhi, ma la Roma presente e con lei V Italia intera, questa infelice terra di dolore, come il D. la chiama ! Il presente, il passato, il futuro sono veramente nniti nel suo pensiero ; cosicché l’opera sua sulla Campagna di Roma è potente ed efficace come forse poche altre ; di essa si j)otrebbe ben dire, a mio parere, ciò che il D. stesso scrisse delle lettere di Lullin de CUateauvieux (4) : (1) Anche il Lamennais sentirà e scri.verà come il D. : negli A^ai- res de Rome, 1836, a p. 10, leggiamo : « Quiconquo alme la naturo et en seni la beante s’il a vu l’ Italie, désire la revoir ; et combion d’au- tres charmes attirent eneoro dans cotte séduisante contrée I Partout quclque monument do 1′ art, partout quelque souvenir illustre ou attachant: mais partout Jiussi cn ces jours raauvais, quclque spectacle doulouroux, quelque stigmate de servitude…. ».- (2) Cfr. Lettre à M.we Réeamiev, 15 aprile 1829. (8) Cfi*. Camp, de Rome, p. 05. (4) L}AA’SV)}S.C\PLTYiiKVWA)yi, Lettren sur l’Italie, 1812-181H, Paris, Chorbuliez, 1834. DELLA LETTERATURA ITALIANA 69 « Api’ès lui il n’y a rieri à dire sur la matièro. Ses lettres trup ptu conuues, sont à mon gre, ce qui a été écrit’ de mieux sur l’Italie. Lisez-lrs, fai tes-les lire à mes ainis, vous m’eri remercierez et ils en remercierunt nous » (1). Ed eccoci Hnalmeiite a Koina ; purtroppo irulla ci dice il J). del suo soggiorno in questa nostra cittiì, e dur di punirli ; non vi ha i)iii nessuna sicurezza oramai . persino il prete vende il segreto del confessionale, persino il figlio teme un delatore nel padre; tali enormità insomma, che il narrarle sembrerebbe esagerazione ». Ma il D. dimorò (1) Ch. Didier, Camp, de Rome, p. 56. (2) BOURNET, Op. cit., p. 120. (3) Raccolta : Moeurs siciliennes et calabraises , Paris, Souve- rain, 1844. (4) Les Capozzoli et la police napolitaine, in Revue cles deu,r Mondes, 1831, pp. 374-382. 70 RASSEGNA CRITICA a lungo nelle Provincie napoletane, e iM)tè purtroppo con- statare « de visu » siffatta dolorosa condizione di cose, « Que- sto soggiorno, egli scrive, mettendomi in rapporto con gli abitanti e con le autorità… aveva messo a nudo dinanzi ai miei occhi , la miseria degli uni e la violenza degli altri ». Nel maggio del 1829 il nostro viaggiatore, do[K) essersi fermato parecchi mesi a Napoli (anche su questa città e della impressione che essa esercitò su di lui purtroppo nulla ci dice), volle attraversare il Cilento: « … curioso di quelle marine sconosciute, delle rovine di Velia, del porto di Palinuro, del Golfo di Policastro, che la mia immaginazione mi di- pingeva come un luogo di delizie, mi ero avventurato solo in quelle infelici contrade. 11 lutto e il terrore vi regnavano, e la libertà individuale veniva oltraggiata in ogni luogo. Non tardò ad esserlo anche nella mia persona. Mi si prese per un carbonaro travestito, e nonostante un passaporto tìr- mato dal prefetto della polizia di Napoli, fui arrestato in un piccolo villaggio presso Palinuro e condotto da guardie a Vallo, capoluogo della sottointendenza. 11 sottointendente mi trattò con molti riguardi, data la jnia qualità di straniero ; pure mandò il mio passaporto a Salerno, per riceverne ordini ». 11 1). fu cosi trattenuto iicUe prigioni di Vallo per i)cn cinque giorni. 1 iirigionieri erano moltissimi, e l’autorità, i)er diffondere maggiormente il terrore, esponeva in gabbie di ferro le teste dei giustiziati, l^inanzi a simili macabri spet- tacoli egli non potè fare a meno di domandarsi, come mai, sotto un cielo ridente che invita all’amore e alla gioia, si potessero commettere simili nefandezze; essendo giunti frat- tanto gli aspettati ordini da Salerno, rieW)e la sua libertà, a patto però che nel suo viaggio seguisse un determinato itinerario ; in Sicilia poi il nostro autore ebbe nuove noie, più gravi, sulle quali non ci dà nessunissimo particolare. Perchè 1 Questo suo assoluto silenzio, unito al fatto che assai DELLA LETTERATfRA ITALIANA 71 bene conosceva formule e riti carbonareschi (1), questo suo in molti punti assai misterioso viaggio, mi fauno pensare che égli fosse un tipo di viaggiatore non comune. Non è prova certo sufficiente, per quei tempi ili accuse e di dela- zioni, essere sospettati di carbonarismo, per esserne colpevoli; d’altra parte gli stessi carbonari ritratti dal 13. nella sua Rome souterraine, come meglio vedremo in seguito, rassomi- gliano assai più ai « giovani italiani » del Mazzini, che agli affiliati delle incriminate vendite. Così che nulla affatto finora ci è dato affermare in proposito: a questo punto però, più che in ogni altro luogo, rimi)iango che il suo diario sia andato distrutto. In esso vi era forse qualche comi)romet- tente allusione a fatti politici ? E veniamo finalmente al ^^econdo degli articoli , di cui vogliamo parlare in questa -parte del nostro lavoro (2). Esso ci prova, ancora uiui volta, come il D. non debba affatto andare confuso con la grandissima maggioranza dei viaggiatori stranieri in Italia: egli che volle penetrare in ogni regione nostra^ ed ogni fenomeno della nostra vita ed alla nostra vita strettamente connesso volle da vicino stu- diare. Nei Souvenirft de Calabre infatti ci fa conoscere alcune tapi)e del suo viaggio nell’ Italia meridionale, fornendoci nello stesso tempo notizie interessanti sulle colonie albanesi di queste regioni. Partito da Corigliano un bel mattino d’autunno, attra- verso a boschi di querce, di ulivi, di aranci arriva a S. De- (1) Cfr. Rome souterraine, t. l,cUap. 18, e D. Spadoni, Selle co- spirazioni e cospiraloH nello sialo ponlificio, all’indomani della re- staurazione, 1914. Ernesto Masi in una sua conferenza : Le società segrete in Romagna e la rivoluzone del 1831 {p. 108 del II voi. della Vita italiana nel Risorgimento) ricordava di aver riscontrata « de- scritta tal quale nello Memorie di un cospiratore ravennate, da lui lette manoscritto, la scena dell’iniziazione o ammissione cartona – rosea elle noi leggiamo nella Rom^ sout. ». (2) Ch. Didier, Souvenirs de Calabre, già cit. Questo articolo del D. fu anche conosciuto nella versione italiana che no foco G. Sacchi. Cfr. Indicatore lombardo, 1831-18.32, p. 119 e sog. 72 «ASSEGNA CKITICA inotrio, una tni le nostre ]m imjiortanti colonie albanesi. Fi inutile ricordare qui, con il I)., gli avvenimenti che por- tarono alla fondazione di queste colonie albanesi in Italia: chi voglia notizie più ampie di quelle date da lui in questo suo breve articolo, può vedere ad esempio il libro di Arturo Galanti (1). Dico piti ampie, e non più i)recise, perchè veramente il D. si mostra assai bene informato su queste colonie al- banesi, sulle loro tradizioni, sui loro usi e costumi; tra l’altro ricorda persino, traducendoli, alcuni cnnti di origine schiet- tamente albanese, che egli stesso raccolse dalla viva voce di una vecchissima donna del luogo. Dopo avere assistito ìid una caratteristica scena nuziale, il D. lascia S. Demetrio, dove aveva trovato assai buona accoglienza (da quindici anni nessun forestiere vi poneva più piede ! ), per recarsi a S. Sofia. È questo un villaggio distante quattro o cinque miglia da S. Demetrio, ma aft’atto separato da esso, perchè tra i due paesi non vi sono vie di comunicazione: per giungervi egli doyette attraversare fitte boscaglie, sentieri difficilissimi, torrenti senza ponti. Arrivato finalmente a S. Sofia, si pre- sentò con una lettera di raccomandazione alla casa di un certo barone, che si diceva conservasse una raccolta di canti albanesi. La sua signora, buona donna che nell’assenza del marito aveva letto a stento la lettera a lui indirizzata, e che, mal comprendendo il significato della parola « raccomanda- zione », si apjjrestava a fare una larga elemosina al nostro viaggiatore, si sorprese altamente che in simili luoghi il D. fosse giunto, durando tante fatiche e sopportando tanti di- sagi, soltanto per leggere una raccolta di canti popolari ! « Ella allora (commenta il nostro autore) credette certamente che io stessi facendo un viaggio di penitenza ; perchè chi mai al mondo può recarsi in Calabria per aver canzoni ? » — Chi (rispondiamo noi) non indietreggi, come appunto (1 ) L’ Albania : notizie geogvafuche , etnografiche e storielle , Roma, 1901. DELLA LETTERATURA ITALIANA 73 il D. dinanzi a disagi , e non si spaventi dinanzi a diffi- coltà. Sul Orati non e’ è un ponte ! Che importa ? Egli attraverserà il fiume sulle robuste spalle di. un montanaro, e, dopo otto giorni di marcia, arrivando a S. Costantino e sul monte Pollino, assisterà ad uno spettacolo, assai strano per gli stessi abitanti del paese: ad una gran nevicata che probabilmente imbiancò anche le pendici più basse del monte. Così, egli che era giunto in un luogo dove, a memoria d’uo- mo, non si erano visti stranieri (il nostro viaggiatore ricorda assai bene le grida di stupore e di paura dei bambini che al suo apparire scappavano, tremando, nelle loro affumicate capanne), proverà impressioni nuove ed inaspettate, ed a mala pena anche qui, come già dinanzi a certe capanne della campagna di Koma, riescirà a persuadersi di essere in un paese di Europa e, per giunta, nel giardino dell’ Europa stessa ! Il D. fu anche nella Puglia , e negli Abruzzi e Mo- lise : ma siccome qui si occupa in modo speciale delle co- lonie albanesi che incontrò in queste regioni, dalla terra di Otranto fin alle rive del Biferno, tace ogni altro particolare di viaggio : molto probabilmente però queste regioni furono’ da lui visitate nel ritorno, dopo le sue peregrinazioni in Si- cilia. Sulla quale, come ho già detto, noi possiamo trovare qualche accenno in questo medesimo articolo ; altri ve ne sono in altri suoi libri (1) : in Rome souterraine (p. 29), ne- gli Amourff d’ Italie (5^ nov.) e specialmente nel romanzo Caroline en Sicile : le descrizioni dei luoghi sono tali , da provarci, esse soltanto , che il D. percorse in lungo e in largo anche la Sicilia, come aveva fatto per il resto dell’ Italia. Alcune di queste descrizioni, quelle ad esempio, di Palermo, di Catania, di Trapani ci riportano con il pen- siero ad un periodo ben triste della storia siciliana; e meglio amiamo errare, in compagnia del nostro autore, tra le rovine (1) Cfr. Camp, de Rome, p. 167 ; Une année en Eupagne, voi. I, pp. 31 , 42, 322, Ross. Crit, XXIII. 6 74 RASSEGNA CRITICA (4). « Exiló de cette Italie, que j’ai tant parcourue et tant aimée, je me console de mon exil en vous parlant d’elle, comme en aime à s’entretenir d’une amie absenle. Enraciné désormais dans e Paris, dont le Dante aurait fait un enfer de boue et de bruit, une voix impitoyable me crie incessament aux oreilles : Tu n’en sorti ras plus I ■ Et quand je songe qu’il y a sous le ciel une Italie, une Sicile, des ruines de Syracuse, des temples d’ Agrigento, des (1) Cfr. Caroline en Sicile, chap. xiv. (2) Ibidem, chap. xxxiv. (3) Une année en Espagne, voi. I, p. 150. (4) Camp, de Rome, p. 71. DELLA LETTERATURA ITALIANA 75 mers d’Amalfi, une campagne de Rome, et que je n’y suis pas, et que je suis à Paris, où il pleut, où il neige, où le froid nous giace, où le soleil n’a pas paru depuis une longue semaine, je me surprends quelquefols à maudire les nécessités de la desti- née » (1). No : il D. non era fatto per la lotta ! E la sua vita sa- rebbe stata migliore se non si fosse lasciato allettare da fascino della turbinosa Parigi. Neil’ ultima pagina di una sua lettera indirizzata a Sainte-Beuve noi difatti sentiamo dolorosamente singhiozzare un’anima naufraga: « Je suis né, j’ai grandi au sein de la nature, elle eut mon premier amour, et c’est vers elle toujours que s’envole ma pensée quand mon àme est triste. Jeté seul et désarmé au milieu d’un monde où il me faut tout conquérir, je n’ai pas encore trduvé sur ces mers convulsives mémes un écueil où poser le pied. Je flotte au gre des vents du sorts ; la nuit qui m’environne est profonde, les phars qui me guidaient s’étaignent ou vont s’étein- dre, et la terre où j’aspire est si loin que si la foi n’enflait ma voile, je perdrais l’espérance de jamais l’atteindre » (2). Altrove il D. scriverà che per vivere in mezzo agi uomini è necessario partecipare ai loro piaceri, alle loro passioni, ai loro errori e ai loro pregiudizi: egli non è ca- pace di ciò e quindi si sente solo in mezzo « al deserto popolato delle città, il più triste di tutti i deserti » (3), Ciò che lo conforta in queste crisi dolorose, tanto fre- quenti in lui, è ancora, e sarà sempre, il ricordo dei giorni felici, di ebbrezza e di libertà, pa*> di Manfredi Porena. — Messina, Principato, 1916 (8.° , pp. xci – 419). II. Canti, a cura di Alessandro Donati. — Bari, Laterza e figli, 1917 (8.0, pp. 252). I. Quando il Ranieri, nel ’45, pubblicava a Firenze pei tipi del Lemonnier i due voli, del « vero Leopardi », avendo per ciò a sua disposizione tutto il ricco e vario materiale lasciatogli dal- l’amico, parve per un pezzo agli studiosi che più e meglio non si sarebbe potuto fare ; e su quella edizione si modellarono tutte le altre non poche venute poi ; finché il Mestica, esaminando accuratamente gli originali che avevan servito a quella ediz. ed erano stati conservati dal Lemonnier e poi da questo donati nel 1881 alla Biblioteca leopardiana del Comune di Recanati , non ebbe pubblicato nel 1886, nella Collez. diamante del Barbèra, un nuovo testo delle Poesie, che per fedeltà, esattezza e correzione tipografica si avvantaggiava incomparabilmente suU’ edizione ranieriana (1). Così questa andò perdendo di pregio e di fama ; e d’allora in poi quanti altri vollero pubblicare nuove edizioni e commenti del L. dovettero, quasi tutti, seguire il M. (1) Di oltre 120 luoghi, in cui il R. contrasta col L. . se una buorn p;irte p<)s>;ono passare per sviste tipografiche, parecchi costitui- scono licenze ed arbitrii ingiustificabili, ed alcuni sono errori abba- stanza grossolani. Vedansi, ad es. (cito per brevità col numero ro- mano il « canto » nell’ordine d. ediz. ranieriana, con la cifra araba il « verso »): I, 107: